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testimonianze

essere donne in africa

dal libro “La parole aux negresses” di Awà Thiam, Ed. Denoel Gonthier, Parigi 1978.

settembre 1978

poligamia
Yacine
Mio padre è senegalese, naturalizzato maliano. Mia madre è maliana. Ho trent’anni. Sono vissuta con i miei genitori in Senegal fino alla costituzione della federazione del Mali nel 1960. Infatti quando è morto mio padre, mia madre è ritornata in Mali con tutti i suoi figli. A diciotto anni sono stata data in sposa a un ivoriano che allora risiedeva a Bamako. Non avevo mai discusso le decisioni dei miei genitori. Ero stata allevata in questo modo. I miei genitori sono molto tradizionalisti. Non avevo mai messo piede in una scuola prima di iscrivervi i miei due figli più grandi. Mio marito era un piccolo commerciante che viaggiava tra Abijan-Bamako-Ouagadougo. Infine si è stabilito a Abijan ed io sono stata obbligata a raggiungerlo. A Abijan abitavamo in una stanza in subaffitto nel quartiere di Treichville. (1) Cercavo con grande fatica di adattarmi a quel nuovo genere di vita che mi era quasi completamente estraneo. Dovevo imparare la lingua dei Boulé e quella dei Senoufò. Potevo comunicare solo con i membri della «colonia senegalese”.
Abbiamo avuto due bambini, e si continuava ad abitare nella stessa stanzetta. Cominciavo a sentirne il peso. Al quinto anno di matrimonio, ero incinta per la terza volta. Fu allora che una sera, verso le undici, ritornando da un viaggio, mio marito entrò con una donna giovane.
«È la mia nuova sposa, mi disse, si chiama X…. Ci devi cedere il letto. Questa sera prenderai la natte (2), che è la nell’angolo, per te e i due bambini”. Ero attonita.
Mi chiedevo se stavo sognando. Sentivo la terra aprirsi sotto i piedi. Ho avuto l’impressione di svenire e mi sono seduta sul letto. Ma non sognavo. Bisognava che cedessi il mio letto alla nuova venuta, alla mia rivale. Che faccia tosta! mi sono detta. Non ebbi neppure il tempo di rendermi conto di quello che facevo. E d’altronde, che avrei potuto fare? Rivoltarmi? E facendo che cosa? Cercare di mettere quella giovane donna fuori dalla stanza? Litigare con mio marito? Battermi con lui? No — se l’avessi fatto, avrei molto probabilmente messo in pericolo il bambino che portavo in seno, e me stessa.
L’unica cosa che mi importava era di salvarci. Da quel giorno la mia vita è cambiata completamente. Per quanto strano possa sembrare, avevo optato per il silenzio. Era la «nuova sposa” che cucinava e lavava i panni di mio marito. Sono queste due attività di cui si gloriano e si inorgogliscono la maggior parte delle co-spose, se i risultati vengono apprezzati dal marito. Io non avevo che da preoccuparmi delle cose mie e dei bambini. Era difficile da sopportarsi: un menage a tre con due bambini in una sola stanza. Tutte le sere mio marito mi faceva subire l’affronto di seguire — in silenzio — le sue evoluzioni amorose con la nuova sposa. Dopo qualche giorno, non potendone più, gli chiesi, anche se non cambiava gran che la situazione, di acconsentire a mettere un paravento che dividesse la stanza in due e che permettesse a lui e alla sua nuova sposa di essere più tranquilli o soli quando ne avevano necessità. Egli trovò eccellente la mia idea, ma sono stata io a dover acquistare il paravento. Ero al quinto mese di gravidanza quando questo è accaduto. I quattro mesi restanti mi parvero interminabili tanto demenziale era l’atmosfera in cui vivevo. Ho dovuto fare «buon viso a cattivo gioco”, o almeno ci ho provato. Non conoscevo nessuno con cui confidarmi in quella città. Mi limitavo a fare i lavori di casa. Le rare persone a cui qualche volta rivolgevo la parola o che conoscevo più o meno non mi ispiravano fiducia e non potevo certo confidarmi con loro. Non è raro oggi vedere che molte persone a cui ci si rivolge o ci si confida, lungi dall’aiutarvi a risolvere i vostri problemi, li raccontano in giro, il più delle volte ridendo alle vostre spalle, a vostra insaputa. Ecco perchè a Abijan, ho evitato di stringere rapporti di amicizia stretti, indipendentemente dal fatto che la mia posizione sociale non me lo permetteva (l’amicizia suppone una certa reciprocità. Inoltre, non ho mai voluto invischiare gli altri nei miei problemi familiari. Nemmeno mia madre. Forse è stato un errore grave; Ma che potevo sapere?
