racconto

identikit

luglio 1979

I racconti Identikit n. 1 e n. 2, che non sono stati scritti appositamente per “Effe” (e per nessun altro periodico o editore, dal momento che alcuno dei miei scritti è mai stato pubblicato), fanno parte di una serie di tre, dei quali l’ultimo ha un protagonista maschile e non femminile come i due primi. Tutti e tre rappresentano un momento intenso di ricerca personale e di riflessioni narrativa, in cui ho raccolto le mie forze per(ri) costruirmi un’identità. Questa infatti è la principale direzione del lavoro; i problemi femminili non sono oggetto diretto d’indagine eppure emergono, direi che s’impongono (nella accezione che di questa tematica una quarantenne può avere). In qualmodo le lettrici di “Effe”intenderanno questi racconti? Se vi interessa, è un invito alla discussione.

 

1

Lunghe le ore del buio, Non la notte soltanto, quelle della luce. Il sole entra dagli interstizi, filtra per le trame delle tende; si spande il sonno, il sonno delle attese e delle assenze, sussulti e scricchiolii di mobili vecchi, tensioni del metallo al variare della temperatura. Chiarore diffuso al mattino, lame arancio al tramonto. La mia immobile esistenza, distesa su una sottile lastra di fluorite.

I miei colorì. Il verde sfuma nel grigio, incupisce e si condensa nel viola. Così il mare colpito dai venti invernali, le acque all’ombra delle rocce violente e minacciose.

Lontananza dei tempi e dei luoghi, e me fuggita via. II mare uno degli elementi. Lo temevo. Calmo, in tempesta. Le invisibili profondità dell’azzurro intenso che volgevano al nero. Trovarsi sull’abisso senza saperlo, attraversare fosse e scoscendimenti. O il chiaro dei fondi bassi si mutava in improvvisi versi melmosi, in scure sagome indistinte di scogli.
Sono una figurina di metallo, non più grande del palmo d’una mano. Appoggiata sul fianco sinistro, le ginocchia leggermente flesse, il busto sollevato.
Da tempo hanno abbandonato la casa. Tutto è fermo nelle stanze.

Passi nell’appartamento di sopra. Entrano i vicini. Un pianoforte talvolta nelle ore serali. Tonfi delle porte. Sussulti dell’ascensore. Settimane che non scatta la chiave nella serratura. La luce non si spande dai vetri dell’ingresso, persiane finalmente tirate su non lasciano entrare il giorno sui chiari e gli scuri delle mia superficie, brillare il fianco rotondo, spingere lontano lo sguardo. La mia testa, volta in direzione della finestra, assorbe quella luce: limpida, opaca, o a intervalli di macchie che corrono nel cielo.

Nata nell’immobile memoria di me stessa, volume nello spazio, immagine per occhi mobili e scrutanti. Ora costretta al silenzio, al ricordo ossessivo di un’esistenza improvvisamente conclusa. Frammenti, brandelli che non so cucire.

Lo sguardo rivolto lontano significa solo memoria del passato. La nostalgia delle nuvole è solo ritorno al cortile dei giochi infantili. O alle invernali finestre sul giardino scosso dal vento, sulla pergola gocciolante di pioggia primaverile. Lunghe ansiose attese della giovinezza. Nell’isola le ore s’allungano nel lento crepuscolo.

Annottava. Noia dei giochi. La tazza di latte e i biscotti. Alle otto pappa e nanna. Fretta degli adulti di liberarsi dell’ingombro dell’ infanzia.

Spengono la luce. La porta socchiusa. E oltre le voci attorno alla tavola, usci che cigolano, visitatori, la voce della radio.

Il tempo gocciola ancora attraverso 1′ insonnia. Cerco nell’oscuro del mio corpo bambino una consolazione che faccia cadere i sensi svegli. Ecco la faccia ruotante di legno, gli occhi rossastri, Girano i capelli scuri dipinti sul legno, i segni, scuri degli occhi. Gira su se stessa sempre più forte, ha cento facce ed una sola. Vergognati. Sei sudata. Sei bagnata di sudore. Il severo viso ghignante di legno dipinto, il birillo dalla testa rossa e nera ora ha i suoi tratti e parla.

