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della verità, dell’ipocrisia e della rimozione

Pubblichiamo alcuni interventi sui problemi sollevati da AAA offresi e sul dibattito che è divampato nei giorni scorsi.

aprile 1981

Io, che l’ho visto
Sono una delle poche fortunate che ha potuto vedere “AAA Offresi”. Ho infatti partecipato con Padre Turoldo, Alberto Bevilacqua e Ida Magli, al dibattito che sarebbe dovuto andare in onda insieme al filmato. In quella circostanza, quando le autrici ci spiegarono come avevano fatto le riprese — dietro uno specchio con il consenso della padrona di casa e cioè di Veronique — mi posi il problema di una possibile violazione di precetti giuridici ai danni dei “clienti” di Veronique.
Ma le immagini erano, come ormai tutti sanno “solarizzate”, sicché non esisteva nessuna possibilità di identificarli. Anche le voci — ci dissero — erano state alterate e i negativi tutti bruciati.
L’immagine “rubata” era così l’immagine di un “fantasma”; il fantasma di tutti i clienti di tutte le prostitute.
Nessuno avrebbe potuto riconoscere quei signori. Ma ogni uomo avrebbe potuto identificarsi con quel “fantasma”. E questo, mi sembrò, il valore grandissimo di quel filmato.
AAA Offresi non condanna, non vuole distruggere l’immagine del “maschio” come si è detto.
Vuole contribuire a che essi stessi si mettano in discussione.
E accettai molto volentieri di partecipare al dibattito.
Il discorso sulla prostituzione mi interessa da molto tempo. Ho ripercorso e riletto tutta la battaglia di Lina Merlin.
Anche allora quanti fraintendimenti! Quante menzogne calunniose per intimorire e fermare quella donna, che non promise mai di eliminare la prostituzione, ma volle cancellare la vergogna dello Stato-lenone. Anche allora “moralisti” e sputasentenze si scatenarono a “difesa della società” ovvero dei privilegi di quella parte della società — quella maschile — che detiene il potere e vuole conservarlo intatto insieme a tutti i vantaggi che ne conseguono fra cui quello di usare una donna e poi additarla al pubblico disprezzo. Come per le stuprate così per le prostitute: usarle ed emarginarle. Usarle e criminalizzarle.
Ancora oggi l’opinione diffusa è che la prostituzione esiste perché esistono le prostitute. Gli illuminati e i progressisti tutt’al più sproloquiano sulle colpe della società.
Dei clienti delle prostitute nessuno parla.
E invece “AAA Offresi” finalmente ce li fa vedere a tutti, da vicino chi sono coloro i quali ponendo la domanda sul mercato “creano” il fenomeno della prostituzione.
Fa vedere a tutti, quelli, che solo le prostitute finora hanno visto: “l’immagine” di coloro i quali comprano pochi minuti di amore per poche lire. E mi sembra giusto. Giusto perché utile, per attaccare alla radice il fenomeno, mirando nella prospettiva ad eliminarlo.
Ma la “mafia fallocratica”, forte di posizioni di potere in ogni posto chiave della società, è riuscita ad impedire la trasmissione.
Il processo di identificazione con gli avventori di Veronique li ha accumunati tutti sulla difesa della loro “privacy”. Si sono sentiti spiati, giudicati, condannati tutti, e hanno fatto quadrato.
Poi hanno iniziato l’opera di diffamazione e di discredito.
In questi anni ne avevano ingoiate tante. Hanno colto al balzo l’opportunità, attaccandone alcune per colpirle tutte, “queste maledette femministe”. Si sono lanciati la palla l’un l’altro.
Schiamazzando eccitati, se la sono rilanciata per giorni sui “loro” giornali.
Giornalisti-segugi, sono diventati paladini della “privacy”.
Penne di celebri liberi pensatori si sono arenate sulla “questione di metodo”.
La voglia pazza di tutti, è stata quella di “delegittimare” il movimento delle donne. E di dividerlo.
Il metodo è vecchio e sperimentato: criminalizzare, ridicolizzare, diffamare e infamare.
Che cosa ci hanno fatto credere che erano le “suffragette”? Pazze, isteriche, ridicole, borghesi!
Dove le hanno messe? In carcere!
Il metodo è vecchio e sperimentato.
Metterle a tacere.

