nella madre la donna

Marie Odile Fargier e Martine Storti hanno intervistato Luce Trigaray che ha introdotto un nuovo punto di vista sul rapporto madre-figlia.

luglio 1979

ci sembra importante presentare con questa traduzione un’altra angolazione per il dibattito sul problema del rapporto madre-figlia. Questa della Irigaray è una lettura sdrammatizzante”, ma non semplicistica. Infatti, affermate,come la Irigaray fa,di “cercare nelle nostre madri la donna” significa dar valore ad un processo di conoscenza,probabilmente difficile, in cui i rapporti stabiliti con le altre donne e il rapporto con la madre diventano termini bipolari e destrutturanti l’uno nei confronti dell’altro,entrambi nei confronti della struttura familiare. E’ l’esplicitazione di un vecchio slogan: “Uscire dai ruoli”. Uscire dai ruoli era uno sloganche oggi ha un contenutoaccresciuto dalla pratica dei rapportitra donne. E’ rimasto uno sloganlà dove le dipendenze e le implicazioniaffettive sono state più rigidamentecodificate dal patriarcato.Il senso indotto di impotenza a destrutturare i ruoli madre-figlia,ha esasperato le tensioni di tali rapporti e ha messo in evidenza l’importanza fondamentale di questa destrutturazione che è un punto di scardinamento dei valori patriarcali. E’ la possibilità di agire il separatismo rapportandosi da donna a donna. Uscire dai ruoli significa riconoscersiil potere di esistere penalizzato dalmaschio e non essere più ricattabili.

Bianca e Simone

 

 

Il tuo testo inizia con una frase ambigua “Insieme al tuo latte, madre mia, ho bevuto il ghiaccio”, che vuol dire?

Il rapporto madre-figlia mi appare come il continente nero del continente nero. Il punto più oscuro del nostro ordine sociale, non conosco donna che non soffra nelle sue relazioni con la madre. E questo dolore si esprime quasi sempre con pianti, grida, somatizza-zioni. Traduce un silenzio tra madre e figlia e un’incapacità ad identificarsi (di identificazione). Per quanto la figlia cerchi un’immagine, sia simile che differente, nella madre, si trova di fronte ad uno specchio vuoto.

La madre è assente e insieme troppo presente. C’è tra madre e figlia/o una relazione di ricatto, anzi di potere: “ti dò da mangiare quindi posso avere un diritto di controllo sulla tua vita”.

La maggior parte di noi ha sofferto di essere superprotetta dalla madre. Cosa che le paralizza, come le loro madri a loro volta… Infatti questo investimento corrisponde ad una funzione materna prescritta e colpevole e non ad un rapporto di amore e di desiderio tra due persone. Funzione materna spersonalizzata, funzione astratta in cui il potere, ormai, è senza limiti. Manca l’immagine singolare di una donna che è anche madre. Donde i fantasmi minacciosi legati alla funzione materna. La paura di cadere in un abisso, di oscurarsi, infossarsi nel buio, di entrare in un universo di magia. Ciò evoca, indubbiamente, la regressione “in utero”, ma soprattutto il fatto che 11 si tocca una parte immersa del sociale, che è carente di linguaggio e di simbolizzazioni.

Poiché la figlia-madre si trova assimilata ad una terra oscura dove ha luogo la riproduzione e il ritorno dopo la morte. Funzione ancora una volta priva d’identità particolare.

In questa società una donna non cessa di essere proprio quando diventa madre? Come potrebbe essere diversamente? Quando rifiuta il ruolo materno si trova di fronte al nulla…

Al fondo manca una genealogia di donne. La cellula familiare che noi conosciamo funziona sulla triade padre, madre, figlio. Il suo fine è la produzione, la riproduzione, la trasmissione dei beni. La figlia appare là come il pezzo mobile, la moneta di scambio. Non trasmette né il cognome del padre né il patrimonio culturale né i beni (salvo eccezioni). Sarà quindi strappata alla sua famiglia, a sua madre per assicurare la genealogia del suo marito-padre. Ristabilendo una genealogia di donne si mette in questione l’ordine patriarcale. Noi, figlie, dovremmo sollecitare la donna nelle nostre madri. Pur contestando un asservimento tradizionale alla maternità, rischiamo di rientrare nei vicoli ciechi della tradizione se non ci curiamo di più di liberare il rapporto madre-figlia. La qual cosa potrebbe spiegare gli intoppi, le paralisi, la rivalità tra donne, che fanno il gioco del potere. Certo, abbiamo parlato tra di noi delle nostre madri. Dialogare con loro, è un’altra cosa… Un luogo in più dove dobbiamo articolare il privato in politico. Questo caratterizza le nostre lotte. E non si tratta, per noi, di farsi chiudere nell’alternativa: o militante o madre, o liberazione delle donne o regressione nel ruolo materno tradizionale.

