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psicanalisi lavoro nero

settembre 1977

noi ci siamo incontrate nello studio di un famoso psicanalista nonché «sinistro» uomo di cultura qualche mese fa: non eravamo pazienti del suddetto nella sala d’attesa, né aspiranti analiste a nostro turno in analisi, bensì le segretarie, le dattilografe, le redattrici, che, con un lavoro umile fatto tutto di tanti pezzettini, contribuivano nell’ombra alla fama del «divo». Il nostro incontrarci è stato casuale mentre niente nel lavoro che dovevamo svolgere era casuale: né la scelta del personale di servizio, né le varie funzioni, né l’organizzazione dei rapporti. Arrivata lì dentro ognuna di noi soggettivamente si è sentita estremamente gratificata del tipo di lavoro così «interessante»: a non dover trattare di, chissà, fotoliti o laminati plastici, ma di casi d’isteria e (il nostro è di sinistra) di analisi del potere. Ammesse quindi in un sacrario della cultura, osservavamo ligie tutte le regole: il monacale bisbiglio, il divieto di fumare, la somma diffidenza verso le altre collaboratrici, il rispetto della gerarchia.
Pochi mesi ci sono serviti a buttare all’aria questo assetto ben confezionato, a capirne i meccanismi di sfruttamento, a conoscerci tra di noi per arrivare ad una stretta solidarietà che oggi vuol significare una solida presa di coscienza e il desiderio di veder crescere la lotta al lavoro nero.
Se vogliamo non è stato difficile perché il «nostro» (per non restare nell’anonimato il prof. Armando Verdiglione, all’anagrafe Verdiglione Armando, meglio noto come Vermiglione), ha proprio esagerato, soprattutto nel credere che in uno studio di tutte donne funzionassero le leggi della sottomissione e sudditanza al padre-padrone (lui in questo caso), della rivalità tra di noi (in gara per apparire la più brava ai suoi occhi) e del rispetto dei ruoli statisticamente fissati.
Ha creduto insomma che la sua bella costruzione piramidale funzionasse, senza tener conto che politica e femminismo potessero diventare per noi un prodotto culturale, teoria mummificata dei Sacri Testi, ma realtà di vita e di lotta. Cominciamo daccapo: Al vertice della piramide, punto nei cieli, c’era (e ahimé lassù c’è ancora) l’onnisciente, che mai interviene direttamente se non per distribuire gratificazioni o condanne, zuccherini o bastonate, secondo la più antica e sperimentata logica padronale.
Questo vertice ha disposizione un canale di trasmissione col basso: una classica figura materna: la signorina capo, che, beatificata dall’intimità col Dio, si assume di buon grado il compito di trasmettere gli ordini del capo supremo; ella controlla, ordina e separa accuratamente: conosce bene ogni sua creatura, sa quali tecniche di convincimento usare, punisce le trasgressioni, utilizza razionalmente le capacità di ognuna, assegna dei ruoli precisi affinché lo sfruttamento sia più efficiente e, soprattutto, incontestabile. Possiede il massimo di cultura dopo l’onnisciente e ne dispensa parsimoniosamente alle figlie maggiori.
Esse sono le redattrici possibilmente laureate cui assegna compiti di responsabilità: correggere le bozze, mascherando l’odiosa meccanicità del lavoro in sommo diletto spirituale nel poter accedere ad un prodotto semifinito: il quasi-Sacro-Testo.
