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il continente sommerso

«La negazione della passionalità di una donna per un’altra donna, della scelta di una donna come alleata, compagna di vita ha significato una perdita incalcolabile per la possibilità di cambiare i rapporti, di autoliberarci».
Con queste riflessioni concludiamo la pubblicazione del saggio inedito di Adrienne Rich, apparso sul numero precedente di Effe (Libere di amare? Chi?).

aprile 1981

Il ruolo di persuasore delle coscienze svolto dalla pornografia rappresenta una questione importante e di interesse generale del nostro tempo, soprattutto se si tiene conto che una simile industria plurimiliardaria ha il potere di diffondere -immagini visive sempre più sadiche e- degradanti della donna. Ma anche la cosiddetta pornografia soft-core e la pubblicità fanno della donna un oggetto sessuale, svuotandola del suo spessore emotivo e della sua individualità e personalità: in pratica un bene di consumo di tipo sessuale a disposizione degli uomini. (La cosiddetta pornografia lesbica creata per l’occhio dell’uomo, è anch’essa svuotata di spessore emotivo e di individualità). Il messaggio più distruttivo lanciato dalla pornografia è che le donne rappresentano la naturale preda sessuale degli uomini, e di ciò esse sono felicemente consapevoli; che sessualità e violenza sono compatibili; e che per le donne il sesso è masochista, piacevolmente umiliante, violenza fisica erotizzata. Ma a questo messaggio se ne accompagna un altro, non sempre riconoscibile: che la sottomissione imposta e l’uso della crudeltà, se praticati in un rapporto eterosessuale sono sessualmente “normali”, mentre la sessualità fra donne, compreso l’erotismo e il rispetto sono comportamenti “strani”, “malati” e pornografici in sé, nonché poco eccitanti se paragonati alla sessualità della frusta e dello schiavismo. La pornografia crea non solo un clima in cui sesso e violenza sono interscambiabili, ma allarga la gamma dei comportamenti considerati accettabili dagli uomini in un rapporto eterosessuale e che privano ripetutamente le donne della loro autonomia, dignità, potenziale sessuale, compreso quello di amare ed essere riamate da altre donne in un rapporto di reciprocità e parità.
… . .
Recentemente uno studio di Kathleen Barry (1), ha analizzato i modi di accesso sessuale alle donne.
La Barry presenta esaurienti ed evidenti prove dell’esistenza, su larga scala, di una schiavitù internazionale della donna, l’istituzione meglio nota col nome di “schiavitù delle bianche”, ma che in realtà riguardava, e riguarda ‘tuttora, donne di ogni razza e classe sociale. Nell’analisi teorica che deriva dal suo studio, la Barry mette in relazione tutte le condizioni imposte dall’uomo, alle quale le donne devono soggiacere: prostituzione, violenza maritale, incesto padre-figlia e fratello-sorella, maltrattamenti delle mogli, pornografia, compravendita delle mogli, vendita delle figlie, purdah, mutilazioni genitali. La Barry ritiene che il paradigma della violenza sessuale — in cui la vittima è ritenuta responsabile della sua stessa condizione — sia latore della razionalizzazione e accettazione di altre forme di schiavismo, in cui è la donna che “sceglie” la sua sorte, che la accetta passivamente, o che la cerca con comportamenti avventati e sfacciati. La Barry ritiene invece che «lo schiavismo sessuale della donna sia presente in tutte le situazioni in cui donne o ragazze non sono in grado di mutare/le condizioni della loro esistenza; situazioni dalle quali, senza considerare in che modo vi sono finite (per es. per pressioni sociali, difficoltà economiche, fiducia malriposta, o desiderio di affetto), non riescono a venire fuori, e in cui sono sottoposte a violenza sessuale e a sfruttamento». La Barry fornisce una serie di esempi concreti, non solo sull’esistenza di un diffuso mercato internazionale di donne, ma anche sul suo funzionamento — sia sotto forma di un grande canale che convoglia donne bionde e dagli occhi cerulei verso Times Square, che come tratta di giovinette provenienti dalle regioni più povere dell’America Latina o del Sud Est asiatico, o fornendo “case di piacere” per gli emigrati del diciottesimo arrondissement di Parigi. Invece di “biasimare la vittima” o cercare di diagnosticare la sua presunta patologia, la Barry mette a fuoco la patologia della colonizzazione sessuale, l’ideologia del “sadismo culturale” rappresentato dalla grande industria della pornografia, o dall’identificazione della donna in primo luogo come «soggetto sessuale responsabile del piacere sessuale dell’uomo».
