SPORT

sport amarirecord

aprile 1975

 

Come spesso accade nei periodi storici in cui la valutazione di un determinato comportamento è sottoposta a radicale revisione, convivono nei confronti della donna sportiva — talvolta addirittura nella stessa persona — atteggiamenti contrastanti di dichiarata approvazione e di sottile demolizione. Per fare un esempio vicino a noi; non c’è stato negli ultimi tre anni atleta più fotografato, commentato e vezzeggiato di Novella Calligaris; ma basta che una donna sportiva arrivi alla notorietà per far nascere una fioritura di pesanti barzellette sulla sua imperfetta femminilità (ma fa parte dello stesso tipo di pregiudizio l’insistenza dei giornalisti sulla «grazia» e sulla «femminilità» delle atlete: ci si continua a meravigliare insomma che ottenga buoni risultati sportivi nonostante sia una donna).

Oggi non si giudica più disdicevole che una ragazza pratichi uno sport; spesso anzi i genitori (particolarmente nelle classi abbienti) spingono allo sport bambine che non vi sarebbero affatto portate: ma allenare una squadra femminile è considerato per un trainer un lavoro di minor prestigio. I più lucidi, come Chicco Cotelli, allenatore della nazionale femminile di sci e fratello del più famoso Mario, riconoscono che i magri risultati conseguiti dalle Italiane in confronti internazionali sono dovuti al fatto che «sulle donne abbiamo cominciato a lavorare seriamente solo tre o quattro anni fa».

Vecchi pregiudizi e nuovi entusiasmi si mescolano così in uno straordinario impasto di inesattezze e di sentito dire, aggravati in Italia da scarsità d’impianti e di effettiva disorganizzazione, due inconvenienti che affliggono anche lo sport maschile ma che gravano più pesantemente su quello femminile. La presenza della donna nello sport è un fatto relativamente recente; quando, a Parigi nel 1900, le donne parteciparono per la prima volta alle Olimpiadi, l’episodio fu visto come una manifestazione di quell’emancipazione femminile che proprio in quegli anni cominciava ad agire anche sul piano politico con la richiesta del diritto di voto. È abbastanza comprensibile che in quei primi anni la qualità tecnica delle atlete fosse molto inferiore a quella degli uomini: ma la storia più recente ci ha dimostrato che persino l’assioma della superiorità fisica dell’uomo sulla donna sta scricchiolando sotto il peso dei risultati sportivi. Questi risultati provano che la differenza di forza tra un uomo e una donna con parità di allenamento sportivo è assai minore di quella che corre tra individui dello stesso sesso in allenamento o sedentari. Venticinque anni fa. il record femminile di corsa sui 100 metri piani era 11,5 secondi, quello maschile 10,2: oggi il record maschile è sceso a 9,9 con un miglioramento di tre decimi di secondo, quello femminile è stato portato a 10,8, con un miglioramento cioè di sette decimi di secondo che lo porta a soli 9 decimi di distanza dal record degli uomini. Ancora più vistosi i miglioramenti delle atlete nel nuoto: una femminista americana, Ann Crittenden Scott, ha scritto spiritosamente che le campionesse di oggi avrebbero costretto Tarzan a ritirarsi sugli alberi,.. Il record femminile dei 400 metri stile libero di Shane Gould è infatti di 4 ’21″2, ciò che le darebbe circa una piscina di vantaggio su Johnny Weismuller, il cui record era nel ’27 di 4’52”.

Il rendimento tecnico delle atlete è migliorato in modo addirittura sorprendente nelle gare sulla distanza, come la corsa del miglio, in cui più che la forza muscolare conta la resistenza al carico fisico e psichico della fatica, resistenza che, secondo un’indagine di Gueron, Schananska e Koleva è maggiore tra le atlete che tra gli atleti. Con l’allargarsi del numero delle donne che praticano sport e che rimangono nella vita agonistica fino alla loro piena maturità, è assai probabile che in breve volgere di anni la distanza tra record maschili e record femminili venga diminuita del 10%.

Resta il fatto che la fisiologia femminile è ancora oggi costellata di punti interrogativi: non sappiamo praticamente nulla del rendimento fisico delle donne in età matura e avanzata; pochissimo si conosce sulla superiorità fisica che le bambine intorno ai 12 anni conquistano sui loro coetanei maschi; l’influenza dell’attività sessuale sul rendimento delle atlete non è stata mai studiata (Masters e Johnson sono arrivati alla conclusione che il sesso non inficia il rendimento muscolare degli uomini) ; non è mai stato compiuto uno studio esauriente sugli effetti dei dolori mestruali e, fatto ancora più grave, non disponiamo di dati certi sulle conseguenze della pillola . sul rendimento sportivo della donna: si sa solo che pillole a dosi più alte di estrogeni provocano una diminuzione dell’attività fisica.