Sempre ella sa che le segretarie sono invece più ignoranti e le «appaga» mettendone in luce le capacità meccaniche: battere a macchina, rispondere al telefono, compilare schedari ecc., frustrando però la pretesa, (secondo il suo educativo giudizio troppo ardita per una persona educata e che sa stare al suo posto) di accedere al linguaggio cifrato delle alte sfere. Le segretarie battono a macchina dotte disquisizioni e attacchi contro la società che aliena, lavorando a pezzi, a brani, senza capire a volte nemmeno il significato delle parole perché, naturalmente, non è compito di nessuno la dentro socializzare qualsiasi cosa (figuriamoci poi la conoscenza: siamo sul lavoro, perbacco, e il professore fa il genio, non il pedagogo). In questa discesa dal vertice (visto che, purtroppo, da lì abbiamo cominciato la nostra analisi, ma solo perché così è più facile) si arriva naturalmente alla base; e, nel microsomo dello Studio del Professore, la base è la «piccola», la fattorina, la quale viene indicata come una bestiolina, ignorante, sprovveduta, certo comunque adattissima a fare su e giù dai tram, tutte le code agli sportelli pubblici nelle ore di punta, e via discorrendo, mentre la signorina capo affannosamente spera che «la quale» capisca almeno dove deve dirigersi, visto che il suo bieco Istinto animale le suggerisce ben poco! Eppure è certamente mistificante parlare di verticismo, di sfruttamento, laddove il capo supremo ha stabilito il livello massimo di egualitarismo: quello salariale!
Eh sì, certe divisioni possono sembrare oppressive solo ad una mente distorta: invece queste donne vengono considerate tutte eguali: nessuna ha un libretto di lavoro (certo niente divisioni su questo punto!) e 200.000 lire al mese sono lo stipendio di tutte: perché tutte hanno uguale valore e uguale riconoscimento (e forse uguale assenza di bisogni, visto che oggi, con 200.000 lire al mese – pagato casomai l’affitto — ben pochi bisogni possono essere soddisfatti).
Comunque, se questa è forse l’organizzazione di un qualsiasi ufficio o studio in tutto il mondo dove il lavoro intellettuale è una ben remunerata professione maschile e le segretarie sono forza lavoro di poco pregio, quello che vogliamo denunciare, oltre alla necessità sempre più concreta e urgente di una lotta su questo fronte, è lo sfruttamento esercitato nei fatti da parte di chi in teoria si proclama democratico e radicale uomo di cultura. Come è possibile che si determini da un lato un’apprezzata produzione intellettuale, il riferimento alle correnti più avanzate della psicanalisi, il rispetto di studiosi che ci sembrano di limpida fama, e dall’altro un comportamento che tocca i limiti non solo dello sfruttamento, ma anche del più squallido maschilismo (ah, a proposito di ismo, vogliamo metterci anche arrivismo?)? Eh, maschilismo, sì, perché possono diventare evidenti tutti quegli aspetti che hanno colpito noi proprio in quanto donne; vermiglione, forse sottilmente erudito proprio dalla sua scienza psicanalitica, si serve specialmente di donne; per poter esercitare un bel doppio ricatto.
Quello economico, perché tutte noi eravamo disposte a lavorare per 200.000 al mese, visto che l’alternativa è rimanere eternamente a casa o in attesa perenne di occupazione, e perché eravamo obbligate a fare continui pesanti straordinari serali e festivi che, a rifiutarli, avrebbero significato «mettersi in cattiva luce» quindi farsi licenziare, cosa facile se non si hanno libretti di lavoro e se stuoli di donne «rivali» sono disposte a prendere il nostro posto.
Quello più strettamente individuale e personale: spieghiamoci: Patricia, per esempio, è straniera di origine e quindi ancora insicura della propria posizione in Italia, incerta soprattutto della propria produzione linguistica in una lingua non madre (anche se parla benissimo l’italiano): ecco per vermiglione una segretaria plurilingue, 200.000, senza libretti: bel colpo! Maria Luisa è laureata in lingue e con una buona esperienza redazionale, ma ragazza madre, e quindi la figlia a carico e la stigmatizzazione sociale hanno fatto buon gioco nel costringerla ad accettare la stessa situazione, altro en plein!
Cinzia e Ornella, esempio fulgido: due sorelle giovanissime, provenienti da una famiglia proletaria dove l’aver sistemato le figlie femmine, così giovani, per uno stipendio relativamente considerevole, le rende assolutamente suddite: tutto il rapporto di lavoro viene regolato tra la madre, il padre e il padrone: un ufficio di collocamento da far invidia ai preti! Vanna viene dall’hinterland e Laura viene dalla provincia: recentemente inurbate potrebbero sembrare disposte a tutto pur di ottenere la «onorata cittadinanza», se poi, in realtà, questo famoso «tutto» è una domanda in carta semplice da presentare all’ufficio anagrafe — che viene sempre accettata — questi non sono interessi di vermiglione.