CENSURARLE
E invece dobbiamo parlare. Continuare a parlare. Anche nel loro interesse.
Dobbiamo invaderla la “loro privacy”, dobbiamo “svestirli”.
Per farli uscire dalla gabbia culturale dentro cui si sono messi.
Per farli uscire, anche loro, dalla prigione di una sessualità limitata e limitante.
Elena Marinucci

Quanti ricercatori di verità
Loro non sembrano molto cambiati. Forse per accorgersene, per rivedere compatto o quasi uno schieramento in cui la solidarietà di sesso prevale sulle divisioni culturali o politiche, ci voleva un caso come quello montato sul programma “AAA Offresi”. Dico il “caso” perché il programma non c’entra niente, non c’entra più. Quasi nessuno, di quelli e di quelle (me inclusa) che si schierano, l’ha visto. Ma il dibattito, se così lo vogliamo chiamare, si nutre di se stesso.
Non è di Bubbico o degli zelanti corsivisti dell’Avvenire che voglio parlare, anche se è cominciato tutto da loro: una provocazione democristiana, da manuale. Sono però i maschi di sinistra, e per di più colti, che meritano una particolare considerazione. Quelli che si sentono disincantati esponenti dell’era post-femminista, disillusi osservatori del mondo e delle sue contraddizioni, garantisti implacabili sui diritti che li concernono, colmi di ragionevole e cinico realismo nel giustificare i propri compromessi. Quelli che si permettono paterne critiche all’illiberalità femminista dalle pagine di giornali che con la faccia o il sedere di Veronique sperano di vendere qualche migliaio di copie in più. Quelli che sbattono la puttana in prima pagina e le prestano parole ricercate per riaffermare l’insostituibile funzione sociale della sua professione.
Ostinati ricercatori del vero, come amano definirsi, spregiudicati seminatori di dubbi, non hanno esitato a riaffermare la sacralità delle loro mutande per per la prima volta osservate a loro insaputa. Furenti perché traditi dalla più insospettabile delle complici, da colei che vivendo sui loro soldi, contro — per definizione — le loro mogli sorelle madri compagne amanti, non avrebbe mai potuto o, dovuto tradirli. Poco importa che loro, i maschi colti di sinistra, vadano o non vadano a puttane: la prostituta è comunque, anche per loro, un estremo rifugio della fantasia, mito letterario, l’unica in definitiva capace di capire i tormenti inconfessabili del maschio rimasto solo. D’improvviso Veronique, forse senza volerlo, ha distrutto il sogno di questa complicità inattaccabile.
Il primo tradimento era già avvenuto, e in tempi e modi che non davano spazio a una pubblica vendetta (anche se la vendetta privata, individuale, non aveva mai smesso di essere consumata, così come non aveva smesso di ricostruirsi la complicità privata individuale di ogni donna con il suo uomo).
Il tradimento era cominciato tanti anni fa nei collettivi di autocoscienza dove si rompeva un’omertà che durava da secoli, violando un “diritto alla privacy” che garantiva soltanto il loro dominio e la nostra ombrosa passività. Quella di oggi è un’occasione di rivincita pubblica che non potevano perdersi, anche perché le ottuse argomentazioni dei reazionari e l’intervento della magistratura consentono un distinguo che preserva la loro identità di progressisti: siamo con voi contro la censura, contro Bubbico, contro la repressione, ma per il resto lasciateci dire…
E’ troppo banale imputare al riflusso, ai tempi che corrono, la debolezza della nostra risposta. Trascinate a discutere di un oggetto che non c’è (il film ohe non abbiamo visto) invece che parlare di noi, di loro, delle prostitute e della miseria dei nostri, di tutti, rapporti quotidiani, o riaffermiamo astrattamente il diritto all’unilateralità femminista oppure ci areniamo (ed è anche la mia personale tentazione) di fronte alla telecamera segreta e al suo inevitabile peccato autoritario.
A poco a poco riconosciamo i nostri fantasmi nei confronti della prostituzione, demonizzata e insieme invidiata, insoddisfatta da ragioni che giustificano la sua origine soltanto con la legge della domanda, perché nell’offerta in qualche modo ci sentiamo dentro.
Ma l’interrogativo, forse, .più che il sesso riguarda il potere. Quel piccolo pezzo di potere esercitato da sei donne che filmano di nascosto i clienti di Veronique. Tutti quelli che hanno visto il film, maschi di sinistra compresi, riconoscono che questo potere è stato usato bene, come nessun maschio mai aveva saputo, con umanità, con intelligenza, con poesia, nel rispetto rigoroso dell’anonimato di ciascuno. Resta una contraddizione: quell’attimo in cui la telecamera vedeva e il signor X non sapeva. La domanda è morale (o moralista): in nome di un sesso umiliato è lecita questa prevaricazione?
I tempi giudiziari uccidono la sincerità di un dibattito, non lasciano tempo e spazio per cercare una risposta tra noi, uniche — credo — legittimate a cercarla. Ciò che è invece necessario è chiedere subito con la maggior forza possibile, accettando la compagnia dei maschi di sinistra, di poter vedere in TV “AAA Offresi” e che le autrici del programma siano lasciate in pace e in grado di continuare il loro lavoro e di verificare la loro ricerca. Dover difendere i più elementari diritti è — questa sì — condizione imposta dai tempi che corrono.
Franca Fossati

