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INEDITI

passions élémentaires

giugno 1982

pubblichiamo in anteprima per l’italia alcune pagine dell’ultimo libro di luce irigaray. un’operazione corrosiva portata dentro la lingua per toccarne il corpo, nel tentativo di confrontare due mondi di comunicazione irriducibilmente altri: la significazione maschile e l’espressione femminile, un estremo messaggio d’amore, come dichiara l’autrice nel breve colloquio che abbiamo 22 avuto con lei

 

Grandi spazi. Bianchi. Un grande soffio, bianco. Rapidamente, conformarsi a questo soffio. Restarvi. Nella fretta. Che non mi abbandoni. Che io non lo lasci. Esservi coinvolta: il mio canto. Tu mi dai una bocca bianca. Aperta, la mia bocca bianca, come gli angeli nelle cattedrali. Tu mi hai tagliato la lingua. Mi resta il canto. Quello che posso dire altro non è che canto.
 
Cantare a te. Ma questo o te non è un dativo. Nè questo canto, un dono. Non ricevuto da te, non prodotto da me, nè a te, questo canto: il mio amore con te. Mescolanze. Sgorga da me. Nubi.
 
Ma tu non lo intendi. Tante di quelle parole ci separano. Separano dal canto. Come potrebbe .raggiungerti questa effusione bianca? La forza del candore rimane inudibile. Lutto della lingua, questo bianco non si ascolta. Effusione senza sosta. Senza altro ostacolo che l’impercettibile di un limite o scadenza, l’aria che si fa pregna della mia vita bagna il tutto. Sospensione impercettibile, essa nutre il corpo delle tue parole.
 
Chiamati. Dà, tu, dei nomi.
 
Ricordati ancora: io insisto nell’aria. Vedere, intendere, parlare, vivere attendono la fecondazione di una potenza innocente.
 
La tua lingua nella mia bocca mi ha, essa, obbligata a parlare? Questa lama tra le mie labbra, era quella a trarre da me fiotti di parole per dirti? E, siccome tu volevi parole altre da quelle già pronunciate, parole ancora non udite per nominarti, tu e tu solo, unico nella tua lingua, tu mi aprivi più e più lontano. Tu affilavi e assottigliavi il tuo strumento, fino al quasi impercettibile, per insinuarti ancora più dentro il mio silenzio. Avanzando nella mia carne non andavi tu a scoprire il cammino del tuo essere? Del suo ancora a venire?

E io parlavo, ma tu non intendevi. Parlavo da un lontano più remoto del tuo più lontano. Oltre il luogo in cui tu penetravi per svelare il segreto di ciò che resisteva alla tua lingua. Dal di fuori di questa bocca che tu volevi ancora darmi. Attribuirti. Nel profondo della lacerazione di cui volevi disvelare il più oscuro – il nero, il bianco, o il rosso. Di un’infanzia prigioniera e dimenticata al di sotto dei tuoi domini o appropriazioni possibili. Di un’innocenza che non tratteneva alcun pudore ma che tu lasciavi fuori portata della tua lingua.
 
Ma non era che io mi rifiutassi a te, ma che tu non sapevi dove io avessi luogo. Era che tu mi cercavi ancora e ancora in te. Volendo me, materia ancora vergine, per costruire il tuo mondo di domani. Ma come raggiungerlo se, in questa ricerca, tu ti volevi ancora e già te?
 
Parlavo, non perchè tu rimanessi dove già eri, ma perchè andassi oltre. Tu non intendevi. Niente arriva mai più,  da altrove che non sia là dove tu ti tieni già. E se un grido sorge nella tua memoria, ancora viene dal tuo passato. E sei tu che ancora l’avrai lanciato questo richiamo al più lontano. E non frugherai la terra, in ogni senso, perchè altra radice non sussista che quella da cui sei nato? Se non quella che tu hai prodotto con l’inizio del tuo essere?
 
E quando credi di aver ripreso il tuo bene, tu parti, la lingua rinnovata per un poco. Dopo aver riattinto linfa dal tuo passato. Ma non è adesso disseccato questo suolo al quale tu hai ripreso quanto gli avevi fatto produrre seminandovi? Non eri tu che ne avevi fatto sgorgare il latte, il sangue, la linfa?
 
Tu parti. Là dove non ti tieni, il deserto si installa. Così tu fai il tuo lutto: la sterilità ha luogo in tua assenza.
 