Dopo la nascita e il battesimo del mio terzo bambino, presi la decisione di raggiungere mia madre a Bamako, nel Mali, se mio marito non avesse posto fine a quella vita mostruosa che mi imponeva. Passavano i giorni, ma niente cambiava nel nostro menage a tre. Economicamente dipendevo essenzialmente da mio marito. Dovevo dipendere da lui anche per andare a Bamako? Senza dirgli niente, ho venduto i miei gioielli d’oro, che mio padre mi aveva donato, per procurarmi i biglietti e avere un po’ di denaro liquido. Quando fui pronta a partire, lo misi al corrente della mia decisione: «Non posso più sopportare questo modo di vita. Piuttosto che prenderti una seconda sposa, avresti fatto meglio a trovare una soluzione ai problemi di sussistenza che già avevamo e a prendere una seconda stanza per i tuoi figli. Ora non c’è più niente tra di noi ed io me ne ritorno a Bamako in casa di mia madre». Per tutta risposta, si è limitato a dirmi «È una buona cosa», pensando certamente che scherzassi, dato che dipendevo da lui finanziariamente. Dopo di che, non c’era altro da dire. Lo stesso giorno, dopo colazione, quando se ne è uscito per andare in città, ho raccolto ì vestiti miei e dei bambini e gli utensili da cucina e me ne sono andata. Ho viaggiato in ferrovia e dopo molte avventure sono infine arrivata a Bamako. La fatica e la sofferenza mi avevano prostrato. Mia madre, stupefatta mi ricevette in lacrime. Quando le ho raccontato ciò che mi era capitato, non riusciva a riprendersi. Qualche giorno dopo il mio arrivo, mio marito ha scritto una lettera a mia madre per avere mie notizie. Più tardi ho ricevuto anch’io una lettera in cui mi domandava di raggiungerlo a Àbi-jàn. Dichiarava di amarmi ancora. Non abbiamo risposto alle sue lettere. Égli poi approfittò della partenza per Bamako di Un suo amico commerciante per chiedergli di venire a trovarci, allo scopo di convincere mia madre della necessità che io tornassi a casa. Infatti, in Africa nera, quando una donna lascia il domicilio coniugale e ritorna a casa dei genitóri, a seguito di un conflitto con il marito, è uso che questi, se tiene ancora ad averla, la vada a cercare. Può anche mandare un parente, un amico 0 una delegazione di persone per discutere con i suoceri dei problemi che ha conia moglie… Avevo già trascorso sei mesi in casa di mia madre prima che questo signore arrivasse da parte di mio marito. Dopo che l’ho lasciato con i bambini, non ho più ricevuto un centesimo da lui. Eravamo tutti a carico di mia madre che era una «chirurga» rinomata nel nostro quartiere. Si viveva, o meglio si sopravviveva, grazie a ciò che riceveva dai genitori delle bambine a cui lei praticava l’ablazione della clitoride. Quando si è presentato questo messo di mio marito, mia madre gli ha detto: «Bisogna che il vostro amico versi a sua moglie e ai bambini sei mesi di pensione, e che si decida insieme in quali condizioni debba avvenire il suo ritorno — solo in questo caso lo farà”. Sono passati tre anni e non ha fatto niente né per me, né per i miei bambini. Nel frattempo ho potuto guadagnare qualcosa vendendo polpette al mercato, e poi dei tessuti dipinti con l’indigo. Con i guadagni ho seguito un corso di cucito ed ora lavoro come sarta e posso mantenere me stessa, i bambini e aiutare mia madre. In questo periodo, tre uomini sposati, partigiani della poligamia hanno cercato invano di farmi la corte, ma non sono pronta ad andare col primo venuto, anche se tutti mi spingono a mettere fine al mio celibato. Aspetto di trovare un uomo buono nel quale avere fiducia. Un anno dopo la mia partenza da Abijan, ho saputo che quella donna che mio marito pretendeva aver sposato — mentre non era vero — l’aveva lasciato per un uomo più ricco di lui. A quell’epoca ho ricevuto una lettera in cui mi diceva che non amava che me, che era stato ingannato dalla sua amante, che era rovinato, che aveva bisogno di me, che mi amava più di prima. Lacrime da coccodrillo! All’inizio di quest’anno il divorzio religioso, su mia richiesta, è stato pronunciato.
TREICHVILLE è un quartiere popolato da immigrati senegalesi.
NATTE: tavola dai molteplici usi: serve per mangiare all’africana o nei ceti più bassi per dormirvi.