Candid Camera sul quotidiano
E’ curioso che in questo paese quanti difendono la privacy dall’invadenza della candid camera sopportino poco la libertà di parola. Tutti moralisti, a leggere la stampa “laica”, quella aggressiva che frequenta le platee internazionali e ci ragguaglia dalla capitale dell’impero: le femministe che insistono su la noia e la ripetitività dei rapporti mercificati di una prostituta con i suoi clienti così come i cattolici e le cattoliche che gridano allo scandalo senza aver visto il filmato nel timore che offenda la vista delle creature riunite la sera davanti al teleschermo con babbo e mamma. Ma sì contrapponiamo pure a tanta pruderie di segno opposto ma convergente — gli estremi si sa si toccano — le prostitute eccitanti e “porche” -che Ruggero Guarini teleguida laicamente a scrivere sull’Espresso: avremo finalmente una visione chiara del problema, sapremo che le speciali soddisfazioni che queste “fortunate” e “invidiate” professioniste offrono ai loro clienti approdano sostanzialmente a questo: “l’innocente miraggio di un’infanzia serenamente viziosa”. Dove il rovescio rispetto alla parrocchia e al collegio sta in quel “serenamente”: illuministico, razionale. Sarebbe fin troppo facile ribattere a Guarini travestito da prostituta che la laicità del vizio ha nobili e letterarissimi ascendenti, dall’Aretino al marchese de Sade e notoriamente una sua legittimazione in nome di un superiore moralismo che contrappone alla chiesa il bordello, alla repressione la masturbazione. Tant’è, se il nostro è a conti fatti un paese di moralisti superiori o inferiori, scateniamoci pure. Ma il fatto è che qui non di vizi privati si parla ma di pubblici mercati, di compravendita di corpi, di merce e di danaro. La candid camera indaga su un pezzo di quotidianità sessuale, reso tale dalla ripetitività dei gesti scontati, abituali, quasi a suggerire che lì in quella camera da letto si consuma un rito non soltanto sempre uguale a sé stesso ma uguale anche ad altri riti appunto quotidiani. Questi momenti di sessualità quotidiana filmati e pronti da mandare in onda hanno prodotto reazioni da scarica elettrica. In fuga a plotoni per la sgradevole sensazione (come i topini di Mon oncle d’Amerique), ma seguendo da esseri umani una logica di spostamento e di adattamento del problema ai propri equilibri — da manuale psicoanalitico — tutti hanno incominciato a parlare d’altro: di Bubbico, del calarsi le brache, della lottizzazione e della censura. E della privacy naturalmente. Mi viene in mente il battage sul processo a Poppi Saracino, i dubbi sul diritto alla difesa da rispettare, sulla presunzione di innocenza prima che un tribunale emetta il suo giudizio (come se non ci fossero sotto gli occhi di tutti il caso del 7 aprile e oggi la sentenza di Catanzaro). Anche lì un gigantesco processo di rimozione di quella quotidianità sessuale che la denuncia di Simona metteva a nudo con forza. E’ facile prendere le distanze da uno stupratore violento, un teppista, possibilmente fascista, come i violentatori del Circeo — che le stesse autrici di A.A.A. Offresi hanno mostrato in Processo per stupro —. Nel caso di Saracino il “violentatore” è uguale agli altri: attraente, seduttore, gioca sulle sue doti per imporre i suoi tempi, i suoi desideri nel più totale disprezzo dei tempi altrui, dalla complessità psicologica altrui. Una violenza sottile, assai quotidiana che gli uomini consumano spesso con le moglie, le amanti, le amiche occasionali. Il violentatore, in questo caso, non è più l’altro da sé, è il sé stesso additato all’attenzione, alla denuncia. I frequentatori di prostitute, anche dopo la legge Merlin, costituiscono la maggior parte dei mariti, fratelli, amanti, amici. Il filmato nel riprenderli ha messo in luce un pezzo di esperienza della vita di un uomo: il suo essere lì come gli altri, davanti a una prostituta, uguale agli altri; l’esercitare la sessualità in un particolare momento (ma solo in quel momento?).
Che gli uomini sopportassero l’idea di vedersi nella camera di Veronique era improbabile; che rifiutassero di vedersi era persino ovvio.
Mimma De Leo