Morbidi ricciuti alessandrini i miei capelli infantili. Così sono modellati anche ora. Tanto a lungo non averli capiti. Tirati, trasformati i riccioli in false volute. Essere qualcosa di diverso. Vi si sono adoperati in molti. I fili s’imbrogliano, non si riesce più a venirne a capo. S’aggrovigliano. Un nodo si scioglie quasi da sé ogni tanto e pare di poterlo tirare via libero. Invece ci sono gli altri attaccati. Negli anni dell’adolescenza, negli anni della creazione, io andavo lontano, emigravo. Studiavo la flora dell’Australia e della Nuova Zelanda. I deserti, gli eucaliptus, l’araucaria. Nomi di città nuove. Una solitudine attiva. Lontano dagli affetti soffocanti. Dalle voci severe.

Mi sono lasciata ingannare dalle attese. Tutto era giusto. Né peccati né tradimenti. Tutto va fatto senza aspettare. Oppure niente oppure cambia oppure fuggi oppure rischia oppure piangi oppure ti mordi per sempre le mani. Troppi gli inganni delle attese. Non le ho sopportate mai. L’ansia mi accelerava i battiti. Rinvii di anni. Ingoia. Mordi saliva. Anni inganni. Credi di avere tempo. Verrà il suo tempo. Bocche spudorate. Preparano ridendo l’altrui rovina. Tanto non la vedranno. O anzi sopravvivranno alle sconfitte da loro stesse preparate con cura. Maschere ghignanti, maschere beffarde. Facce morte incolori stagnanti nella vostra pace.

E’ venuta la notte. Alle strisce di luce si sono sostituiti i rumori netti dei piani superiori.

E’ scattato l’ascensore in salita. Qualche passo qua e là. Ora in camera da letto. Tira faticosamente su o giù gli avvolgibili. ‘Le sciarpe cadono un tonfo dopo l’altro.

Invento scuse. Mi nascondo dietro gli inganni altrui. Ascoltavo tutte le voci perché non sapevo credere in niente. Nessuna vera speranza. Né amore di me stessa.

Me stessa l’unica tessitrice d’inganni. Nascondere le pagine scritte tra i fogli dei quaderni di scuola. Cominciavo a nascondermi. A cancellarmi.

Invece di accusare di inveire di mordere di deridere. Lasciarsi intimidire. Debolezza, energie scarse. Gli altri alimentavano antinomie. Bellezza o intelligenza. Felicità o cultura. Non hai grazia femminile. Non sei bella. Non hai quel non so che attira. Sex appeal. Dunque goffa. Dunque ridicola. Inammissibili quegli slanci. Assurdo costruire storie sul movimento di una testa, su un saluto, un mezzo sorriso.

Drammi tragicommedie avventure in città fughe in campagna. Una giornata. Due ore. Prima del sonno. Tutto in una camera. Al tavolo di fronte alle finestra, di fronte al ciliegio poco più tardi tagliato. Nel mio letto d’angolo.

Che ne sai del mondo. Che ne sai della gente. Misuravano le esperienze a orizzonti o per età o per numero di conoscenze. L’ampio giro dei fatti. Chiusa, rinchiusa. Protetta. Salvata. Dall’isola non si parte. D’inverno infuriano il libeccio e il maestrale. Le navi restano al sicuro. Gli ormeggi cigolano. Miagola un gatto. Miagola disperato.

Timore di restare prigioniera. Ho cominciato a fuggire. Dalla casa. Dal dialetto. Ogni cosa che diventasse abitudine. Il rischio della ripetizione. Nostalgia e slancio per il nuovo. Ritornano le antinomie. La memoria è complice non esiste passato prossimo. Uno sguardo al passato trascorso, uno al futuro.

Gli anni corrono. Cerca la penna di fermarli sulla pagina. Quaderni a quadretti. Extra strong. Si ammucchiano. S’impennano. Silenzio. Gli anni scivolano. Uno: due pagine. Trenta pagine. Sei mesi. Due anni. Silenzio. Inganni, illusioni. Domandarselo, soffrirne è un altro inganno.

L’autobus 56. L’autobus 99. L’anticamera del medico. Il banco della fruttivendolo. Le file al mercato. L’abito nuovo.

I tacchi alti.

IIcineclub. Dibattito dopo la proiezione. Pronto?

Richiami tra dieci minuti. No, non va.

