ESTERO

essere donna in apartheid

“ricorda le nostre donne in prigione
ricorda le nostre donne nei lunghi anni di lotta
ricorda le nostre donne per i loro trionfi e per le loro lacrime”
(da “women’s day song”)

marzo 1982

Sud Africa: una società completamente divisa, in cui costantemente si pone l’accento sulle differenze tra la gente, mai su ciò che ha in comune. Al momento della nascita la vita di una persona è già determinata, in base al colore della pelle, in base al sesso. perché parlare di donne in apartheid? perché la donna nera è doppiamente discriminata, come nera e come donna, soggetta alle rigide disposizioni dell’apartheid e alle norme consuetudinarie della tribù di appartenenza. Da lungo tempo ci si è accorti che il rapporto tra liberazione delle comunità oppresse e liberazione della donna è un rapporto irrisolto e che gli stessi uomini delle minoranze oppresse opprimono le loro donne. È questo d’altronde un meccanismo ben noto: chi è costretto a vivere in un mondo non suo, in cui è emarginato, tende poi a prendere posizioni arroganti nel mondo che gli appartiene, che vede come più propriamente suo. La donna sudafricana nera inoltre ha per tradizione il ruolo di nutrice dei figli. Deve occuparsi del loro sostentamento ed il carico di lavoro a cui deve sottoporsi è a livelli inumani. In una società stratificata come quella sudafricana, la donna nera occupa dunque lo strato inferiore e non dispone di alcun diritto se non quello di piangere o di lottare.
Apartheid: vengono agli occhi immagini di ville lussuose e di quartieri miserabili, autobus per neri e autobus per bianchi, panchine per neri e panchine per bianchi, miniere d’oro, campi di golf, rivolte, Soweto…

Ma che cosa significa la parola apartheid?
L’abbiamo chiesto a Hilda Bernstein, artista, scrittrice bianca, nata e vissuta a Johannesburg per 30 anni, esule in Gran Bretagna, con il marito e i quattro figli, fin dal 1960.
È una questione lunga e complessa. Cercherò di essere quanto più concisa possibile. L’apartheid — che è il termine che i neri usano in senso dispregiativo, mentre i nazionalisti bianchi lo chiamano “sviluppo separato” — non è una ideologia. L’ideologia non deriva dall’apartheid ma ne è, in un certo senso, il pretesto. Secondo questa ideologia il Sud Africa non è un paese multinazionale, come la Svizzera o il Canada. C’è una comunità bianca, binazionale e bilingue (inglese e olandese) che possiede l’87% del territorio (con una popolazione del 17%, pari a 4,5 milioni di abitanti) e una comunità nera suddivisa in nove nazioni differenti a seconda della lingua: Zulù, Swazi, Sotho, Venda e così via. Secondo questa teoria ognuna di queste cosiddette nazioni ha il suo territorio detto Bantustan (“Homeland” è il termine usato dai nazionalisti bianchi). I neri sono obbligati a vivere nel proprio Bantustan, ma possono andare a lavorare in città per i bianchi. La contraddizione nel sistema sudafricano consiste nel fatto che nelle città è necessaria la manodopera nera a buon mercato e quindi è necessario conciliare la segregazione geografica con l’integrazione economica. Per raggiungere questo obiettivo hanno dichiarato che tutti i lavoratori neri sono immigranti. In alcune città, in particolare a Johannesburg, che è il centro della zona industriale, moltissimi neri (un milione circa) vivono con le loro famiglie nei sobborghi della città nel quartiere dì Soweto. Ma questo è un caso particolare. Il resto della popolazione deve risiedere nei rispettivi territori e quando gli uomini emigrano, debbono lasciare le loro famiglie. Di conseguenza marito e moglie sono permanentemente separati.
A meno che la donna non sia una lavoratrice domestica deve vivere nel territorio della sua tribù. E questo per legge. Il Primo Ministro ha dichiarato che “i lavoratori neri non debbono essere gravati da pesi superflui quali le mogli e i figli, che non siano in grado di lavorare”. In base all’articolo 10della legge che regola il sistema di apartheid, i neri possono vivere nelle aree urbane solo se rispondono ad alcuni requisiti estremamente severi… La maggior parte della popolazione africana non è in possesso di questi requisiti. In ogni caso è superiore il numero degli uomini che risponde ai requisiti rispetto alle donne in quanto una delle condizioni è l’anzianità di servizio presso un datore di lavoro. Dal momento che la maggior parte delle donne in città prestano servizio come domestiche e spesso abbandonano il lavoro per tornare dai genitori quando aspettano un figlio, è raro che abbiano una lunga anzianità di servizio.
La legge sulla residenza discrimina le donne anche in altri modi: le donne non hanno diritto ad affittare una casa in città e se diventano vedove o divorziano o si separano o semplicemente vengono abbandonate, perdono la casa rischiando così l’espulsione e il trasferimento in un Bantustan, che spesso non è il loro d’origine. Per il fatto poi di essere “casalinghe” possono facilmente essere definite “Bantu senza attività” e trasferite d’autorità.
Gli africani non sono soltanto allontanati dalle zone bianche verso i Bantustan, ma nel quadro di complesse procedure di raggruppamento vengono spostati da un Bantustan all’altro. Una scrittrice inglese, Barbara Rogers, ha calcolato che fino al 1976, 6.7 milioni di africani sono stati spostati a forza e che in base al piano nazionale in fase di realizzazione altri 7,7 milioni saranno costretti a lasciare il luogo di nascita.
Considerato che nel 1976 i neri erano 19 milioni ci si rende conto delle dimensioni di queste emigrazioni forzate.
E le donne sono le prime ad essere colpite da questi trasferimenti. Scrive Hilda Bernstein nel suo libro For their triumphs for their tears: Il trasferimento forzato è un’esperienza amara e terribile. Si lasciano case urbane con qualche comodità, si lasciano quei pochi servizi disponibili: scuole, negozi, trasporti pubblici, ospedali… si lasciano gli amici di una vita. Oppure si deve lasciare una terra ancestrale dove tutta la famiglia viveva unita. Le donne devono partire per zone aride e sperdute, in regioni spesso desolate, verso agglomerati di baracche tutte uguali, con i tetti di lamiera che non proteggono dal sole o addirittura verso accampamenti di tende. Lo stupore colpisce l’animo: subentra la rassegnazione di fronte a difficoltà insormontabili; le malattie decimano i più deboli; la morte… il peso di tutto ciò è sopportato dalle donne”.

