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le donne dai cuori generosi

quando il cuore delle donne è forte, 91 popolo non può essere vinto. (Tatshunka Witko- Cavallo Pazzo).

settembre 1978

all’interno del cumulo di falsità dette dagli americani sui nativi americani, le menzogne riguardanti le donne indiane, le «squaw”, sono le più enormi. Da sempre «squaw» è nella mitologia western e bianca sinonimo di schiava, e le culture indiane ci vengono presentate dalla tradizione bianca come le più maschiliste, proprio dai bianchi che in fatto di schiavitù, sfruttamento, sessismo e maschilismo danno dei punti a chiunque, ma la cattiva coscienza fa queste rimozioni e questi «scherzi».
In realtà non è affatto così; i protestanti bianchi anglosassoni e i cattolici spagnoli tentarono di cancellare ogni testimonianza sulle reali condizioni della donna indiana cui invece attribuirono tutte quelle «doti” che imponevano alle loro donne, soprattutto alle loro schiave: silenziosità, laboriosità fino alla consunzione, rispetto per il maschio padrone ed in più, sessualità sfrenata e da ‘animale selvatico’ fedeltà da cane; e ovviamente tentarono di distruggere le condizioni di vita che permettevano alla donna indiana di vivere la propria vita.
La «squaw» è nella tradizione bianca l’animale da soma dell’indiano, la serva, talvolta torturatrice del prigioniero indifeso, pronta, però, ad innamorarsi del superiore eroe bianco (trasposizione del terrore del bianco di vedere la «sua» donna innamorarsi di un indiano e dei confronti che potevano nascere…) e ovviamente a morire per lui, che convola a giuste nozze con una vergine fanciulla bianca tutta casa figli e chiesa, dopo essersi «divertito», amore impossibile, con l’indiana.
Ma in realtà questa condizione della donna indiana si verifica solo dopo la conquista bianca quando la civiltà bianca viene imposta con la forza delle armi, prima era molto diverso.
Dopo molti anni di sforzi e di resistenza le donne Lakota (Sioux) di Pine Ridge hanno fondato il gruppo «Caritè Ohitica Win» (le donne dai cuori coraggiosi), esse dicono: «Ci sono molte idee accettate sulla donna indiana: l’uomo camminava davanti di dieci passi e la donna dietro. Non è vero. Noi vogliamo cambiare queste idee perchè una volta la relazione tra la donna e l’uomo era basata sull’uguaglianza. Noi facevamo tutto insieme, noi dividevamo tutto. Ora, invece, anche se non vogliamo sembrare essere contro l’uomo, dobbiamo dire che le cose sono veramente cambiate. Tempo fa la nascita di un bambino era una gioia, ora è la donna che si occupa del bambino e lo alleva: gli uomini se ne vanno in giro e bevono. Essi si sono lasciati travolgere”. «Le donne di ‘Cante Ohitica Win’ sono fiere della loro eredità di Lakota e di donne. Questa eredità e il ruolo delle donne sono troppo poco conosciuti. Quando alla fine i Lakota furono costretti ad andare nelle riserve quasi tutti diedero il nome della madre come ‘cognome’ agli agenti del censimento. Gli impiegati passarono molto tempo a ‘correggere’ tali
‘errori’. Un vecchio capo osservò: ‘Noi abbiamo notato che l’uomo bianco fa della sua donna un oggetto, un animale domestico. Ora noi vediamo che esse sono delle proprietà; non hanno neppure un nome che appartenga loro’“. Madona Gilbert racconta: «Io ho preso il nome di mio padre come fa la gente di questo paese, perchè essi hanno costretto il nostro popolo ad adottare la legge dell’uomo che trasmette il proprio nome. Gli Indiani non l’hanno mai fatto. Ciascuno ha il suo nome. Anche oggi questo continua a esistere: ciascuno ha il suo nome ‘bianco’ per la B.I.A. (1), e il suo nome indiano. Ognuno ha un suo nome e non lo trasmette di generazione in generazione. Che idea strana! È ancora l’egocentrismo dell’uomo bianco?!”. Le donne militanti vogliono riconquistare il loro ruolo tradizionale che le istituzioni bianche soprattutto con le leggi del 1934 hanno cercato di distruggere e far dimenticare: quasi tutte le tribù seguivano il modello matrilineare, le donne erano i veri «capi» del campo e presso talune tribù, come gli Irochesi, eleggevano o destituivano i capi, ma di questo parleremo in altri articoli.
Ed è contro le donne, le madri soprattutto, che si scaglia il terrorismo, i ricatti e le perquisizioni poliziesche. Ma le donne di Pine Ridge non si lasciano intimidire. Le perquisizioni con le armi puntate sono all’ordine del giorno e sono spesso le donne a subirle: «Avevano (la B.I.A.) un M-16 puntato su di me quando sono venuti nella casa dove stavano quelli dell’assistenza legale. Io dissi loro: ‘Andateci, sparate se ne avete il coraggio’. Essi cercavano delle prove, volevano sapere se erano dell’A.I.M. (2). Io dissi loro che erano assistenti legali e che noi avevamo detto loro di occupare pure la casa. ‘Ma vostro padre ha detto che potevamo venire quando volevamo!’ Dissi che mentivano e che comunque quella non era terra di mio padre, ma di mia madre e che lei non voleva saperne di loro. Dissi pure che li avrei denunciati per violazione di domicilio. Prima, quando la gente aveva paura, dicevano che l’F.B.I. mi avrebbe arrestata se non aprivo la porta. Ora io li mando al diavolo. Non si può lasciarli fare, tutti li odiano, anche i bambini gettano pietre contro di loro”. «Ora sono più rispettosi, quando vengono mostrano il tesserino. Prima battevano sulla porta» «Aprite o sfondiamo!» «Stiamo per portarvi in prigione!” Ora cercano di parlare.


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