La Barry delinea quella che lei definisce una «prospettiva della prevaricazione sessuale», che spacciandosi per obiettiva, rende quasi invisibili la violenza sessuale e il terrorismo sulle donne da parte degli uomini rendendo questi fenomeni naturali ed inevitabili. Da questo punto di vista, le donne possono venire sfruttate fintantoché le esigenze sessuali ed emotive del maschio vengono soddisfatte. L’obiettivo politico del libro della Barry è quello di sostituire a questa prospettiva di prevaricazione un livello universale di libertà di base per le donne, che le liberi dalla violenza, specifica del loro genere, dalle limitazioni ai loro movimenti, e dal diritto del maschio all’impulso sessuale ed emotivo. Come Mary Daly in Gynecology, la Barry rifiuta le razionalizzazioni di tipo strutturale e altre concezioni relativistiche della tortura sessuale e della violenza contro le donne. Nel suo capitolo introduttivo, la Barry chiede ai suoi lettori di rifiutare tutte le facili scappatoie offerte dall’ignoranza e dalla negazione.
«L’unico modo per venirne fuori, per sfondare le nostre difese paralizzanti, è quello di essere consapevoli — di conoscere fino in fondo che cosa è la violenza sessuale e la prevaricazione… Sapendo, affrontando la situazione di petto, potremo immaginare una via di uscita all’oppressione, prefigurando e creando un mondo nel quale non ci sia spazio per la schiavitù sessuale della donna».
«Finché non daremo un nome a questa condizione, definendola concettualmente e dandole una forma, illustrandone l’evoluzione nel tempo e nello spazio, coloro che sono le maggiori vittime di questa schiavitù non saranno neppure in grado di definire e dare un nome alla loro esperienza».
Ma le dorme sono tutte, in forme e misura diversa, le sue vittime; e il problema di dare un nome e concettualizzare la schiavitù sessuale della donna è in parte dovuto, a parere della Barry, alla eterosessualità obbligata. L’eterosessualità obbligata facilita il compito del lenone e del protettore nella prostituzione mondiale e negli “eros centers”, mentre nell’ambito delle famiglie, porta la figlia ad “accettare” l’incesto-violenza del padre, la madre a negare che ciò stia avvenendo, la donna malmenata a continuare a vivere col marito. «L’offerta di aiuto o amore, è fra le tattiche più collaudate di un lenone che voglia portare una giovane sbandata o fuggita di casa sulla strada della prostituzione». L’ideologia che sta alla base dell’amore eterosessuale inculcata nella donna dall’infanzia attraverso fiabe, televisione, cinema, pubblicità canzoni, matrimoni coreografici, è uno strumento nelle mani dello sfruttatore e di cui questi non esita a servirsi, come la Barry ci documenta ampiamente. Il precoce indottrinamento sull'”amore” come “emozione”, può essere una concezione prettamente occidentale; ma un’ideologia più universale sta alla base della supremazia e dell’impulso sessuale incontrollabile dell’uomo. Ecco una delle tante acute osservazioni della Barry:
«Così come- i maschi adolescenti apprendono che cosa sia il potere sessuale sperimentando nella società i loro impulsi, allo stesso modo le ragazze imparano che il maschio è il centro del potere sessuale. Data l’importanza attribuita all’impulso sessuale del maschio nella socializzazione delle ragazze, nonché dei ragazzi, la prima adolescenza è probabilmente la fase più significativa dell’identificazione del maschio nella vita e nello sviluppo di una ragazza Non appena una ragazza acquista consapevolezza della sua crescente sensibilità sessuale… volge le spalle ai suoi rapporti con altre ragazze. Una volta che questi rapporti sono divenuti secondari, meno importanti nella- sua vita, anche la sua identità assume un ruolo secondario e questa ragazza si identifica nell’immagine che il maschio ha di lei.
