Ricordando Effe


di Daniela Colombo

 

Non sarei riuscita a scrivere questa breve storia della Rivista femminista Effe, se da uno degli scatoloni, che per molti anni erano stati sotto un tavolo nella mia stanza a Aidos, non fosse emerso un mio scritto fatto su sollecitazione di Antonella Barina e Marina Pivetta per il Paese delle Donne. Quello che vi propongo è dunque quello scritto con pochissimi cambiamenti resi necessari dal passare del tempo.

 

L’ultima immagine che ho della redazione di Effe è una grande confusione: un gruppo di donne impegnate a gettare dalla finestra dentro un camioncino, parcheggiato in Via della Stelletta, pacchi di riviste polverose destinate al macero, le “rese” di dieci anni. Cera una finta allegria, quasi fossimo felici di aver finalmente chiuso una esperienza che negli ultimi tempi era diventata gravosa per tutte noi.

 

Improvvisamente mi passò per la mente che non potevamo gettare via tutto. Convulsamente mi misi a raccogliere quattro-cinque copie di ogni numero, le lettere delle lettrici che Carmela Paloski aveva in passato pazientemente catalogato, le risposte a un questionario fatto da Donata Francescato come allegato a un numero della rivista per capire chi erano le nostre lettrici e alcune scatole piene di ritagli dell’Eco della Stampa che parlavano di EFFE. Ricordo di averle sistemato tutto quel materiale nel sotto scala, riproponendomi di andare a prenderlo poco per volta. La redazione di Effe alla Maddalena consisteva in una enorme scalinata, utilizzata come deposito e magazzino e una stanza irregolare in cima, con tre grandi finestre che occupavano tutta una parete e arredata con alcuni vecchi mobili pomposi regalatici da un’amica all’inizio dell’attività.

 

Ci sono tornata una sola volta e così si sono salvate solo alcune grandi buste piene di lettere e questionari, un pacco dei ritagli dell’Eco della Stampa, lo striscione che usavamo nelle manifestazioni e due-tre collezioni della rivista, peraltro non complete, che alcuni anni più tardi, quando ancora non esisteva Archivia presso la Casa internazionale delle Donne, è stato inviato all’Archivio dell’Unione Femminile a Milano. Il resto è andato perduto quando anche il Teatro La Maddalena, che aveva rilevato il nostro locale, fu costretto a chiudere. La biblioteca di Effe e una parte del Centro documentazione sono al Buon Pastore, al quale le avevamo affidate con tanto di scaffalature, presso Archivia.

 

Per lavorare all’Archivio on line di Effe, ho ripreso in mano la collezione, dal numero zero del febbraio 1973 al numero 11/12 del dicembre 1982. Non avevo dimenticato nessuna delle copertine. Avevano tutte una storia ed erano state il frutto di lunghe discussioni. Molti degli articoli invece mi sono sembrati nuovi, come se non li avessi mai letti. La maggior parte di una attualità sconcertante. Il che mi ha fatto riflettere su quanti pochi cambiamenti si sono verificati in questi anni, a parte noi.

 

Come era nata Effe?

 

Un gruppo di presa di coscienza che si riuniva un paio di volte la settimana in quella che chiamavamo la “Sozzonière” (data la polvere e il mobilio approssimativo) di Alma Sabatini, in Via delle Grotte a Roma. Eravamo uscite dall’MLD, Movimento di Liberazione delle Donne allora confederato al Partito Radicale, nella tarda primavera del 1972, con Alma, Gabriella Parca, Alda Santangelo, Isa di Barbora, Viola Angelini. A noi si era unita Pat Smith, una pittrice americana che abitava accanto.

 

Una sera Gabriella Parca, giornalista che aveva raggiunto una certa notorietà con il libro “Le italiane si confessano”, ci annunciò di essere stata licenziata da Amica. Così una di noi – non ricordo chi – lanciò l’idea di una rivista “femminista” sul tipo di Ms. Magazine, che era uscito negli Stati Uniti l’anno precedente. Poteva sembrare una impresa difficilissima ma in quella prima fase del movimento femminista l’entusiasmo era tale che niente ci sembrava impossibile. Incominciammo a lavorare al progetto.