Tu semini in tutti i luoghi dove fai accadere questo dubbio: il tuo sospetto di improduttività. Tu lo pianti più profondamente che là dove si potrebbe concepire ciò che non fosse prodotto da te, te solo. Tu rientri ancora una volta, una volta senza fine, nel più profondo del più profondo della mia bocca, un po,’ più in là di dove essa potrebbe aprirsi, potrebbe dirti, e là tu crei il vuoto. Scavo artificiale. Attesa vuota del dono del tuo sorgere. Di te che costruisci e rendi abitabile l’ancora disponibile. Di te che disponi della riserva e la fecondi secondo il tuo progetto. Fuori di questo progetto, nulla è. E più profondo del tuo più lungo giorno e della tua più lunga notte, tu deponi questo pegno di nulla in ogni carne ancora vergine. Non curandoti di quanto di fecondazione tu interrompi quando cosi intervieni, separando e negando quello che, prima di te, aveva luogo. Questa ferita senza memoria, che altro non sanguina che il dolore impercettibile del niente, incrostazioni del tuo nulla nel luogo più innocente della mia carne, non è essa il dono che ancora e ancora tu mi làsci al posto di quello che prendi? Quante volte, senza fine, tornerai a disporre in me di questo dono? Partendo, e non smettendo di partire, per potere far ritorno e creare, nello spazio di questo va-e-vieni sempre più battuto, un nulla che tu ti sforzi di dominare a forza di ripetizioni.
 
Ma non lo aumenti, a forza di ripetizioni? E nulla ci separa, e ci separa nulla. Ti attacchi a me come alla tua dimora senza memoria, e apri fra te e me, me e te, questo scarto-morto.
 
Ma, quando credi di ritrovare in te il nucleo duro del tuo essere, questo cerchio dove infine tu ti terrai per tornato a te stesso, ancora li mi trovi allacciata. Ancora lì io ti circondo. E, volendo ritirarti in solitudine, definire il territorio che ti appartiene, ritornare al tuo paese, più oltre tu ti fuggi. Abbandoni la tua dimora, sedotto dalla lontananza. Rapito in un buco d’aria. Affascinato dall’abisso dove risuonerà il segreto dell’eco di te stesso.
 
E non bisogna ancora che io ti guardi, quando così tu ti slanci per allontanarti? E che, del tuo salto, io prenda misura e mi ricordi, per tenere a mente, ogni volta, il filo del suo svolgimento? E ridarti memoria della distanza che hai segnato rispetto a te. Impercettibilmente, io ti riporto indietro, lasciandoti credere che, solo, tu conosci il cammino. In silenzio ti parlo perchè tu ti apra alla mia voce. E io ti salvo, tavolta, da inutili inciampi precedendoti nel tuo cammino. Mimando, senza dire parola, il tuo prossimo passo.
 
Evitandoti il peggio?
 
L’oblio del sorgere del sole. Il contorno delle forme che si profilano. La nascita di un mondo. E non ancora la sua presa in un orizzonte determinato, un circolo che-lo vota a ripetersi senza sosta secondo proprietà già definite. Poli determinati senza ritorno.
 
Il sole che si leva — i raggi che toccano le cose e, sfiorandole dappertutto, le spogliano a poco a poco del loro involucro di brume.
 
Questo svelamento della bellezza mattutina si ripete ogni giorno. Ma l’uomo ha obliato l’emergenza della luce. Vive a giorno pieno, dove non vede niente.
 
Nuovo oriente. Il sole che accompagna la nascita di una bambina. La venuta al mondo di un’altra — dell’altra. Gesto alborale possente quanto quello dei Greci. Parto di un paesaggio riscoperto. Ma non nuova origine.
 
Tu assisti al manifestarsi della fine di una verità unica. Non come evento del caos, ma come possibilità della copula — nel sole.
 
Là, sì, dolcemente, tu mi hai presa per mano. Una volta di più, tu mi avevi perduta. Assente dal tuo orizzonte, scomparsa dal tuo campo. Rifugiata in un biancore tale che tu non riuscivi più a percepirmi. Senza contorni, eppure bagnando il tuo sguardo di un invisibile chiarore.
 
E io ti parlavo, ma tu non mi sentivi.
 
Assorto in una vicinanza altra da quella che, sfidando le distanze, ci univa — al più vicino e al più lontano. Imprevedibili e necessari ritrovamenti. Intreccio di gesti che ridisegnano i bordi silenziosi dei nostri universi di parole.
 