Però nel movimento delle donne il problema della madre è emerso quando il”movimento” ha potuto giocare anche il ruolo di madre di compenso.

Si conosce da sempre questa funzione sostitutiva. Per una figlia, l’unico modo di situarsi nei confronti della madre sarebbe avere dei figli. Insomma di arrivare al suo posto, di prendere il suo posto (Freud dice che la bambina si scosta dalla madre, la “odia”). Come potrebbe essere diversamente in una genealogia esclusivamente patriarcale? Ma ciò significa che il rapporto da figlia a madre “abortisce”, che la figlia “abortisce” nella sua identità sessuale. Non le resta che un mimetismo cieco e non una relazione di somiglianza e differenza.

E il problema del cibo in tutto questo?

In questo rapporto materno il cibo sostituisce spesso il linguaggio. Ti do soltanto da mangiare invece di darti anche la parola e le immagini. Ci si potrebbe interrogare sul rapporto tra questa funzione di nutrice muta e una società di consumi. Non c’è forse sotterraneamente la relazione tra qualcuna che si dà in pasto agli altri e li lascia in un consumo cieco di sé?

il lutto dell’onnipotenza materna

Ne L’una non si muove senza l’altra” esprimi il desiderio di una reale dualità tra madre e figlia, che siano, cioè, due soggetti liberi ed autonomi? Com’è possibile se le nostre madri rifiutano spesso il dialogo quando, per esempio, parliamo di sessualità?

In effetti non è semplice. Si fa molto lentamente. Noi stesse esitiamo e loro non rispondono subito. Quanti tabù pesano ancora su tali scambi! Non è mai troppo tardi per superarli. Ma parlare con la propria madre come ad una donna presuppone di fare il lutto all’onnipotenza materna. Accettare cioè che la propria madre non sia la protettrice sempre presente, l’ultimo sostegno amoroso, il rifugio contro l’abbandono. Questo permette di stabilire con lei dei legami di reciprocità in cui lei potrà, eventualmente, sentirsi anche figlia. Non è semplice. Sono colpita della quasi impossibilità di una figlia di portare il lutto alla propria madre. Come se la morte dell’una fosse la morte dell’altra.

Perché la madre non è una qualunque. E’ una che mi ha dato la vita, che mi ha nutrita, con la quale ho avuto il mio primo contatto fisico.

Sì, ma questo rapporto è quasi sempre vissuto come passivo e muto. Manca di scambi, di gesti e di parole che lascerebbero ed anche darebbero all’una e all’altra la mobilità della propria vita.

Non bisognerebbe quindi sostituire il “liberiamoci dalla madre” con il “liberiamoci dal padre”?

No, ma piuttosto “liberiamoci con le nostre madri”. Condizione indispensabile per la nostra emancipazione dalla autorità del padre. Finché non ci saranno delle relazioni armoniose tra figli e madri, tra madri e figlie, tra donne, colui che metterà l’ “ordine” — e quanto repressivo! — in questo rapporto oscuro e passionale, sarà il padre. Arrogandosi il monopolio di diritto divino… La relazione madre/figlia figlia/ madre costituisce un nucleo estremamente esplosivo nella società. Pensarla, cambiarla, significa scardinare l’ordine patriarcale. I movimenti delle donne hanno girato attorno a questo problema e iniziano appena ad affrontarlo.

le lotte delle donne sono appena iniziate

Va molto di moda oggi essere antifemminista e dire “il femminismo è finito”, cosa ne pensi?

Così come si è “consumata” la donna si consuma ora la fine della lotta delle donne. E’ nell’aria, bisogna pure che certe persone pubblichino i loro libercoli e prospettino come tira il vento, cosa funzionerà nei media. E’ finito il femminismo? Mi sembrerebbe molto più giusto dire che le lotte delle donne sono appena iniziate. Quanto alla “parola” femminismo, non ne farei un fine. Non è un nuovo torchio in cui le donne rischiano di farsi stringere? Un “ismo” in più che nutre le dispute dannose e ci dilania?