Dobbiamo ancora chiederci perché alcune donne non abbandonano mai, neppure temporaneamente, i loro primi rapporti con altre donne. E perché l’identificazione maschile — l’imposizione della fedeltà sociale, politica ed intellettuale all’uomo — esiste lungo tutto l’arco della vita nelle donne lesbiche? L’ipotesi della Barry ci pone nuovi interrogativi, ma ci chiarisce le diverse forme in cui può presentarsi l’eterosessualità obbligata. Nella mistica dell’impulso sessuale maschile dominatore e oppressore, del pene con una sua vita, affonda le radici la legge del diritto del maschio sulla donna, che giustifica la prostituzione come imposizione culturale di tipo universale da un lato, e difesa della schiavitù sessuale all’interno della famiglia sulla base deH’«intimità delle quattro pareti e dell’unicità culturale» dall’altro. L’impulso sessuale del maschio adolescente, che, come è appreso dalle ragazze e dai ragazzi, una volta innescato non è responsabile di sé e non può ricevere risposte negative, diventa, secondo la Barry, la norma del comportamento maschile adulto nel rapporto sessuale: una situazione di arresto dello sviluppo sessuale. Le donne imparano ad accettare come naturale l’inevitabilità di questo “impulso” perché lo ricevono come dogma, e ciò si riscontra nella violenza maritale, nella moglie giapponese che, rassegnata, prepara la valigia per il marito che trascorrerà il fine settimana nei bordelli di Taiwan, e- nella disparità fisiologica nonché economica fra marito e moglie, datore di lavoro e dipendente, padre e figlia, professore e alunna. L’effetto della identificazione del maschio è quello di interiorizzare i valori del colonizzatore e partecipare attivamente al processo di subordinazione di sé e del proprio sesso… L’identificazione del maschio è l’atto con cui le donne pongono l’uomo al disopra di se stesse, per credibilità, status e importanza nella maggior parte delle situazioni, senza tenere conto della qualità comparativa che le donne possono apportare nelle situazioni… L’interazione con le donne è vista come una forma secondaria di rapporto a tutti i livelli. Quello che merita una ulteriore indagine è la duplice concezione che le donne si fanno e dalla quale nessuna donna è permanentemente e completamente libera: nonostante che i rapporti fra donne, l’appoggio reciproco, un sistema di valori femminile e femminista vengano guardati con fiducia e auspicati, l’indottrinamento sulla credibilità e sullo status maschile riesce ancora a creare una sinapsi nel pensiero, nel rifiuto dei sentimenti, nelle pie illusioni, una profonda confusione sessuale e intellettuale. Cito qui da una lettera che ho ricevuto il giorno stesso in cui scrivevo questo brano: «Ho avuto pessimi rapporti con gli uomini — proprio in questo periodo è in corso la mia separazione. — Sto cercando di ritrovare la forza attraverso le donne, senza le mie amiche non riuscirei a sopravvivere». Quante volte al giorno le donne pronunciano queste parole, o le pensano, o le scrivono, e quanto spesso la sinapsi si riafferma? La Barry così sintetizza: «…Considerando l’arresto dello sviluppo sessuale giudicato normale fra i maschi, e considerando il numero di uomini che fanno parte della categoria dei lenoni, ruffiani, schiavisti, funzionari corrotti che partecipano a questo traffico, proprietari e gestori di bordelli e altri simili “luoghi di piacere”, pornografi legati al mondo della prostituzione, e poi quelli che picchiano le loro mogli, che molestano i bambini, che commettono atti incestuosi, che violentano o sfruttano, se si considera tutto questo non si può non rimanere allibiti dall’enorme numero di uomini che praticano una forma di schiavismo sessuale nei confronti della donna. Il loro numero spropositato dovrebbe essere la causa di una dichiarazione di emergenza internazionale, di una crisi nella violenza sessuale. Ma ciò che dovrebbe essere fonte di allarme, è invece accettato come un normale rapporto sessuale».