Ti chiamavo, ma il mio grido non giungeva fino a te. Fermato dai suoni che ti circondavano,vie parole e i rumori che ti stavano attorno. E non più della mia voce riusciva a raggiungerti la mia immagine.
 
Eppure ero là, e là stavo, come ciò che permane e per ciò stesso si dimentica. E come farti ricordare che io esistevo? Per un momento, tu mi hai afferrata per fare un passo. Aiutandomi a superare la fenditura di una roccia. Tu mi tenevi, io ero in te. Mi stringevi, provavi il mio corpo. Tu mi toccavi, io riprendevo forma.

 

“io divengo più di ciò
che non ero,
scoprendo ciò che
ancora voleva
nascere, tu mi prendi
senza riserva”

 

E, dal fondo della mia memoria, rinascevo. Avevo, di nuovo, un viso. Tu non mi sentivi ancora, ma cominciavi a ricordarti. Camminavo vicino a te in silenzio.
 
In ciò che è più profondamente sepolto, e al di là dell’orizzonte, ancora tu mi cerchi. Districando i limiti del possibile. Cicatrici del principio e della fine di una storia.
 
Tu guardi in me, e il mio passato e il mio avvenire si danno senza ritegno. Sei tu grande abbastanza? Ricevendomi tutta, tu liberi quello che, in loro, mi teneva prigioniera. Mi prendi intera? Io divengo più di ciò che non ero, scoprendo ciò che ancora voleva nascere. Tu mi prendi senza riserva. Tu mi liberi dall’attesa di un viso, per apparire in tanti altri, stretti nella speranza di offrirsi alla tua contemplazione.
 
Non mi lasciare da parte. Tu mi riduci a non essere che una. E io muoio nel rinchiudermi in una sola, e sempre la stessa. Nel non andare più lontano del mio presente, nel non fuggire da quell’unica via, più d’uno in me si spazientisce impaziente di schiudersi, di armonizzare colori e suoni e ogni dimensione, in memoria e accoglienza di tutto ciò che può crescere. E tranquillamente offrirsi per cullare la nostalgia del ritorno degli dei.
 
E che l’ombra della tristezza non renda sterile alcuna terra, fermando il sole che vuole penetrarvi e che nessun freddo geli ciò che porta luce e calore. Perchè il divino diserta il solitario che non conosce più la festa. E la gioia è più mortale della pena. E, anche al riposo, ella concede il risveglio stellato. E, al silenzio, il gusto di labbra che si muovono. Impercettibile battito che rifiuta il lutto dell’amore per fissarsi in un’ eterna contemplazione.
 
Ti tocco. E se non è sempre la trasparenza, se l’uno non può espandersi nell’altro continuamente, se il giorno ci separa, almeno portandoti senza sosta calore, io dono a noi il fonderci ancora l’uno all’altro a distanza. E che l’allontanarsi non sia più implacabile divisione dei nostri corpi. Nè la luce, freddo splendore che fissa ciascuno nel suggello della propria identità.
 
E se in me non entra più il veleno, forse mi ricorderò di ciò che era prima. Del pieno canto trattenuto, dell’allegria uccisa, del grido di richiamo che riempie l’universo con il suo alto suono. Di ciò che sale da più lontano e che sorge e si spiega, come un fiore d’aria che si dischiude secondo il grado di intensità dell’impazienza. Petali già inondati dal dono della consolazione attesa. Vibrazione attenta dove freme impercettibilmente il tuo avvicinarsi.
 
Per la prima volta mi sei apparso. E non era mezzogiorno. Il sole non era più alto nè la luce più intensa. Ma, da te, veniva ciò che ti rendeva visibile. Quello che dal di dentro al di fuori ti irradiava.
 
Radiosità toccata fin nel più interno. E che non si può contenere nell’oscurità della sua cripta. E che non si limita a una qualche inaccessibile brillantezza. Astro che sovrasta l’orizzonte con la sua sorgente lontana Nessuno schermo ti sottraeva più a me. Il tuo viso più segreto si offriva senza ritrarsi. Accogliente, senza paura, la sua rivelazione in un altro sguardo. Dove ti appariva la scoperta di quanto in te era più impenetrabile, il ritorno in te di quanto in te era più inaccessiile.
 