eccisione

P.K.: Avevo appena compiuto i dodici anni, quando ho subito l’eccisione. Ho ancora il ricordo vivo e intatto di quella operazione e della cerimonia di cui io ero l’oggetto.
Nel mio villaggio, l’eccisione si praticava due giorni la settimana, il lunedì e il giovedì. Dovevo essere operata insieme ad altre ragazze della mia età. La vigilia del giorno della mia eccisione c’è stata una festa. La gente si è rimpinzata di cibo e il tam-tam ha suonato fino a tardi la notte. Il giorno dopo, di buon’ora, dato che mia madre, dì natura molto emotiva, non se l’era sentita, due mie zie mi hanno accompagnato nella casa dove si trovava l’exciseuse (la chirurga) insieme ad altre due donne più giovani. Lei era vecchia e apparteneva alla casta dei fabbriferrai. Qui, nel Mali sono le donne di questa casta che praticano l’ablazione della clitoride e l’infibulazione. Le mie zie mi lasciarono sulla soglia della casa, dopo vari inchini di saluto. Avevo l’impressione che la terra si aprisse sotto i miei piedi. Angoscia? Paura di ciò che non conoscevo? Non sapevo in che cosa consisteva l’eccisione, ma diverse volte avevo avuto occasione di vedere delle bambine camminare dopo averla subita, e non era certo piacevole vederle. Viste da dietro si sarebbe potuto dire che erano vecchie donne con il dorso piegato che si esercitavano a camminare con una stecca tra le caviglie, stando bene attente a non lasciarla cadere. Le ragazze più vecchie di me mi dicevano che l’eccisione non era un’operazione dolorosa. Me l’avevano ripetuto varie volte, ma l’espressione dei loro visi non diminuiva certo la mia apprensione. Non cercavano forse di rassicurarmi e di dissipare le mie angosce? Una volta all’interno della casa, fui oggetto di lodi, che però mi lasciarono sorda, divorata com’ero dalla paura. Ero bloccata, avevo la gola secca. Ero tutta sudata nonostante non facesse caldo. «Stenditi là», mi disse l’exciseuse mostrandomi una tavola stesa per terra. Non appena distesa sentii delle grosse mani che si appoggiavano sulle mie magre gambe divaricandole. Cercavo di sollevare la testa. Da ogni lato due donne mi tenevano inchiodata al suolo. Anche le mie braccia erano immobilizzate. Improvvisamente sentii un corpo estraneo spandersi sui miei organi genitali. Solo più tardi ho saputo che si trattava di sabbia. Doveva, sembra, facilitare l’eccisione. Poi ebbi una sensazione molto brutta. Una mano aveva afferrato i miei organi genitali: sentii una ferita al cuore. Mi auguravo di essere a mille miglia di distanza, quando, nei miei pensieri di fuga, un dolore lancinante mi riportò alla realtà. Stavano operandomi: ho subito dapprima l’ablazione delle piccole labbra poi della clitoride; e questa operazione è durata un tempo che mi parve infinito; bisognava farlo «perfettamente”. Sentivo una lacerazione continua: secondo le usanze non avrei dovuto piangere. Ma non ci sono riuscita. Grida e lacrime furono la mia prima reazione. Mi sentivo tutta bagnata. Sanguinavo. Il sangue colava a fiotti. Mi applicarono un impacco a base di erbe medicamentose e di burro, che pose fine all’uscita di sangue. Non avevo mai sofferto tanto! Una volta finito, le donne lasciarono la presa, liberando il mio corpo mutilato. Nello stato in cui mi trovavo, non avevo più voglia di alzarmi. Ma la voce dell’exciseuse mi spingeva a farlo «È finito! puoi alzarti. Vedi, non è stato poi cosi doloroso!”. Aiutata dalle due donne mi misi in piedi, k fu così che non solo mi si chiese di raggiungere le mie compagne che avevano subito la stessa operazione, ma di ballare insieme a loro. Al comando delle donne “Caricate di farci danzare, mi sono messa a muovere qualche passo di danza nel cerchio formato da giovani e da persone anziane presenti per quella circostanza. Non riesco a dire ciò che sentivo in quel momento. Avevo un forte bruciore tra le gambe. Mi sentivo provata e sfinita. Nel corso di quella danza mostruosa che si prolungava sotto le grida delle nostre «sorveglianti», ebbi, improvvisamente la sensazione che tutto mi girasse e ballasse intorno. Poi non mi resi più conto di niente. Ero svenuta. Quando ripresi conoscenza, mi trovai sdraiata su una cassa con molte persone intorno. In seguito, i momenti peggiori furono quando dovevo andare di corpo. C’è voluto un mese prima di guarire completamente, perchè succedeva che mi grattavo a causa del prurito che mi dava la ferita. Una volta guarita fui oggetto di scherzi di ogni tipo perchè, dicevano, non ero stata «coraggiosa».