Sì, ma siamo oggi in una situazione paradossale: da una parte le attività delle donne si sono moltiplicate in questi ultimi anni, Ci mettiamo a fare ciò che non potevamo (o poco) fare prima. E in maniera massiccia. Nello stesso tempo c’è un senso di crisi, di difficoltà a portare avanti un certo tipo di lotte, ad avanzare, tanto più che il recupero nel “femminismo” riformista, ugualitario va molto veloce.

Prima, ci sono delle realtà sociali evidenti. Tanti hanno interesse a che si dica “Basta con le lotte delle donne!”. La crisi economica, la disoccupazione, la flessione demografica provocano un certo tipo di discorso. In sostanza: “Tornate a casa e state buone”. Bisognerebbe quindi domandarsi se la “crisi” interna al “movimento” non sia prescritta dalla crisi socio-economica generale e in quale misura le donne analizzano questi fattori determinanti. Il «movimento» dovrebbe forse rivolgersi di più all’intera società, interpretare quel che accade e individuare quale è oggi l’azione da intraprendere. Paradossalmente il movimento benché collettivo è stato a volte troppo individualista. Non si è ancora sufficientemente pensato nella sua dimensione sociale, economica, politica. E quando lo ha fatto era spesso ricalcato su schemi di lotta non specifici delle donne. Per le donne le lotte private e pubbliche sono inscindibili. Scinderle non ha senso. Conviene per qualcuno… D’altronde quando c’è crisi alcuni strati sociali pagano più di altri. Le donne per esempio… Quando c’è “urgenza”, i loro problemi sono di nuovo rimossi, disconosciuti, seppelliti sotto realtà apparentemente più pressanti. Da dove nascono le oscillazioni della loro storia? Emergono poi scompaiono? Non dovrebbero imparare a vietarsi di portare il peso delle crisi? Anche con la proiezione su di sé di ciò che non va. Meccanismo secolare che dovremmo oggi decodificare molto presto. Ma c’è una cosa che circola troppo tra di noi: il pessimismo e il senso di colpa. La paura di non essere abbastanza “pure”! O di imbattersi in vicoli ciechi. Come se tutte le lotte e tutti i regimi non ne conoscessero! Abbassano la testa per questo o proclamano sfrontatamente che tutto va per il meglio? Bisognerebbe veramente liberarci della vergogna. Ed anche essere di più nell’affermazione e nell’offensiva. Il movimento ha spesso risposto in modo reattivo agli avvenimenti. Era forse inevitabile in un primo momento. Sarebbe ora di passare ad un’altra tappa. Imparare a prevedere…

non ci sono rotture abbastanza radicali con le istituzioni

Ma noi crepiamo delle nostre “crisi” e dei nostri “impasse”. E bisognerebbe pure riconoscere che un certo numero di attacchi contro il femminismo o il movimento delle donne non si potrebbero fare oggi se non si appoggiassero su degli elementi di “verità”. Tu hai parlato dell’aspetto difensivo del movimento, si potrebbe dire anche che c’è stato un fenomeno di istituzionalizzazione. Cosa non solo vera per i movimenti delle donne, ma anche per il “gauchisme” in genere. Diciamo che abbiamo anche riprodotto quello contro cui lottiamo.

Non ci sono state rotture abbastanza radicali con le istituzioni, è vero. Dietro il desiderio di fare un grande giornale, di diventare una casa editrice in proprio, di ottenere questo o quel posto, di sposarsi e fare dei figli, ci può es-

sere una formidabile nostalgia di “ritorno a casa”. Il peso dell’istituzione è stato ancora sottovalutato, ma si potrebbe dire anche che le donne si sono troppo poco preoccupate di creare delle staffette, dei rapporti, dei modi nuovi di organizzazione tra di loro. Ho già parlato della necessità di ristabilire la nostra discendenza e ascendenza. Con le nostre madri, le nostre nonne e tutto il nostro passato culturale e militante che esiste e che i nostri “maestri” non ci hanno mai insegnato. Ma c’è anche la chiusura in gruppi, in città, in classi sociali, in nazioni.., Certo delle reti funzionano già, ma dovrebbero essere rinforzate. Lotte decentrate. Abbiamo molto da imparare le une dalle altre. Incoraggiarsi, sostenersi tanto anche. Un certo modo di azione è oggi scaduto? Forse. Non ha importanza! Tanti altri stanno nascendo, E’ piuttosto divertente osare di seppellire le lotte delle donne. Non sono mai state tanto vive, in tanti luoghi, sotto tante forme diverse. Queste enunciazioni arrivano tra le altre da ambienti intellettuali sofisticati e sempre avidi dell’ultima novità. Oggi le donne sono meno schiavizzate dalla società?

le leggi accettabili e vivibili dalle donne

Facciamo un esempio preciso, quello dell’aborto. Nel mondo intero si constata una regressione o per lo meno un tentativo di regressione quando si tratta di liberalizzarlo. Di fronte a questo c’è ancora poca mobilitazione anche se ricominciano discussioni e riunioni.