 

Gabriella era comunque una giornalista tradizionale e per poter fare una rivista “‘vera” pensava di aver bisogno di “vere” giornaliste. Le “femministe” potevano fare da contorno, ma il nucleo della redazione doveva includere solo giornaliste “professioniste”. Si aggregarono a noi Adele Cambria che aveva già una storia nel giornalismo (e a lei si deve l’idea della testata), Vanna Vannuccini che lavorava all’Ansa e Danielle Lantin Turone, che collaborava per la Rai. La fotografa ufficiale era Agnese Di Donato. Poco dopo si unirono a noi le sorelle Francescato, Grazia, che muoveva i primi passi come pubblicista e Donata, fresca di studi americani, con un dottorato in psicologia. Sul fronte femminista vennero coinvolte Lara Foletti e Leslie Leonelli.

 

Questo fu il gruppo che elaborò in pochi mesi il numero zero, con Gabriella Parca nella veste ufficiale di “direttrice responsabile” e la famosa copertina con l’uomo villoso di Agnese De Donato “Chi è costui? Assolutamente nessuno. E’ l’equivalente delle donne seminude che si vedono sulle copertine dei rotocalchi”. Nell’editoriale Gabriella Parca aveva scritto: “Effe è il primo giornale, in Italia, che vedrà il mondo con gli occhi delle donne, esprimerà il loro punto di vista, le farà parlare, raccoglierà le loro testimonianze, darà loro voce, cosa veramente rivoluzionaria….”.

 

La maggioranza della stampa accolse il numero zero favorevolmente, ma non riuscimmo a trovare un editore che ne volesse fare una rivista settimanale vera e propria. L’unica proposta accettabile venne dall’Editore Dedalo: avrebbe coperto i costi di stampa e distribuzione di un mensile, e ci avrebbe dato 200.000 lire per la redazione, affitto e telefono. Il che voleva dire non solo lavorare gratis, ma trovare nuovi modi per lavorare insieme e che, di conseguenza, l’anima “femminista” avrebbe avuto il sopravvento su quella “professionista”.

 

Il mensile

 

Gabriella Parca ci lasciò. Fortunatamente le altre giornaliste rimasero, e da loro imparammo molto. Adele Cambria divenne direttrice responsabile, ma l’editoriale era collettivo. Dopo tre numeri scomparve addirittura la redazione e la Rivista uscì con la dicitura “Gestione cooperativa del mensile”. Ai primi numeri collaborarono nomi già allora importanti: Franca Pieroni Bortolotti, Germaine Greer, Mariella Gramaglia, Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Maria Adele Teodori, Natalia Aspesi e poi Simonetta Tosi, Giovanna Pala, Elena Gianini Belotti, Fufi Sonnino, Tilde Giani Gallino, Virginia Visani, Luciana Di Lello. Impossibile ricordarle tutte.

 

La grafica e la fotografia avevano una grande importanza per la rivista. Le principali illustratrici erano Cloti Ricciardi, Pat Smith, Luciana Di Laudaddio, Paola Mazzetti, Sebastiana Papa, Lina Mangiacapra. I primi 3 numeri furono impaginati da Maria Silvia Spolato che praticamente (tra l’insofferenza di molte di noi) viveva in redazione in compagnia di un enorme cane nero. Poi un amico fotografo ci presentò Marina Virdis, che mise a disposizione il suo studio di grafica e pubblicità e rimase con il giornale fino alla fine, non solo dando un contributo artistico, ma partecipando attivamente al collettivo di redazione e alla gestione della cooperativa.

 

Del gruppo originario, attraverso dieci anni di alterne vicende, di cambi di indirizzo politico, tra “boom” di abbonamenti e momenti di crisi finanziaria, resistemmo solo in due: Donata Francescato ed io.

 

Con Effe cambiò la vita di molte di noi. Soprattutto quando iniziammo l’autogestione. Io smisi di lavorare come economista, Assistente del Presidente della Lepetit, e iniziai a insegnare inglese part time in una scuola media. Questo mi dava tempo per passare i pomeriggi e le serate in redazione. Gli ultimi otto anni di Effe coincisero con i primi otto anni di mia figlia. Su una agenda di allora scoprii più tardi che Francesca aveva scritto nei giorni corrispondenti ai festivi: mamma oggi a casa…Quante volte mi ha accompagnato in tipografia a chiudere la Rivista con Marina Virdis.

 

Autogestione

 

Durante la sua lunga vita Effe cambiò formula praticamente ogni anno, in perenne altalena tra essere un organo di tutto il movimento femminista o di un determinato collettivo o una rivista di informazione.