In questa situazione non c’erano limiti allo strapotere del prof, vermiglione: ci siamo sentite chiamare ignoranti, stupide, cretine e persino puttane (per la cronaca riportiamo uno dei fatti precisi: telefona un amico a una di noi, del tutto occasionalmente, per una comunicazione urgente; risponde per caso vermiglione. Interrompe la comunicazione, chiama l’interessata e «gentilmente» la prega. di «fare la puttana fuori dallo studio» e non farsi chiamare lì).
Però in quei pochi mesi qualcosa è cambiato: tra di noi il giudizio del capomaschio non è passato come imperscrutabile e insindacabile, né ci siamo affatto lasciate convincere che eravamo ignoranti, stupide, cretine o puttane e neppure che eravamo diverse gerarchicamente, in scala di valori.
Parlandoci e comunicando fuori del lavoro — e, a volte (viva la faccia!) anche durante il lavoro — abbiamo capito che insieme potevamo elaborare una specie di sapere e di capire più esteso e più fortificato che non solo, in quanto solidarietà, ci risollevava dal Giudizio Supremo (esercitato sempre e quotidianamente per stabilire l’oca di turno, la maleducata, la brava, ecc.) ma che ci poteva dare la forza per combatterlo. Tra dicembre e gennaio Babbo Natale ci ha portato licenziamenti a catena, perché intanto per il professore la festa era finita (il suo megacongresso sulla follia) e doveva finire quindi anche il superlavoro sottopagato per le segretarie divenute obsolete nel ciclo
della produzione della Cultura di sinistra (lacaniana, bien entendu…). Prima Vanna e poi Patricia e poi Laura…
Il licenziamento è una simpatica prassi tutta ben gestita dall’alto del cielo più alto: una mattina si va al lavoro, come sempre e, dopo mezz’ora, si è chiamate ad un breve colloquio privato cól capo, il quale ha già deciso… resta solo da uscire così, senza far rumore. Non è naturalmente consentito in quel momento prevedere ohe fuori dallo studio la vita possa continuare o anche soltanto salutare le altre, né rivendicare un risarcimento economico… se il lavoro è nero, è nero. Classico licenziamento di una segretaria. Ma le segretarie Vanna e Patricia (forse, chissà, proprio perché segretarie), avevano già preso nei loro libricini i rispettivi numeri di telefono e si sono chiamate, e le notizie sono volate, Laura licenziata è stata chiamata, chiamate su per il filo le «vecchie licenziate», Marie France, Michela (tra le tante, quelle rintracciabili…). Insomma, dalla «licenziata» al «gruppo delle licenziate». E c’è una bella differenza; se la licenziata si sente triste, sola, impotente, senza soldi, senza grinta… il gruppo delle licenziate si sente sul sentiero di guerra e pertanto fa le riunioni per decidere la tattica della guerriglia. Già le riunioni in sé sono un colpo infetto alla società dei licenziatori, perché funzionano da controinformazione, da autocoscienza, da eterocoscienza (… si può dire, coscienza dell’altra…?), da inter-coscienza.
Poi il gruppo delle licenziate prende delle decisioni contro il licenziatore. Abbiamo deciso vendetta. E attraverso il sindacato abbiamo intentato causa e vogliamo i nostri soldi, quelli che non ci ha dato quando ci faceva lavorare illegalmente. (Pettegolezzo: è forse con quei soldi che i licenziatori in genere e i lacaniani nella fattispecie si comprano le ville o gli studi moquettati?) e abbiamo deciso di scrivere alle altre donne quel che sappiamo su Vermiglione, che nella facciata ufficiale appare come un grande luminare (vedi articoli sul Giorno, Messaggero, Epoca, ecc, ai tempi del congresso sulla follia, 1-4 dicembre 1976) che scrive i distillati speciali della Sum-mae Phsicanalysorum. Così volevamo dire quelle due o tre cose che sappiamo di lui. Ciao.


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