Susan Calvin, in una sua ricca provocatoria e profonda disquisizione suggerisce che il patriarcato diventa possibile quando il gruppo originario femminile, che comprende i bambini ma esclude i maschi adolescenti, viene invaso e superato numericamente dai maschi; che non è il matrimonio patriarcale, ma la violenza del figlio sulla madre ad essere il primo atto di dominio dell’uomo. La situazione ohe rende possibile questo non è solo un semplice cambiamento che avviene all’interno del rapporto fra i due sessi, ma è anche il legame madre-figlio, manipolato dai maschi adolescenti perché questo legame rimanga dopo il .periodo dell’esclusione. L’affetto fraterno viene strumentalizzato allo scopo di stabilire il diritto del maschio ad avere libero accesso alla donna, che tuttavia dopo dovrà essere mantenuto con la forza (o attraverso il controllo delle coscienze) in quanto l’originale profondo legame adulto è della donna per la donna. Questa ipotesi mi sembra molto suggestiva, perché una delle forme di falsa coscienza in cui si manifesta l’eterosessualità obbligata è quella, di mantenere un rapporto analogo a quello madre-figlio fra un uomo e una donna, per cui alla donna si chiede di essere materna, comprensiva, di avere compassione per i suoi vessatori, violentatori, picchiatori (come pure per quegli uomini che passivamente la vampirizzano). Quante donne forti e decise perdonano ai loro figli certi atteggiamenti?
Ma quali che ne siano le origini, se guardiamo da vicino alla portata e all’elaborazione delle misure volte a tenere le donne entro un confine sessuale di tipo maschile, non possiamo non chiederci se quello che dobbiamo riconoscere e analizzare come femministe sia non semplicemente “l’ineguaglianza sessuale”, o il dominio culturale dell’uomo, o soltanto “i tabù contro l’omosessualità” ma l’imposizione alle donne dell’eterosessualità quale mezzo per garantire il diritto del maschio ad un accesso fisico, economico ed emotivo. Un altro sistema è, naturalmente, quello di annullare l’esistenza di una scelta lesbica, un continente sommerso che ogni tanto viene a galla,, e subito è risospinto verso il basso. La ricerca e le teorizzazioni femministe che contribuiscono a rendere invisibile o marginale il lebismo, operano contro la liberazione e il rafforzamento delle donne come gruppo.
L’affermazione che «la maggior parte delle donne sono per natura eterosessuali», costituisce un pilastro inamovibile per molte donne. Continua ad essere un’affermazione sostenibile perché il lebismo è stato cancellato dalla storia o catalogato fra le patologie, ma anche perché riconoscere che per le donne l’eterosessualità potrebbe non essere una “preferenza”, ma qualcosa che è stato loro imposto, organizzato, propagandato, e mantenuto con la forza, è un grande passo soprattutto se le donne si considerano “per natura’” eterosessuali. Eppure, non voler esaminare l’eterosessualità come un’istituzione è come non voler ammettere che il sistema economico che chiamiamo capitalistico, o quello razziale sono mantenuti per una serie di forze, compresa la violenza fisica, e la falsa coscienza. Chiedersi se l’eterosessualità sia davvero una scelta, o una “preferenza” espressa dalla donna, e compiere il lavoro emotivo e intellettuale che ne deriva, richiede particolari doti di coraggio nelle femministe che si identificano come eterosessuali, ma ritengo che la ricompensa sarebbe grande: la liberazione del pensiero, l’esplorazione di nuove strade, la rottura di un lungo silenzio, una nuova chiarezza nei rapporti personali.
Nel riferirmi all’omosessualità femminile uso qui i termini “esistenza lesbica” e “continuum lesbico”, perché il termine lesbismo ha un ambito clinico e limitativo. “Esistenza lesbica” significa sia il riconoscimento di una presenza storica del lesbico che il nostro continuo ricreare il significato di questa esistenza. Con “continuum lesbico”, intendo una serie — attraverso la vita di tutte le donne e attraverso la storia — di esperienze di identificazione di sé delle donne, non solo il fatto che una donna abbia avuto o desiderato avere dei rapporti sessuali con un’altra donna. Se estendiamo il concetto fino a fargli comprendere molte altre forme affettive intense fra donne, compreso il condividere una vita interiore molto ricca, l’unione contro la tirannia del maschio, dare e ricevere appoggio pratico e politico, se riusciamo a includere in quel concetto anche associazioni come la “resistenza al matrimonio” e il comportamento “selvaggio” di cui parla Mary Daly (significati obsoleti: donna scostumata, “difficile” “capricciosa”… “una donna che si fa desiderare”) cominciamo a recuperare brandelli di storia e psicologia femminile che per ora erano stati irraggiungibili perché esistevano delle definizioni cliniche e limitative del concetto di lesbismo.