Cosa succede alle donne che rimangono in città e non lavorano come cameriere? Com’è la loro vita? Ho sentito che vivono in ostelli…
Ad Alexandra hanno sperimentato un nuovo sistema. Era un grosso agglomerato suburbano caratterizzato dalla animazione e vitalità tipiche delle zone portuali.
Il governo improvvisamente ha deciso di abbattere tutte le case esistenti ad Alexandra per costruire al loro posto ostelli per persone sole. Hanno costruito ostelli per uomini e ostelli per donne. Ma si tenga presente che questi uomini e queste donne non sono affatto scapoli o nubili ma molto spesso sono sposati e hanno una famiglia. Ciononostante sono stati dichiarati “non sposati” e costretti a vivere negli ostelli in condizioni non dissimili da quelle di una prigione. Ci sono misure di sicurezza e cancellate di ferro che in caso di disordini possono essere chiuse.
Alle donne non è consentito tenere i figli né ricevere le loro visite, a meno che non abbiano un permesso speciale. In ogni caso i bambini non possono mai dormire con la madre. Allo stesso modo mogli e mariti non possono dormire insieme se uno dei due lavora come domestico in casa di un bianco.
È questa una norma particolarmente crudele che tra l’altro ha portato conseguenze gravissime per i bambini nati in tali circostanze. I figli alla nascita Vengono mandati nel Bantustan ed è una zia o la nonna a prendersi cura di loro. Inoltre, non essendo possibile avere
relazioni continuative, dato che vengono impedite o distrutte dal sistema, le nascite di bambini illegittimi stanno diventando la norma. A Durban nel 1970 tra il 59 e il 64% dei bambini africani erano illegittimi; a East London tra il 50 e il 68%. Un numero crescente di bambini viene abbandonato. Come scrive un sociologo sudafricano “sono questi i figli del risentimento e delle privazioni: privi di affetto e di nutrimento sufficiente”.