Eros dell’occhio al femminile
“A.A.A. offresi” non è secondo me un documentario né un pezzo di cinema-verità, né tanto meno una inchiesta filmata. Manca infatti di ogni intento politico e didascalico nel senso tradizionale per appartenere a queste categorie. Il suo scopo non è di spiegare la realtà ma di capirla. Il che è molto diverso.
Non vuole insomma dare indicazioni dall’esterno della cosiddetta “piaga sociale”, ma punta uno sguardo curioso e poetico su una sconosciuta che mano mano risulta essere una parte di noi stesse.
Spesso mi chiedono, come scrittrice, se penso che esista un linguaggio letterario donna oppure un linguaggio cinematografico donna. Ed io rispondo che esiste ma è molto difficile spiegare in che cosa consista.
Le donne che fanno il cinema o che scrivono tendono a dire di no, che non esiste uno stile femminile. Lo strumento è neutro, dicono, e una volta che ci si impadronisce dello strumento, che sia donna o uomo, il prodotto è irriconoscibile, purché raggiunga le qualità dell’arte.
Per quanto mi riguarda non ne sono tanto sicura. Io non credo che lo strumento, si tratti di cinema o di letteratura, sia mai del tutto innocente, neutro o anonimo. Credo che lo strumento, fatto di cose o di pensieri, di oggetti o di emozioni, porta l’impronta di chi l’ha adoperato per tanto tempo manipolandolo a suo piacimento.
Alcune studiose, nel desiderio di scoprire un linguaggio specifico cinematografico al femminile, hanno tentato di decifrare una sintassi-donna, una tecnica della narrazione al femminile, fatta a immagine e somiglianza della sessualità femminile, quindi a detta loro, “diffusa”, “circolare”, “frammentaria”, “speculare” ecc.
Hanno detto che il cinema delle donne ha i tempi lunghi, oppure che è fatto soprattutto di dettagli, oppure che fa largo uso di primi piani, oppure che al posto dell’intreccio preferisce il racconto per quadri impressionistici, lirici, oppure che nega l’azione e al suo posto usa la contemplazione che viene visualizzata in immagini lineari, ombrose, interiori, ripetitive ecc.
A me sembra che, per quanto affascinanti, queste tesi siano arbitrarie e anche un poco pericolose perché tendono a creare una nuova scala di valori formali, un nuovo canone estetico, una nuova normativa cinematografica. Dall’osservazione del film del gruppo Miscuglio, Rotondo, Daopaulo, Carini, De Martiis si può vedere che esiste un modo di girare al femminile che non si può definire uno stile o una grammatica particolarmente diversa da quella maschile.
Non parlo, sia chiaro, di contenuti. Non ho mai pensato che cambiando i contenuti si cambi il linguaggio. Parlo di qualcos’altro, parlo della soggettiva. Parlo della capacità di cogliere attraverso la macchina da presa la visionarietà dell’occhio femminile, la sua parzialità storica, il suo eros. Eros che non è riconoscibile in termini tecnici, ma in termini poetici sì.
Sebbene Veronique sia al di là del vetro, noi in realtà siamo lei, in ogni momento del film. E questo non a causa di un progetto di identificazione stabilita a freddo, secondo precisi calcoli politici, ma per un naturale passaggio dal soggetto all’oggetto, che a sua volta diventa esso stesso soggetto in virtù di una visione del mondo e di una sensibilità culturale comune.
In queste cose sta la novità del film che, ripeto, a me è sembrato bello, stilisticamente sapiente e assolutamente casto e doloroso.
Dacia Marami