potere di madre

Una Maliana, 35 anni. Studi superiori. Lavora come capo servizio in un ufficio pubblico. (Ec-cisa e infibulata).

Che pensi dell’eccisione?
L’eccisione e l’infibulazione sono pratiche fortemente radicate nella nostra società. Anche se oggi giovani donne e ragazze cercano di opporvisi, tuttavia bisogna riconoscere che c’è una forte resistenza da parte delle anziane e ciò che è accaduto nella mia famiglia lo prova.
Dopo aver preso conoscenza di tutti i danni fisici e psichici che l’eccisione e l’infibulazione possono procurare, avevo deciso, d’accordo con mio marito, di non far operare le nostre bambine. Tutte e tre sono nate in Francia, quando sia io che mio marito terminavamo i nostri studi. Quando rientrammo in Mali, mia madre fu la prima a domandarmi se avevo fatto eccidere e infibulare le bambine. Risposi di no e precisai che non avevo intenzione di farlo.
Durante le vacanze, avendo io trovato del lavoro, lasciavo spesso le bambine a casa dei miei e le prendevo solo per il weekend. Un giorno, ritornando dal lavoro, sono passata da loro per salutarle. Mi stupii di vedere che non mi venivano incontro. Chiesi allora a mia madre dov’erano. «Sono in quella camera» mi rispose, mostrandomi la stanza dove di solito dormivano. Forse dormono e non si sono rese conto che sono arrivata pensai. Entrai nella stanza. Erano distese per terra su delle tavole ricoperte da panni. Alla vista del loro viso gonfio e degli occhi pieni di lacrime, mi mancò il respiro. Mi misi ad Urlare. «Che cosa è successo?, che vi hanno fatto?” Ma ancor prima che le persone presenti nella stanza, due donne e le mie tre bambine, mi rispondessero, mi giunse la voce di mia madre «Soprattutto non disturbare le mie nipotine. Sono state eccise e infibulate questa mattina”. Non posso dire cosa sentii in quel momento. Cosa dire o fare contro mia madre? Mi sentivo rivoltare, ma ero del tutto impotente davanti a lei. La mia prima reazione fu di piangere. «Dovresti essere contenta che tutto è andato bene” disse una delle donne presenti. «È l’emozione», disse l’altra. Piuttosto che mancar loro di rispetto dicendo ciò che pensavo del loro modo di fare, mi sono affrettata ad andarmene da quella casa. Come molte donne africane, mia madre aveva voluto dimostrarmi che aveva potere e diritti su di me e sulle mie figlie — le sue nipoti. Visto lo stato in cui si trovavano le bambine, non le potevo portare con me. Sono restate là fino al momento della guarigione.
Pensi che sia possibile porre fine a queste pratiche?
Non saprei cosa rispondere. Ma non mi sembra impossibile. A che prezzo? l’ignoro. Ma certamente niente potrà essere fatto se le donne non si uniscono per imporre la loro volontà.


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