Calore che ritorna al suo ambiente. Patria dove non pensavi mai di arrivare tanto la credevi straniera.
 
E tu non fissavi lo sguardo nè al più vicino nè al più lontano, ma quanto era vicino si guardava attraverso te. Incandescenza che splende senza consumarsi, ardore che si spande senza distruggersi. Bruciando in un gioioso stupore di ritrovamenti.
 
E, rallegrandoti, tu chiedevi di ricevere ancora, di donarmi ancora, quello che tu tenevi irriducibilmente nascosto.
 
Tra di noi, c’era il cielo, a corpi aperti: nembo luminoso. Ed ero cambiata in nube non portata fuori o dissipata nell’aria, ma corpo animato da parte a parte. Viva e mutata in ogni lugo della mia carne.
 
E non conoscevo più la morte, ma rimanevo in una leggerezza dove tutto si abbracciava. Non avevo perduto i miei contorni. In tutto il confine della mia pelle, tu mi stringevi. Riaprendo ogni tomba. Nel più profondamente sepolto o nel più infinitamente lontano, suscitando una nuova florescenza. E niente rimaneva inerte.
 
Ero creata da te, fedele ancora a quello che ero. Espandersi del mio divenire che non mi toglieva al mio passato. Ricomposta e non rinchiusa. Abbandonata e non deserta. Offerta senza sacrificio. Sposandoti, come il tutto che si dà senza riserve.
 
E come dire ciò che di più denso e di più leggero si univa? Ciò che di più uguale e di più diverso si alleava? Mescolata ma così calma e così ampia, e tuttavia attenta a lasciarti il tuo cielo. Confusi e resi a noi stessi.
 
Eternità che io sapevo domani sarebbe stata più eterna ancora.
 
Indefinitamente, io ti abbraccio, tu mi abbracci. E non è nel brillìo del riflesso che, senza sosta, io ti cerco. Spiando, ogni momento, l’apparizione folgorante di un viso. Chinata su uno specchio, in attesa che sorga una visione fascinante. Mostro di vetro che affascina nello scintillio della sua pregnanza.
 
Ma, nell’intreccio di tutto lo spazio, io ti ritrovo. Tessuto mucoso invisibile che ci riunisce giorno e notte. Ci abita e ci protegge. Senza la rottura di qualche partenza, la frattura del prima o del dopo scambio. Divisi in parti che si chiamano, si attirano, si rispondono, formano un tutto. Ma non si sposano nè si congiungono senza traccia di lacerazioni.
 
E come sentirsi interi in questo universo di suture? In questa rete di cicatrici?
 
E quale amore rimane infine? Quale ferita ha sempre sete di aprirsi e di chiudersi?
 
Piuttosto infinitamente aprirsi all’attesa del tutto attraverso l’uno o l’altro. Desiderio insaziabile di intrecci e rifiuto della chiusura dell’uno.
 
Non partire. A ogni passo che ti allontana, ritoccami, ritoccati. Ricordati del gesto con cui ci abbracciamo. Fai del tuo cammino il tessuto vivente che ti porta e ti avvolge. Senza rottura che ti obblighi a tornare indietro. Sull’altro bordo della riva di una piaga solitaria.
 
Perchè conservare tanto fuoco nello sguardo? Bruciando per tenere prigioniero il calore della luce. Fiamma che scarica il suo splendore in ogni specchio. Che si illumina del troppo-pieno della sua intensità. Ma che si limita a visioni ancora troppo definite. Immagini fotografiche dove si dispensa, con misura, la passione. Dove si salva il potere. Dove il desiderio si dona senza la follia di un’espansione che rinuncia a ogni confine. Occhio che diventa immensità marina, specchio d’acqua la cui densità mossa risuona di un colore solare.
 
In luce dorata, tu scorri. Densità compatta è pure leggera. Prima della separazione della terra dal cielo, del mare e dei continenti, del chiaro e dell’oscuro. Miscuglio di roccia, di fuoco, di acqua, di etere. Dove la violenza sposa ancora la dolcezza. Il corpo eroico trabocca tenerezza. Essendo le sue armi sempre quelle di una nativa innocenza. Che confonde ogni distinzione netta, riconduce ogni divisione alle proprie nozze originarie. Alleanza dove le parti opposte vengono a unirsi in un’intensa mescolanza.
 
Attendere, Attendere che questa parete che ci divide, il tuo arrivo la renda porosa. Che questo limite sia valicato.