Viceversa alcune «certezze» collaudate dalla tradizione sono state messe in forse o addirittura ribaltate dalle atlete sui campi di gara. Alle Olimpiadi, per esempio, ci sono state diverse campionesse che hanno conquistato medaglie, o migliorato il loro record, durante il periodo mestruale; anche la gravidanza non sembra nuocere all’esercizio fisico (e viceversa): 10 delle 26 sovietiche partecipanti alle Olimpiadi di Melbourne nel 1964 erano incinte e ciononostante riuscirono a piazzarsi in «zona medaglia». In particolare sembra addirittura che la gravidanza possa migliorare il rendimento fisico in alcune discipline come il canottaggio ed il lancio del disco; uno studio recente compiuto su 700 atlete ha poi dimostrato che il loro travaglio al momento del parto era dell’87% più breve di quello delle donne che non praticano sport e la necessità di taglio cesareo si riduceva alla metà dei casi. Un pregiudizio piuttosto recente (ma in cui non è difficile ravvisare l’influenza di quelle forze sociali che sono riuscite per secoli a confinare le donne in Kùche, Kirche, Kinder, cucina-chiesa-bambini) vuole che la femmina raggiunga molto presto, prima dei venti anni, l’apice della forma fisica, per poi declinare rapidamente. Purtroppo è vero che moltissime atlete, una volta sposate, non riescano a seguire i ferrei allenamenti di prima e si ritirano quindi anzitempo dai campi di gara: ma non mancano significative eccezioni a questa regola e proprio alle Olimpiadi si sono messe in luce alcune «mamme volanti» non più giovanissime; è noto che l’Italiana Paola Pigni è riuscita a ottenere ottimi risultati anche dopo la nascita di una bambina. E veniamo al più insidioso e al più resistente dei pregiudizi sulla donna dedita allo sport: la mascolinizzazione delle atlete. Un’indagine compiuta negli Stati Uniti ha dimostrato che molte ragazze non si dedicano con maggior impegno allo sport perché temono di diventare «come una lanciatrice di peso russa». Molte persone, anche di un livello culturale elevato, mettono in dubbio la «normalità» psicologica della donna che s’impegna a fondo in una disciplina sportiva. E dire che l’antropologia sembrava aver fatto giustizia del cliché femminile preso come inderogabile parametro: non sarebbe inopportuno ricordare a chi tanto volentieri si riempie la bocca con da parola «femminilità» che i Toda sostengono essere il lavoro domestico cosa troppo sacra per lasciarlo fare alle donne; che presso i Menu giocare e vezzeggiare i bambini è compito dell’uomo; che gli Arapèche affermano che la donna ha una mente più solida dell’uomo; che nelle Filippine il maschio è considerato vanitoso, chiacchierone e incapace di mantenere un segreto… Uno studio interessante è stato condotto in Italia da Antonelli e Ricci sulla personalità di un gruppo di studentesse dell’Istituto Superiore di Educazione Fisica di Roma: da ricerca era motivata dal desiderio di verificare se nelle ragazze che svolgono un’attività comunemente ritenuta virile, fossero riscontrabili insufficienti tratti femminili accanto a cariche aggressive più o meno incompatibili con il modello della donna tuttora prevalente nel nostro clima socio-culturale. Le atlete studiate sono risultate autocontrollate, adattate, volenterose, indulgenti, concilianti, coscienziose, timide, remissive, cioè adeguate al modello femminile tradizionale. Un’altra ricerca, condotta dal solo Antonelli, su 82 studentesse dell’ISEF tra i 19 ed i 23 anni ha messo in luce quanto segue:

a) la donna che sceglie la professione d’insegnante di educazione fisica è spinta a questo passo da un desiderio di affermazione sostenuto da un inconscio radicale maschile;

b) le ragazze compensano questa esigenza con la loro attività e con la rinuncia ad atteggiamenti femminili tradizionali quali la passività, la superficialità, la frivolezza;

c) l’attività sportiva e professionale, permettendo da un lato il superamento di radicali maschili inconsci, dall’altro favorisce una maturazione dell’Io affrancandolo da atteggiamenti caratterologici inadatti ad una vita di relazione autentica.

Un’altra indagine psicologica, compiuta da Bruni e Barbaro, ha messo in luce che la donna si dedica alla pratica sportiva, oltre che per un desiderio di affiliazione e partecipazione, spesso anche per una marcata influenza della figura paterna: sia perché il padre delega la figlia a realizzare le proprie ambizioni virili, sia per l’ammirazione ed il conseguente desiderio di identificazione che la ragazza nutre per il padre. Tutte le ricerche fino ad oggi compiute concordano nell’affermare che l’affettività delle atlete è armoniosamente integrata con l’adattamento alla realtà, mentre nessun tratto mascolino compare nelle atlete, anche dopo anni di competizioni vigorose: le sportive con caratteristiche maschili sono semplicemente donne venute al mondo con un corredo genetico particolare e le loro tendenze androidi si sarebbero manifestate anche se non si fossero impegnate nella pratica sportiva. In altre parole è risultato che la donna sportiva si mascolinizza attraverso lo sport, né vuole diventare uomo, ma piuttosto tende a superare le limitazioni imposte dalla condizione femminile, modellandosi su ideali maschili per accrescere la propria sicurezza.

Un’ultima, consolante verifica ci viene da un’indagine compiuta da Webb: mentre i maschi si dedicano allo sport dando molta importanza alla competizione e si prodigano per far risaltare l’affermazione personale, le donne sono sollecitate all’attività sportiva da fattori socio-emotivi.