 

All’inizio del 1975 iniziò l’autogestione. Ci occupavamo di tutto: stampa, distribuzione, abbonamenti, amministrazione. Non tutte naturalmente… Nel dicembre dello stesso anno la crisi più profonda. Di fatto si era formato un collettivo che aveva “eliminato” la redazione. Non si poteva più parlare di menabò, di tempi di stampa, di esigenze della distribuzione, di denaro…Importante era avere una “linea politica”. E passavamo le settimane tra una discussione su Kollontaj e una su Engels. Il numero di novembre si era salvato con la decisione di fame una monografia sulla violenza contro la donna.

 

A dicembre alcune di noi (quelle che purtroppo dovevano affrontare i problemi concreti) decisero di mandare in tipografia un numero monografico sull’aborto con sole 16 pagine a prezzo invariato (600 lire). Era l’unico modo per chiudere in pareggio il bilancio 1975 e per aprire nel 1976 una nuova fase in cui il mensile poteva finalmente divenire “Periodico di informazione femminista e di dibattito politico sulle lotte delle donne e sui diversi modi e le diverse strategie con cui queste vengono condotte….”. La campagna di abbonamenti doveva divenire lo strumento di garanzia della nostra indipendenza da ogni gruppo politico e di potere….

 

Su questo “colpo di mano” il collettivo si sciolse. Ricordo ancora con quanta amarezza le vedemmo uscire dalla redazione, Danielle Lantin con loro. Ma non c’era altro da fare, e la sopravvivenza della rivista era, per quelle che avevano deciso di rimanere, la cosa più importante.

 

Il numero di gennaio 1976 portava il simbolo femminista in copertina e apriva un dibattito sulla stampa femminista. Dibattito iniziato in redazione ma nel quale si intendeva coinvolgere le lettrici. Vi inserimmo un questionario elaborato da Donata Francescato: “Siamo in tante, ma chi siamo?”, allo scopo “di tradurre la comunicazione da unidirezionale giornale-lettrice a lettrice-giornale…. al fine dì chiarire la nostra funzione nell’editoria femminista, definire la nostra militanza, che a volte viene misconosciuta Non vogliamo essere la punta di diamante del movimento, ma solo uno strumento di collegamento per comunicare e non solo informare con tutte voi e potenzialmente con tutte le donne…”.

 

Risposero in tante, con entusiasmo, molto più di quanto ci aspettassimo. Scrissero pagine e pagine su di sé, sui loro percorsi, sul rapporto con il movimento e insieme davano consigli, proponevano temi per articoli, per dibattiti; fummo travolte dal numero di questionari che arrivarono in redazione. Passammo ore ed ore a leggere le risposte. Ma erano talmente tante che non ce la facemmo ad analizzarle tutte e a pubblicare l’inchiesta. Qualcuno dei questionari è contenuto nel pacco di lettere che si è salvato ed è uno spaccato del movimento.

 

Strumento di collegamento tra i vari collettivi

 

Effe diventò dunque uno strumento non solo di informazione ma anche di collegamento tra i vari collettivi che si andavano formando in tutto il paese. Il gruppo redazionale era sempre ristretto, (anche se si era allargato a Lucia Bolognese, Sandra Sassaroli e Isabella Rossellini), ma il numero delle collaboratrici era enorme.

 

I temi trattati: tutti quelli sui quali il movimento dibatteva in quegli anni. Il nostro problema era di scegliere tra il tanto materiale che giungeva spontaneamente in redazione. Molti gli articoli collettivi, molti i dibattiti. Erano iniziate le riunioni domenicali in redazione. Arrivavano da tutta Italia. Le più affezionate, da Padova, Venezia, Napoli e Torino.

 

Nel febbraio del ’78, dopo un ennesimo seminario sul giornale, di nuovo sparisce la redazione. Unica dicitura nel tamburino; “Hanno lavorato a questo numero”, e seguiva una lista lunghissima di nomi singoli e di gruppi e collettivi. Questi cambiamenti nel modo di descrivere nel tamburino chi gestiva la rivista, rappresentavano anche la continua sperimentazione effettuata ad Effe nel modo di gestire il potere decisionale in forme diverse e di incoraggiare lo scambio dei ruoli (dal firmare un editoriale al correggere le bozze). Anche se poi la cooperativa rimaneva di sole nove persone, e continuavano i problemi di chi doveva reggere la parte “manageriale”, rapporti con la tipografia, acquisto della carta, (con relative cambiali), distribuzione, abbonamenti, ecc., e chi si “limitava” a scrivere. Continuava il rifiuto di molte ad occuparsi di cose “concrete”. E questo produceva inevitabilmente conflitti e contraddizioni.