Stretto in una bottiglia. Troppa impazienza, si ricomincia a scrivere.

Sorridi. La canzone è ironica. Sorridi. Agli amici che suonano la chitarra. La ragazza ha poggiato la testa sulle sue ginocchia.

Da quanti anni scrivi il tuo romanzo? Per quanti anni ancora scriverai il tuo romanzo?

Come chiudere il mare in una bottiglia.

Si ricompongono le pareti domestiche. Cedo agli affetti, alle cure.

 

Svegliami alle sette. Fatti trovare graziosa stasera. Il quaderno è rimasto aperto. Lo chiudo. Esco. Nuove antinomie. Ma sono le stesse. Sbagliate le scelte iniziali. Miei inganni. Mie debolezze.

Più facile sedersi a cucire a rammetare. Ai fornelli. Come la nonna. O come mia madre. Le abitudini infantili restano.

Ma è rimasto anche il fantasticare. Raccontarsi il passato come una favola.

Si guarda nell’ acqua del pozzo la schiava saracina. E si meraviglia. Così bella e ad attingere acqua. Scaraventa giù i secchi.

Ride dall’alto dell’albero la bella che era nascosta, e la schiava scopre il proprio inganno.

Vieni, che voglio pettinare i tuoi capelli d’oro. E lo spillone della vendetta le conficcò nell’orecchio. Trasformata in bianca colomba la bella volò via e la schiava prese il suo posto sull’albero, ad aspettare il ritorno del principe.

Storie. Non è questo. E’ altro che voglio dire. Ma i legami sono oscuri. Stentano a venire alla luce. Si fa giorno. Il chiarore aumenta. Intuisco oltre le persiane i rami impregnati di pioggia e ancora grondanti.

I vicini dormono ancora.

La paura di non svegliarsi. Accorgersi della fine e niente è stato compiuto. Solo nei tentativi nei desideri. Di qui l’illusione di cancellare i rimpianti. Di vivere nel pieno dei sentimenti e non a metà. Scelta di vita o di morte?

Le mille occasioni di scelta e d’errore.

Non la scelta.

Perché non da sola. Non le mie forze. Unità di sentimento e ragione.

II peccato capitale delle contraddizioni.
L’unità in me.

Me centro gli altri in funzione di me.

Me tutto. Me che scrivo che piango

in unitate spiritus sancti deus. Me

rannicchiata me in amore.

Non in funzione di.

Non quello che si fa. Come. E il quello

e ancora il come.

Che pensi?

Perché disegni nell’aria con la mano?

Sei triste.

Non ti abbandoni.

L’amore è il tuo unico momento di abbandono.

Ti sollevi appena.

Sul fianco rotondo.

Guardi i colori del giardini oltre le

imposte socchiuse.

Mi chiamo la Signora del Rosso e Nero e sono di gesso. Soltanto una copia. La vera me stessa è in bronzo e non so proprio dove sia. Sono seduta, ed è questa la giusta posizione per me che non sono né decrepita né anziana, ma senz’altro matura. Tengo alla dignità del mio aspetto, a questa veste che mi è stata data e che ho accettato senza interiori contrasti. Vesto con sobria eleganza. Nessuno giudicherebbe fuori moda oggi il mio tailleur di venti anni fa, o il cappello dalla falda un po’ inclinata sul viso. Anche la borsa, appoggiata sulle ginocchia, è un oggetto di buon gusto. Difetti? Credo di non averne, a meno che si parli di quelle piccole manchevolezze che sono comuni a tutti. Le mie labbra sono sottili, è vero, ma la crudeltà che qualcuno vi ha voluto riconoscere, è in realtà solo il senso di distacco che ho sempre provato di fronte alla massa, che è volgare e amorfa. Per fortuna molti altri, osservandomi, dicono che la curva del mio doppio mento è dolce e rassicurante.