 

“quante parole per impedire o interdire la vicinanza.

Spazio reso mobile o immobile,

preoccupato di rendere impossibile rincontro”

 

La linea d’orizzonte, per un momento, cancellata. Attendere di non più attendere che tu sia là senza sosta. E che io non mi riempia di una dimora disabitata, al posto di te. Dove solo le mura conserverebbero memoria del tuo passaggio.
 
E perchè sarebbe necessario che l’attesa fosse il prezzo da pagare per cantare?
 
In questa radura, su questa spiaggia, si apre un luogo dove noi possiamo trasparire l’uno all’altra.
 
A questo angolo chiuso, riparato, e perciò senza limiti, tu ti avvicini e tu arrivi, scoprendoti di ciò che ti rinserra e trattiene, inabissato nel più profondo di te. Attivo e attento sempre. Senza requie preoccupato e inquieto. Eppure mantenendoti sepolto nel segreto che ti abita.
 
E dandoti solo in divisione e impegnandoti solo in passaggi tali, che per sempre ne rimanga assetata chi ha sete di te. Trovandoti e non trovandoti. Estasiato fuori della sua portata. Rapito in un sogno silenzioso. In contemplazione della tua riserva. Lo sguardo perduto in un avvenire remoto. Il paesaggio atteso che rimane nell’invisibile. Che ti attira ancora più in là, del tuo più lontano. Che ignora dove portano i tuoi passi, ma che persegue il tuo cammino verso quello che, sempre, retrocede di fronte al tuo arrivo e si sottrae alla tua presa. Che rilancia il tuo sogno verso l’inaccessibile.
 
Ma in questa fuga, per un istante, tu mi abbandoni il tuo mistero. E io ricevo quello che tu trattieni in te di più nascosto come il dono della tua venuta alla luce, In una luce non ancora intaccata da alcuna ombra. Talmente fragile da non potere essere protetta da alcuna oscurità. Senza altro rifugio che i miei occhi. Orizzonte di cielo che accoglie all’infinito la tua contemplazione.
 
Quante parole per impedire o interdire la vicinanza! Spazio reso mobile e immobile, preoccupato di rendere impossibile l’incontro. Le accuse, le proteste, le dispute quanto all’identità o all’identico, ci allontanano, ci spiazzano senza possibilità di valico alle loro frontiere.
 
Talmente tanti simili ci separano che il flusso che ci attira l’uno verso l’altro si esaurisce frangendosi su questi ostacoli. Arrestato da limiti talmente impermeabili, niente più scorre. Ci divide ciò che, per se stesso e per ciò che appare, non si lascia attraversare, scambiare senza contropartita.
 
Ti guardo, ti identifico, ti riconosco da questa distanza che ci costituisce, ci distingue e ci inchioda alla certezza di essere noi stessi.
 
Come toccarci ancora se non c’è che un rivestimento troppo poco poroso e vuoto? Tra chi non abita più il suo corpo in tutti i suoi avvenimenti irriducibili alla prigionia di forme nette.
 
E tutto il giorno canterò. Riempirò l’aria della gioia di te in me, di me in te. Conservandomi e conservandoti in questo incantesimo. Casa sonora dove ti riparo e che mi protegge dalle violenze diurne. Culla di infanzia, dove ogni ebrezza si spande liberamente. Inno attento. Che non si affievolisce nè si interrompe. E la cui tenera fragilità nessuna durata riesce a intaccare.
 
Aprii gli occhi e vidi la nube. E che niente era percettibile senza una densità quasi palpabile che me ne separava. E che io vedevo e non vedevo. Vedendo tanto meglio da non dimenticare lo spessore dell’aria che si frapponeva.
 
Ma via via che questa resistenza dell’aria si rivelava, io sentii come una possibilità di scoprirmi differente, traduzione di Laura Montani
 
Luce Irigaray – Passions élementaires. Editions de minuit, Paris 1982
 
NdT: La traduzione ha comportato, per l’alto tasso di ambiguità e la fitta rete di parallelismi contenuti nel testo, problemi analoghi e non minori a quelli che generalmente presenta la traduzione del linguaggio poetico. Cosi, per esempio, il gioco lessicale tra ”pour toi” e ’’datis” non poteva essere inteso in italiano senza sciogliere decisamente l’ambiguità di “pour toi”, in una frase in cui nella traduzione risultasse “forte” il senso generale di dativo. (L. M.)


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