Certo bisogna riprendere le campagne, le azioni. Ampliarle, internazionalizzarle. E’ stremante chiedere ancora e ancora gli stessi diritti tutto sommato elementari. Rispondere alle stesse domande, dissipare gli stessi malintesi, rifiutare le intenzioni che ci vengono attribuite. Riaffermare che non si tratta di vietare alle donne di avere dei bambini, né di dissuaderle. Semplicemente di permettergli di avere i figli che desiderano o che possono avere. Senza essere, per questo, penalizzate legalmente, economicamente, dall’immagine di sé che la società gli rimanda. C’è ancora bisogno di ripetere — quanta pazienza! — che una donna non va mai ad abortire a cuor contento; che se “dimentica” di prendere la pillola è perché non si sente abbastanza valorizzata nella sua vita sessuale e che, da secoli, la sua pancia, il suo corpo, il suo godimento hanno avuto valore solo se erano sottomessi alla riproduzione e al ruolo materno. Non dobbiamo lottare solo per far passare delle leggi, perché siano applicate e applicabili, ma anche perché siano accettabili e vivibili dalle donne. Quante di loro sono andate a farsi karmanizzare nella solitudine e nell’angoscia da quando è passata la legge Veil? Ed a quale prezzo!

Al di là dell’aborto e della contraccezione rimane il problema della sessualità…

I problemi sessuali sono ancora insufficientemente affrontati tra di noi. Ogni volta che ci si ritrova, specialmente sui problemi della contraccezione e dell’aborto, non sarebbe inutile parlare della propria sessualità! Dividere le nostre difficoltà, capire come i nostri desideri sono stati sottomessi ad un aborto nella nostra vita di bambina e continuano ad esserlo nella nostra vita di donna.

Osare dire le difficoltà incontrate nella realizzazione dei nostri piaceri, dei nostri godimenti, dei nostri amori, è già sdrammatizzare. Ma di nuovo non restiamo reattive… Scoprire positivamente l’immaginario e il linguaggio dei nostri desideri è molto più appassionante. Non aspetteremo ancora che gli esperti ci facciano la lezione; medici, sessuologi ecc. O ancora che si accusino le nostre madri di essere state il pilastro del fascismo! Erano al potere? Avevano peso nella scelta di un regime? Tanto vale ammettere allora che l’ordine patriarcale che non lascia alle donne altra funzione e valore che la maternità, è potenzialmente fascista. E che alcuni patriarchi ne hanno approfittato e ne approfittano ancora.

Si tratterebbe allora soltanto dei benefici secondari dell’oppressione…

L’oppressione deriva da un uso gerarchico delle differenze. La differenza esiste. Differenza di razze, di tradizioni, di classi, di sesso… Come negarlo o rinnegarlo? Il problema è che la differenza è sempre stata usata come strumento di subordinazione e di asservimento. Ma affermare la differenza non ha niente a che vedere con qualunque razzismo, tutt’altro. E’ togliere ai maestri il diritto di fare delle leggi valide per tutti e per tutte, in tutti i tempi, in tutti i luoghi. Perché queste leggi, cosiddette universali, sono soltanto quelle di un gruppo al potere, quelle dei “più forti”. Probabilmente bisogna essere tra i più “deboli” per percepire il carattere repressivo di tali leggi! Quando le donne rivendicano il diritto alla differenza, chiedono di non essere soggiogate ai modelli maschili, o, più precisamente patriarcali, che le paralizzano e negano la loro identità sessuale, sociale e culturale. Perché tante resistenze a sentire di che cosa si tratta? E’ sordità deliberata per perpetuare l’ordine stabilito? E’ una conseguenza di rimozioni e censure secolari? Oppure un effetto della… differenza?

Lettura di Luce Irigaray in: G. Gagliardo “Maternale”, Milano 1978, Ed, delle Donne.

Pag. 118 Op. CU.

Pag. 117, Op. Cit.