Ho le gambe sottili, ma sono ripiegate con un gesto elegante, e non si notano molto. Questi i miei segni esteriori di riconoscimento,

Oltre allo scopo primo della mia esistenza, che è quello di farmi guardare, la mia attività, essendo seduta e ferma, è principalmente quella di guardare, e anche di ascoltare. Qualche volta ho provato a collegare arbitrariamente cose viste, a ricostruire fatti conosciuti solo in parte, a trarre delle conclusioni, Devo però ammettere che i risultati non sono mai stati soddisfacenti. Questo è il motivo per cui i miei discorsi sono frammentari, mal cuciti: perdo spesso il filo. Abito in casa di una donna che porta gli occhiali. Si chiama Melania. Mi trovo esattamente di fronte al suo scrittoio e dal mia angolo riesco ad osservare la porta d’ingresso. Dire in che modo vivo con lei è difficile. Certo senza eccessiva confidenza. Melania considera con ironica tolleranza o con indifferente freddezza la mia persona, nonostante l’ammirazione per me come opera e l’orgoglio di avermi in casa e di mostrarmi agli amici.

Tra noi due c’è una fondamentale distinzione io resto una cittadina, disinvolta e dotata di savoir faire e lei, che pure ha studiato, una timida provinciale.

Lo so che qualche volta, sotto sotto, lei ride del mio francese, del fiore di seta che porto sul bavero e vorrebbe sussurrarmi presuntuosa, ignorante.

Ma non osa. Sa che le risponderei per le rime. La conosco troppo bene per non sapere cosa replicare. Di una cosa sono grata a Melania. La sua esistenza, per quanto scombinata, i suoi discorsi, il suo affannarsi intorno alla sua creatura, come dice lei, le conversazioni al telefono mi divertono un mondo. Non darei questo angolo per nessuna pedana di museo. Non senza rischi. Melania non è semplice di carattere, anzi proprio una massa ingarbugliata che a volte si aggroviglia fin quasi alla follia, e allora un addensarsi di risentimenti, di sfoghi e di confidenze, e proteste di lealtà e rancori repressi. Certi giorni non vedo ,l’ora che -vada a letto per riposare un po’ anch’io,

Entrando si nota subito. Seduta in un angolo, la borsetta sulle ginocchia. Poi ci si dimentica che esiste. Io cerco di dimenticarla. In alcune occasioni ci riesco, ma non quando sono di malumore, che ci sbatto sempre il muso contro e non avrei voglia nemmeno di guardarla. Irritante quel sorriso. La dignità, l’orgoglio. La disciplina. Insomma la preminenza di se stessa. Ci sento il giudizio verso gli altri. Anche se non parla.

E’ solo per polemica che cerco le differenze? Certo un sintomo di disagio. In fondo differenze sostanziali non esistono. Altrimenti lei non sarebbe affatto qui, nella mia casa. Differenze esteriori… già, il cappello. E quel modo di sorridere così sicuro, senza un tremolio, un’esitazione. Poggia sul doppio mento come su di un cuscino e il collo, appena inclinato, si circonda della cornice sussiegosa del tailleur e della camicetta.

Al contrario io non so sorridere. Riesco a compatirmi e allora sembro più sul punto di piangere, o a osservarmi con ironia: me, gli altri, non c’è differenza.

A parte il mio viso scontento, in me c’è qualcosa che suggerisce l’incompiutezza. Quando ero ‘ragazza, per esempio, mi sentivo consigliare: basterebbe un po’ di trucco, i tacchi alti, un abito di linea. Più tardi dovevo evitare di ingolfarmi in cento attività, concentrarmi, dedicarmi esclusivamente ai miei interessi. Questa sensazione, per quanto estremamente variabile, non 1′ avvertivano solo gli altri, ma io stessa al punto di convincermi che bastava eliminare gli occhiali per perdere quell’ aria tra la tonta e la professoressa, o che con uno sforzo nella scelta degli abiti sarei diventata meno goffa, o che disperdendo al minimo le mie forze avrei finalmente concluso qualcosa di preciso.

O forse ho creduto di crederci, senza pensarci troppo, contenta di una soluzione, per quanto vaga e provvisoria. Provvisorio, ecco, indefinito, incompleto, sono gli aggettivi che mi si adattano, Spesso capita che qualcuno vedendomi per strada o per la prima volta crede di avermi già vista, o che somiglio a qualcuno che conosce, ma non sa bene chi: non ho mai suggerito una somiglianza o un ricordo netto. Al contrario di quelle persone di cui si può dire ha la figura di un romano antico, ha un ovale romantico, sembra uscito da un ritratto di Holbein. I miei lineamenti sono indeterminati, sfuggenti, senza carattere. E non questo soltanto. Decenni che inseguo le mie immagini. Ho tracciato sulla carta la storia della mia dolorosa maternità. Ma a frammenti, come per faticosi sussulti. Cosa è mancato? Lei sembra guardarmi con indulgenza: troppi sogni troppe ambizioni. Lei che ha sempre badato alla concretezza. Come lei stringe sulle ginocchia rinseccolite la borsetta. Il lavoro da accarezzare, da difendere, da allevare come una creatura che cresce. Ora vivo spiando agli angoli delle strade le tracce della mia creatura scomparsa.