Una rigorosa ricerca
Ho visto il film “A.A.A. Offresi…”, e voglio parlarne, così come voglio parlare delle sei autrici — Anna, Annabella, Loredana, Maria Grazia, Paola, Rony — e del contenuto delle loro ricerche, tra le quali va inserito anche questo lavoro.
Le sei registe da anni portano avanti rigorose ricerche sui problemi delle donne: chi non ricorda i documentari delle serie televisive “Donne e salute” e “Riprendiamoci la vita”? Ogni loro lavoro è una indagine sui grandi temi della vita delle donne nel sud, del lavoro femminile in fabbrica, della violenza sessuale, dell’aborto, della sessualità.
In questo filone si inseriva anche “Processo per stupro”, che va ricordato non solo perché ha vinto il premio Italia e ha avuto riconoscimenti ancora più prestigiosi, ma sopratutto perché, con le sue immagini, ha illustrato all’opinione pubblica le ragioni per le quali le donne hanno elaborato la legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale.
“AAA. Offresi…” è una prosecuzione di quel discorso e affronta il tema della prostituzione sotto un’ottica particolare: i clienti della prostituta. Per questo aspetto si può dire che è uno spaccato sulla sessualità maschile.
L’obiettivo inquadra uomini senza viso e senza identità e si sofferma sui rituali che precedono l’atto sessuale a pagamento: le trattative per l’acquisto della “merce” sono spesso lunghe e tendono a far risparmiare qualche biglietto da mille. Il film inizia proprio con queste trattative, talché il problema è subito inquadrato nel modo giusto. Gli uomini hanno il potere rappresentato dal denaro. Questo gli consente di acquistare la “merce” donna. Un vero e proprio contratto di compra-vendita o, come si dice in termini giuridici, un contratto a prestazioni corrispettive, in cui in cambio di trentamila lire, viene comprato (anzi viene affittato), per pochi minuti, un corpo di donna.
A me ha colpito non lo scambio denaro-merce-denaro, che è l’aspetto conosciuto dell’amore mercenario, ma il lungo mercanteggiare degli uomini e, soprattutto, il dialogo con cui si svolgono sia le trattative che l’atto sessuale. Il cliente che non ha le trenta mila lire e ne offre la metà, giura sul proprio figlio che, non appena preso lo stipendio, salderà il suo debito (!). Un altro, durante l’intero atto sessuale (che si intuisce, ma non si vede) filosofeggia sul rapporto coniugale: «la moglie è come una scarpa vecchia…». Paragona il suo rapporto coniugale alla guida di un’auto nel traffico, auto che man mano invecchia e della quale non vale più la pena di darsi cura. Un altro ancora parla dei propri figli e del suo lavoro. Le immagini, ma più ancora i dialoghi, danno un senso di plumbea tristezza.
Alla fine questi uomini fanno pena.
E questo è il punto.
L’uomo non accetta di scendere dal suo piedistallo: attraverso le immagini del film io mi sono resa conto, per la prima volta, che il mito della virilità, che gli uomini si sono costruiti a loro uso e consumo, ha finito con il trasformarsi in un boomerang che li ha trasformati in vittime. A loro volta gli uomini, ingabbiati in questo mito, hanno scaricato e scaricano violenza sulle donne.
Sotto questo aspetto il documentario delle sei autrici offre un quadro impietoso dei clienti di Veronique, che sono tutti e nessuno. Ed è questo che ha fatto scattare le molle dell’indignazione maschile, che ha impedito la messa in onda della trasmissione.
Si è aperto così un “caso”, che si è subito trasformato in un “affaire” giudiziario, politico, sociologico.
Tutti gli intellettuali hanno scritto sul caso, e tutti abbiamo letto cose che non esito a definire ignobili. E questo è l’aspetto più incredibile, il vero aspetto sociologico della vicenda. Le sei autrici ci avevano mostrato uno spaccato, certamente “parziale”, della sessualità maschile. I fiumi di inchiostro versati dai “maschietti pensanti” su un filmato non visto, ci hanno offerto un quadro assai più completo della sessualità maschile.
I primi articoli hanno fatto rabbia; il contesto globale degli scritti fa “pena”. Ne è uscito un quadro di uno squallore incredibile. L’uomo, anche se ha cultura e, impegno ideologico di sinistra, non accetta di essere ripreso in mutande, anche se da sempre ritiene un suo preciso diritto usare l’immagine del corpo della donna senza indumento alcuno. Per coprire la loro rabbia gli uomini hanno innalzato cortine fumogene: hanno costruito un caso politico in cui si è discusso della riforma e controriforma della R.A.I.-T.V.; hanno dissertato sulla legittimità dell’uso della candid camera e sulla violazione alla privacy, ecc. Ma dietro a queste cortine fumogene è rimasto fermo e ben visibile nella sua realtà il cliente di Veronique, che in mutande e pedalini contratta pochi minuti di sesso dissertando sulla vita coniugale.
Che pena!
Tina Lagostena Bassi


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