Com’è la vita delle donne nei Bantustans?
E quasi impossibile da concepire. Le riserve, i Bantustans sono completamente tagliati fuori. Un giornalista non può andarci senza un permesso speciale che non è facile ottenere. E quindi assai difficile che la gente qualunque possa sapere come si vive nelle riserve. Il problema consiste nel fatto che la fetta di territorio sudafricano destinata al popolo africano corrisponde al 13% della superficie totale ed è la parte più povera del paese. Tutte le zone urbane e industriali, le città, i porti, le strade, le ferrovie si trovano nella parte di territorio riservata ai bianchì. Quindi si manda la gente il più delle volte in un territorio desolato e sottosviluppato. Li una donna deve vivere sola, spesso col peso di diversi figli e dei genitori suoi o del marito. Può darsi che il marito le mandi qualcosa se lavora in città, ma i salari sono così bassi… Quelle che ricevono denaro dal marito sono delle privilegiate, anche se costrette a vivere da sole e assai spesso in una parte del paese che non hanno mai visto prima. D altra parte se è stata dichiarata cittadina di quella particolare area non ha scelta. La terra scarseggia, inoltre una donna per norma consuetudinaria non può possedere in proprio un podere. Solo se è vedova ne ha diritto. A volte le donne trovano lavoro come domestiche presso i bianchi che lavorano nella zona o come lavoratrici agricole stagionali in qualche azienda di proprietà dei bianchi, ma le possibilità di occupazione sono scarsissime.
Nei Bantustans non esistono quasi servizi sociali: poche scuole, qualche ospedale. La pellagra, il rachitismo, lo scorbuto sono malattie endemiche. La tubercolosi ha un’incidenza cinque volte superiore a quella dei bianchi. Il 50% dei bambini ricoverati in ospedale soffre di denutrizione così grave che un quarto dei ricoverati muoiono. E questo in uno dei paesi più ricchi del mondo.

E l’istruzione? Le ragazze possono seguire corsi di preparazione tecnica o professionale?
Non esiste praticamente alcuna istruzione di questo tipo per le ragazze. Quelle più fortunate che riescono ad avere un’istruzione migliore hanno due strade aperte: fare l’insegnante oppure fare l’infermiera. In entrambi i casi il loro salario è inferiore rispetto a quello delle insegnanti o delle infermiere bianche ed anche rispetto a quello degli insegnanti o infermieri neri. La stragrande maggioranza delle donne è però occupata nel settore agricolo o come lavoratrice domestica. Nelle altre attività lavorative non ci sono praticamente donne. Ci sono alcune insegnanti, come ho già detto e alcune infermiere, ma non ci sono donne medico, architetto, avvocato. Le donne sono praticamente assenti nei più alti gradi del sistema scolastico.
Le università per i neri sono aperte naturalmente anche a loro ma il numero delle donne che frequentano l’università è molto basso. Inoltre si tratta di università segregate che spesso non offrono un curriculum completo. Le donne nere in Sud Africa sono dunque oggetto di una doppia discriminazione: in quanto nere e in quanto donne. Queste due forme di discriminazione si intrecciano tra di loro e quindi, a differenza di altri paesi, le donne sudafricane non possono battersi solamente in vista di una riforma dei diritti individuali e per l’abolizione del regime di apartheid, in quanto questa riforma non comporterebbe l’emancipazione delle donne a meno di non essere accompagnata da uno smantellamento delle società tribali, dall’apertura di possibilità di accesso all’istruzione, dall’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, nelle professioni più remunerative e in particolare nel settore del pubblico impiego. Fin quando non saranno rimosse queste barriere non si potrà parlare di eguaglianza per le donne del Sud Africa.