 

Ma il movimento continuava ad espandersi a macchia d’olio e questo si rifletteva in un boom delle vendite. Nel 1978 distribuivamo 80.000 copie in edicola con rese minime e avevamo più di 12.000 abbonamenti. Potemmo per la prima volta dare una retribuzione a chi lavorava quasi a tempo pieno.
Quando la Libreria della Maddalena chiuse, rilevammo i locali, ne comprammo i libri e aprimmo (l’idea venne ad Agnese De Donato) una biblioteca circolante e un Centro documentazione. Incominciammo a pubblicare le pagine rosa del movimento con gli indirizzi dei collettivi e gli inserti gialli sulla salute. Partecipavamo alle manifestazioni con un grande striscione a fiori e a noi si aggregavamo un’infinità di donne che non appartenevano a nessun collettivo ma grazie a Effe si sentivano parte del movimento.

 

Furono anni entusiasmanti, di cui conservo un bellissimo ricordo e molte amiche. I temi trattati? Prendiamo un numero a caso: Aprile 1978: Resoconto e analisi sul convegno sulla violenza tenutosi all’Università di Roma; Testimonianze dal carcere delle compagne arrestate a Genova il 7 marzo; L’inconscio: questa brutta bestia (di donne e psicanalisi di Roma); Poter fare tra donne: una valutazione del gruppo femminista di Ferrara; Informazione: scopriamo le nostre radici (un articolo su “La Donna”, pubblicato tra il 1868 e il 1907); 10, 100, 1000 fiori fioriscono, un’analisi delle riviste femministe in francese; Dove vado ad abortire; Oltre l’aborto; La legge di iniziativa popolare del movimento per la vita; Il tempo dentro di noi, resoconto di un filmato di testimonianze sull’aborto; Partorire contro, del gruppo femminista sul parto di Roma; Resoconto del convegno donna, arte, società; Io bestia, metafora su “donne e animali” (di Antonella Barina); Un amico di nome Giulia. E ancora: cinema e teatro, e poi lettere e ancora lettere, sei pagine di controinformazione femminista e una rubrica sui libri ricevuti.

 

Il rotocalco

 

Ma il movimento andava cambiando rapidamente. Molti dei collettivi storici chiudevano. “Pensiamo che questo cambiamento, o anche quella che viene chiamata la crisi del femminismo non costituisca qualcosa di negativo o di perdente… Significa che stiamo cambiando e stiamo cercando altre forme e pratiche per continuare il nostro lavoro. Che stiamo lavorando nel nostro quotidiano di donne, sui problemi veri, quelli che si ripresentano tutti i giorni, indipendentemente dalle mode culturali.

 

Ma al tempo stesso significa che ci siamo rese conto che la situazione politica ed economica è elemento non indifferente – al contrario un elemento determinante – per la donna: pensiamo ai problemi della occupazione, della salute, della casa, al comportamento delle istituzioni di fronte a leggi che ci riguardano, ai giochi dei nostri uomini politici, alle beffe di iniziative come la nomina di Ines Boffardi a Sottosegretaria alla condizione femminile.

 

Oggi è necessario per noi di Effe cambiare un’altra volta, pena la perdita non solo dell’occasione per un importante passo in avanti, ma anche del ruolo svolto finora…In quest’ultimo mese due riviste che sono state un punto di riferimento importante per il femminismo “Les Cahiers du Grif” in Belgio, e “Femmes en Mouvement” in Francia, hanno chiuso, per non essere costrette ad integrarsi e passare al professionismo. Noi invece abbiamo deciso di continuare questa esperienza di informazione per le donne. Non vogliamo abbandonare uno spazio come il nostro, che abbiamo creato da sole, in completa autogestione, contando solo sulle nostre forze, imparando a fare di tutto, da una fattura commerciale agli articoli.