Con esistenza lesbica si intende sia il crollo di un tabù che il rifiuto di un sistema di vita obbligato. Anche un attacco diretto o indiretto al diritto maschile di accesso alle donne. Ma possiamo andare oltre. Pur potendo intenderla da principio come forma di negazione del patriarcato, un atto di resistenza, l’esistenza lesbica è stata vissuta (diversamente, da diciamo, l’esistenza ebraica o cattolica) senza conoscerne la tradizione, la continuità. La distruzione della documentazione, delle memorie e delle lettere che documentano le realtà di un’esistenza lesbica deve essere considerata seriamente come strumento che contribuisce all’obbligatorietà dell’eterosessualità per le donne, perché quello da cui siamo state allontanate è un senso di gioia, di sensualità, un sentimento coraggioso e comunitario, ma è anche colpa, tradimento di se stesse e dolore.
Le lesbiche sono state storicamente private di un’esistenza politica attraverso il loro inserimento, in versione femminile, nell’omosessualità maschile. Omologare l’esistenza lesbica all’omosessualità maschile, perché entrambe stigmatizzate, significa negare e cancellare, ancora una volta, la realtà delle donne. Separare quelle donne etichettate come “omosessuali” o “invertite” dal complesso continuum di resistenza femminile, collegarle ad un modello maschile, significa falsificare la nostra storia. Una parte della storia dell’esistenza lesbica si ritrova naturalmente dove le lesbiche, mancando di una comunità di donne, hanno condiviso con gli omosessuali certe esperienze sociali e una causa comune. iBisogna tuttavia mettere in luce le diversità: la mancanza, per le donne, dei privilegi economici e culturali che spettano invece di diritto agli uomini; differenze qualitative nei rapporti delle donne e in quelli degli uomini, per esempio il prevalere di un sesso anonimo e la giustificazione dell’omosessualità fra i maschi pederasti; l’età piuttosto avanzata nella media dell’attrattiva sessuale dell’omosessualità maschile. Nel definire e descrivere un’esistenza lesbica, spero di riuscire a spingermi oltre una scissione del lesbismo dai valori e dai legami dell’omosessualità maschile. Ritengo l’esperienza lesbica, analogamente alla maternità, un’esperienza squisitamente femminile, con sue proprie forme di oppressione, con i suoi significati, e una potenzialità che ci sfuggirà fino a quando la omologheremo ad altre esistenze sessualmente stigmatizzate. Così come il termine “genitore” serve a nascondere una realtà piena di significato che si concretizza nel ruolo della madre, il termine “invertito” serve ad offuscare i contorni che ci servono a capire quali siano i valori cruciali per il femminismo e la libertà delle donne in quanto gruppo. Così come il termine lesbica per limitative definizioni cliniche, di derivazione patriarcale, l’amicizia fra donne e il cameratismo sono state private di qualsiasi connotazione erotica. Ma via via che approfondiamo ed estendiamo il concetto di esistenza lesbica, a mano a mano che delineiamo un continuum lesbico, veniamo a scoprire l’aspetto erotico in termini femminile: come ciò che non può essere confinato ad una sola parte del corpo, o al solo corpo, come un’energia non solo diffusa, ma, come ce l’ha descritta André Lorne, onnipresente quando si «condivide una gioia, fisica emotiva o psichica», e nel condividere un lavoro; come una gioia totalizzante che ci rende meno disposte ad accettare l’impotenza, o altri modi di essere che non ci sono naturali, quali la rassegnazione, la disperazione, l’autobliterazione, la depressione e l’auto-negazione».
… . .