A Mavis Nhlapo, Segretaria della sezione femminile dell’African National Congress, esule in Zambia dal 1976, abbiamo chiesto qual è stato il ruolo delle donne nella lotta politica contro l’apartheid e in che modo le donne si sono organizzate nel passato e si stanno organizzando ora.
Il ruolo delle donne in Sud Africa va visto nel contesto generale delle lotte politiche condotte dal nostro popolo a partire dal 1652 quando l’invasore bianco venne nel nostro paese. Naturalmente all’inizio le donne hanno preso parte alle normali dimostrazioni, alle normali campagne di resistenza organizzate nel paese. Ciò, naturalmente, prima che fosse organizzata una vera e propria forza di resistenza. Dopo il 1912, anno di fondazione del Congresso Nazionale Africano, le donne sono state organizzate in uno specifico settore all’interno del Congresso, la Sezione femminile. Già nel 1913 le donne condussero una importantissima campagna di protesta contro il lasciapassare. Va spiegato che il lasciapassare è un documento che limita la libertà di spostamento, che limita le possibilità geografiche di occupazione e che impone di vivere in una determinata zona del paese. Nel 1913 nel paesino di Windbeck nello stato di Orange Free, che è il fulcro dell’oppressione nazionalista, le donne si organizzarono e marciarono verso gli edifici della pubblica amministrazione dove gettarono a terra questi lasciapassare. Negli anni ’50 quando il Congresso Nazionale Africano decise di passare da una strategia di dialogo col governo ad una strategia di confronto e di disubbidienza civile, le donne parteciparono all’organizzazione e alla attuazione della campagna di disubbidienza civile del 1952. Nel 1956 marciarono su Pretoria per protestare ancora una volta contro i lasciapassare. Naturalmente debbo sottolineare che il fronte di lotta si era andato allargando fino a comprendere anche quei bianchi che,< all’interno della società sudafricana, si oppongono al regime dell’apartheid. Nel 1954 nacque la Federazione delle Donne Sudafricane. Era una organizzazione molto ampia che riuniva donne africane, donne indiane, donne di sangue misto e donne bianche. Fu questa organizzazione unitamente alla sezione femminile del Congresso Nazionale Africano ad organizzare nel 1956 la grande marcia su Pretoria. Anche dopo il 1960, quando il Congresso Nazionale Africano, fu messo fuori legge, le donne hanno continuato a mobilitarsi per lottare in vista degli obiettivi comuni a tutto il popolo africano. Quello che sto tentando di sottolineare è che le donne non si sono mai mobilitate su temi specifici della condizione femminile. Per questa ragione quando negli anni ’70 a Soweto studenti, lavoratori e masse di gente di colore si sollevarono anche le donne fecero la loro parte. La rivolta era cominciata solamente ad opera degli studenti ma poi si estese a tutto il paese e le donne furono prontissime a scendere in piazza in prima linea ed infatti ci sono delle foto di quegli avvenimenti che mostrano come tra le file dei dimostranti ci fossero studentesse ed anche donne con i loro figli sulle spalle. Anche oggi quando i lavoratori sono impegnati in dimostrazioni di massa le donne si mettono alla testa degli scioperi. Sono centinaia e centinaia le donne imprigionate, esiliate o agli arresti domiciliari.

Le donne sono organizzate in sindacati?
Sì, le donne sono organizzate in sindacati ed infatti diciamo sempre che le organizzazioni sindacali sono state le scuole in cui le nostre donne hanno imparato ad organizzarsi. Ad esempio le donne più attive della Federazione
Donne Sudafricane sono attive anche all’interno del movimento sindacale. Anche oggi le donne sono organizzate all’interno dei sindacati.
Cosa può dirci delle lavoratrici domestiche? Possono organizzarsi in qualche modo?
Le lavoratrici domestiche sono la classe più oppressa del Sud Africa in quanto sono lavoratrici prive di ogni diritto. Persino le leggi esistenti in materia di lavoro non si occupano degli interessi delle lavoratrici domestiche e come del resto dei braccianti agricoli. Ad esempio la legge che regolamenta i rapporti di lavoro nell’industria non fa cenno alle lavoratrici domestiche. Le lavoratrici domestiche non hanno un minimo salariale garantito, non hanno orario di lavoro e, alla luce di indagini che sono state condotte, arrivano a lavorare fino a 72 ore alla settimana. Non godono di ferie, non hanno assistenza medica ne trattamento pensionistico. Il caso delle lavoratrici domestiche è del tutto particolare e non esiste alcuna legge a tutela dei loro interessi.

Sono molte le donne bianche che appoggiano la vostra azione?
Si, naturalmente. Molte donne bianche in Sud Africa hanno finito per appoggiare la lotta delle donne e del popolo sudafricano. Un esempio è quello di Helen Joseph che da moltissimi anni è impegnata in prima linea a fianco delle popolazioni sudafricane. E stata ripetutamente attaccata, è stata mandata in esilio. Helen Joseph è stata in passato segretaria della Federazione Donne Sudafricane, l’organizzazione multirazziale di cui ho parlato in precedenza.

Cosa prevede per il futuro? Ritiene possibile una soluzione pacifica come è stato alla fine per lo Zimbabwe?
In Sud Africa le possibilità di una soluzione pacifica sono tramontate da un pezzo. Intendo dire che per anni il popolo africano ha tentato di dialogare con il governo. Per anni abbiamo seguito metodi di lotta basati sul boicottaggio, sui normali scioperi, ma la risposta del regime è stata sempre di incredibile brutalità, I bambini vengono uccisi per le strade. Contro i lavoratori in sciopero vengono aizzati i cani. Le donne, se protestano per una qualsiasi ragione, vengono brutalmente percosse.
Non esistono più strade aperte che conducono ad un cambiamento pacifico. Non possiamo aspettarci più niente dal regime sudafricano. Per questo abbiamo deciso di rispondere in maniera violenta, proprio in quanto riteniamo che sia l’unica soluzione rimasta. E le donne come sempre saranno in prima fila, lottando anche per i loro diritti più specifici.