 

L’attivo che avevamo registrato negli anni scorsi, attivo dovuto al fatto che la maggior parte di noi ha continuato a lavorare gratuitamente, lo investiamo così interamente in questo nuovo progetto. Un progetto di giornale più strutturato, con rubriche culturali fisse, con un’inchiesta ogni mese, con interviste a donne che hanno qualcosa da dirci e darci, con una sezione culturale approfondita e un’intenzione particolare ai fatti di attualità politica…Il compito che ci siamo date è di fare informazione in modo diverso, da parte di donne sulle donne, diretta a un pubblico di donne che anche se non militano in un collettivo femminista ne hanno però assimilato le idee e i contenuti…

 

Questo era scritto nell’editoriale di Effe – rotocalco – del marzo 1979, che venne lanciato con una grande festa in Redazione. Sulla copertina una fotografia della nuova Redazione. Il cerchio in qualche modo si chiudeva. Si tornava alle origini, a quello che era stato il progetto originale del primo nucleo che si riuniva nel 1972 nella “Sozzonière” di Alma.

 

C’era nuovamente un nucleo redazionale di sole quattro persone che di fatto confezionava la rivista, un collettivo di redazione e le collaboratrici, tutte regolarmente retribuite – anche se molto poco – a seconda dei compiti e del tempo dedicato all’”impresa”.

 

Dopo un anno dovemmo ammettere che il tentativo del rotocalco era fallito, nonostante il suo formato fosse veramente rivoluzionario, tanto che in seguito venne copiato da alcune riviste femminili. Avevamo continuato a rifiutare la pubblicità e questo fu probabilmente il nostro errore più grande.

 

Ultimi cambiamenti

 

Effe cambiò formula e formato altre due volte. Prima un Tabloid nel 1980 e 81, poi un giornale di riflessione nel 1982.

 

Il 6 febbraio del 1981 si dimisero Grazia Francescato, Lucia Bolognese, Sandra Sassaroli e Agnese de Donato, adducendo a pretesto che “le altre” avevano preso tutto il potere, anche se riconoscevano che in realtà facevano tutto il lavoro…

 

Era chiaro che ormai la rivista sopravviveva per inerzia. Le vendite erano calate a 20.000 copie. Le lettrici affezionate continuavano ad abbonarsi, ma non avevamo più niente di diverso, di nuovo da dare loro. L’entusiasmo si spense poco a poco. La rivista ormai non interessava più nemmeno a noi che la confezionavamo.

 

Incominciavamo ad avere interessi diversi. Alcune di noi, Maricla Tagliaferri, Silvia Costantini, Mariella Regoli, Maria Stella Conte aspiravano a diventare giornaliste a tempo pieno. Mimma di Leo voleva soprattutto scrivere. Donata Francescato, in cattedra alla Sapienza, era occupatissima con i corsi universitari. Nel dicembre del 1981 io avevo fondato Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, ed ero tornata ad occuparmi di tematiche e progetti legati alla cooperazione internazionale, con un focus particolare sui diritti, la dignità e la libertà di scelta delle donne. Marina Virdis aveva iniziato una strada diversa dalla grafica, che l’avrebbe portata a diventare una delle più famose pittrici botaniche a livello internazionale.

 

La chiusura

 

Chiudemmo definitivamente Effe nel dicembre del 1982. Non lasciammo debiti e approvammo il bilancio fino al 31 dicembre 1984. Nel conto corrente era rimasta una piccola somma per pagare le spese di chiusura della cooperativa. Chiusura che venne dilazionata per diversi anni. Anche perché ogni volta che ci accingevamo a farlo usciva qualcuna con l’idea di fare un volume con gli articoli più significativi. Toccò a Mimma De Leo, ultima Presidente della Cooperativa Effe chiudere definitivamente le attività anche dal punto di vista legale. Perdemmo la testata e questo ci addolorò molto. Un giorno Mimma mi portò il libro socie, il libro del Consiglio di amministrazione e il libro Assemblea delle socie. Anche questi sono usciti quest’anno dallo scatolone sotto il tavolo nella mia stanza a Aidos…

 

Molte di noi, soprattutto quelle che hanno fatto parte dei gruppi redazionali dei primi anni, sono rimaste veramente amiche, nonostante le spaccature, le divergenze politiche, le diverse strade intraprese.

 

Nel corso degli anni alcune di loro ci hanno lasciato, chi tragicamente come Alma Sabatini, chi in silenzio dopo una lunga malattia, come Danielle Lantin, chi in breve tempo come Adele Cambria. E’ a tutte loro che vorremmo dedicare l’Archivio on line di Effe. Per lasciare una memoria viva che aiuti a capire quale grande rivoluzione è stato il Movimento femminista e la passione delle donne che vi hanno partecipato, e per ricordare che purtroppo nessuna conquista è per sempre e c’è ancora tanto lavoro da fare.

 

Ci auguriamo che alcune giovani femministe vogliano raccogliere il testimone.