L’identificazione nella donna è una fonte di energia, una molla potenziale del potere femminile, violentemente compressa e inutilizzata nell’eterosessualità. La negazione della realtà e delle manifestazioni della passionalità di una donna per un’altra donna, della scelta di una donna come alleata, compagna di vita; aver costretto questi rapporti a nascondersi e a disintegrarsi sotto una pressione troppo forte, ha significato una perdita incalcolabile per le dorme nella possibilità di cambiare i rapporti sociali fra i sessi, di autoliberarci. La menzogna che sta al fondo dell’eterosessualità femminile obbligata è un problema che riguarda oggi non solo gli ambienti femministi, ma tutte le professioni, qualsiasi lavoro, curriculum, tentativo di associarsi, ogni rapporto o dialogo sul quale aleggia questa menzogna. Essa crea una radicata falsità, ipocrisia ed isteria nel rapporto eterosessuale perché tutti i rapporti vengono vissuti sulla falsa riga di questa menzogna. Per quanto scegliemmo di identificarci, ci troviamo etichettate, sotto l’ala di quella menzogna.
E’ lei che tiene molte donne psicologicamente in trappola; cercando di far rientrare il loro modo di essere, il loro spirito, la loro sessualità in schemi precostituiti perché le donne non ‘possano guardare oltre i parametri di ciò che è accettabile…
Questa menzogna assume diversi aspetti. Nella tradizione occidentale, un aspetto, quello romantico, ci dice che le donne sono sempre, anche se qualche volta violentemente e tragicamente, attratte dall’uomo; e anche quando questa attrattiva è suicida (vedi Tristano e Isotta o “Il risveglio” di Kate Chopin) è ancora un imperativo organico. Nella tradizione delle scienze sociali, si afferma che l’amore fra i due sessi è “normale” e che la donna ha bisogno di un uomo che la protegga sia socialmente che economicamente, perché lei raggiunga una sessualità matura una sua realizzazione psicologica; che la famiglia eterosessuale è l’unità sociale di base; che le donne che non sono legate in primo luogo ad un uomo saranno, in termini funzionali, condannate ad una marginalità superiore a quella a cui saranno comunque condannate in quanto dorme. Non sorprende allora che le lesbiche costituiscano una popolazione che vive ancor più all’oscuro degli omosessuali uomini.
La critica femminista nonché lesbica e donna di colore Lorraine Bethel, scrivendo a proposito di Zora Neale Hurston, faceva notare che per una donna di colore — due volte emarginata — decidere di assumere un'”ulteriore” identità detestabile è alquanto difficile. Eppure la scelta lesbica è stata una scelta di vita per donne di colore sia in Africa che negli Stati Uniti.
E’ inevitabile a questo punto chiedersi: Dobbiamo noi condannare tutti i rapporti eterosessuali, compresi quelli meno oppressivi? Non credo che sia a questa domanda che dobbiamo rispondere. Siamo rimaste paralizzate da numerose false dicotomie che ci hanno impedito una visione d’insieme: matrimoni “buoni” o “cattivi” matrimoni “per amore” o “combinati”, rapporto eterosessuale o violento, Liebeschmerz o umiliazione e dipendenza. Nell’ambito del rapporto eterosessuale esistono naturalmente esperienze qualitativamente diverse; ma nella mancanza di una scelta la donna continua a dipendere dal caso o dalla fortuna di rapporti particolari, senza quindi il potere collettivo di determinare il significato e il posto della sessualità nella sua vita.
Se poi guardiamo al rapporto eterosessuale, scorgiamo una storia di resistenze femminili che non sono mai state coscienti di sé, in quanto frammentarie, mal comprese, cancellate.
Sarà necessaria un’offensiva politica, economica e culturale contro l’eterosessualità, che ci conduca aldilà dei singoli casi e delle singole situazioni di gruppi diversi, per darci una visione d’insieme, necessaria a smantellare il potere che gli uomini, ovunque, hanno esercitato sulle donne, potere che è diventato un modello per ogni altra forma di sfruttamento e di controllo illegittimo.
(Traduzione di Stefania Scotti. Da “Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence”, Signs, Summer 1980)

(1) Katfileen Barry: Temale Sexual Slavery”, Englewood Cliffs N.J. Hall, Inc. 1979.


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