Quasi non mi riconosce più come madre, si fa viva di tanto in tanto e presto scompare, ombrosa, al mio primo cenno di distrazione. Non sopporta che mi dedichi ad altro: odia la mia indaffarata esistenza le cure domestiche si stizzisce del tempo dedicato agli abiti. Tollera appena le amicizie. Una presenza angosciosa tirannica. Ma niente di più caro della propria creatura. Dà più gioia. Rida te a te stessa. A volte tra un’apparizione e l’altra sono passati anni. Ho dubitato che più fosse viva. Creduto anzi che mai fosse esistita. Un pensiero questo che mi torturava.

Non immaginavo che al contrario era nelle vicinanze e invece di rintanarmi nei dubbi, bastava mettermi a cercarla, o lasciarle uno dei nostri messaggi cifrati per vederla tornare a casa. La solitudine è l’unica condizione in cui la mia creatura riesce a vivere con me. Altrimenti si nasconde come un bambino vergognoso, s’intristisce s’allontana.

Che madre colpevole sono. Conosco questo suo vitale bisogno e nella mia incosciente distrazione, nella mia volgare incapacità di determinazione mi lascio andare a insulsi chiacchierii, a incontri inutili, a oziose conversazioni telefoniche.

Che pensi signora? Non capisco le tue tristezze. Gli smarrimenti. Hai mai pianto tu?

Molto. Quando è morto mio marito quando un giovane che mi piaceva mi ha abbandonata quando ho perduto una gara d’appalto anzi quella volta no ero troppo inquieta. Quando sono sfata ammalata.

Vuoi dire forse che i tuoi erano veri dolori, e i miei?

I tuoi sono inventati.
Una pura finzione.

No. Ma i motivi dei tuoi dolori sono immaginari.

Chi sono io signora?

Chi sei tu Melania?

Melania. Madre fallita snaturata ansiosa incredula

incredula nelle proprie forze.

A te manca la fede. Non hai la forza

della semplicità.

Melania. Fallita come madre. Tenera

snaturata incredula priva di fede e

di semplicità. Che perde il tempo da

dedicare alla sua creatura insegnando

cose inutili ai figli degli altri.

No no. Anche questo modo d’intendere

il lavoro è una tua invenzione.

II solito richiamo al concreto?
Quanta gente ha più compiti. Io stessa ai tempi del Rosso e Nero. Puoi
anche trovare esempi più illustri.
Henry Bayle.

Non lo conosco. Non riesco più ad ascoltarla. Pretendere la fede in me stessa se il dubbio è stato uno dei miei primi sentimenti ragionevoli,

E ancor prima. Dubitavo che mia madre e mio padre fossero i miei genitori naturali, le favole realtà e perfino la mia esistenza infantile una invenzione. Non ho conosciuto certezze. Di quale fede parla? In che cosa ha creduto la signora? Forse in quella sua vita concreta e reale di cui chiacchiera sempre e non ho ancora capito cos’è, Ne valeva la pena? Basta guardarla, l’aria soddisfatta, seduta tranquilla.

Niente meglio di lei può rappresentare il negativo di me stessa: ciò che non vorrei essere eppure sono. Ora che intorno è tutto silenzioso e il sole basso del tramonto entra lateralmente, la luce rivela il gonfiore sazio delle gote, gli occhi che non partecipano al sorriso della bocca. La faccia è in funzione dell’arco del cappello e dello spessore del mento. Presunzione, ipocrisia.

I vizi della mediocrità, i miei vizi. Io che cerco le differenze, ciò che non sono per poter capire finalmente quel che sono.

Anch’io vivo sulla mia sedia. Quella dei dubbi e dei pianti. Piango la mia creatura lontana. Saprò mai mettermi in cammino per cercarla?

Roma, 1976