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poesia

ottoricci

luglio 1974

 

C’era una volta una bambina che aveva quattro ricci da una parte e quattro dall’altra, si chiamava Ottoricci.

Abitava in un prato, un prato immenso pieno di fragole rosse e mirtilli blu. Tutte le mattine, non appena il sole spuntava sul prato, Ottoricci correva ad aprire le corolle dei fiori, perché potessero ricevere la luce. Nel suo lavoro mattutino, era sempre seguita da nugoli dorati di farfalle e sciami di api e calabroni che litigavano tra loro per assicurarsi i posti migliori sui fiori di prima qualità. Ottoricci cercava di metter pace e si dava un gran da fare perché la Cerimonia dell’Apertura dei Fiori si svolgesse con il minor numero possibile di incidenti, bisticci, zuffe e lamentele.

Naturalmente c’era sempre qualcosa che non andava. Per esempio bisognava sorvegliare Giacomo, il più svampito dei calabroni, che tutte le mattine andava a posarsi su Gustavo, il pappagallo rosso e giallo, credendo che fosse un mazzo di fiori esotici. Gustavo andava su tutte le furie e il povero Giacomo batteva in ritirata, tutto avvilito, correndo a rifugiarsi tra i ricci biondi della bambina.

E poi c’era da tener d’occhio Erminia, l’ape più golosa del gruppo, che faceva indigestione di polline un giorno sì e uno no.

Oppure bisognava tener lontano dai fiori Paolo, il castoro, che era sempre raffreddato perché stava tutto il giorno a costruire dighe nell’acqua gelida e che esplodeva in sternuti così potenti da spazzar via le corolle delicate dei mughetti e delle campanule. Era insomma un lavoro da togliere il fiato, ma Ottoricci si divertiva un mondo e non ci avrebbe rinunciato per nessuna, ragione: l’intero prato era suo, da esplorare e conoscere, il mondo segreto e meraviglioso delle formiche e delle api, della menta profumata e delle ginestre luminose.

E poi cera lo stagno, pieno di girini che non stavano mai fermi e di alghe lunghe e pigre che non parlavano mai con nessuno e facevano ondeggiare le loro chiome verdi con il sussiego di aristocratiche dame. E c’era Rachele, la rana più vecchia dello stagno, tanto vecchia che nessuno, nel prato, si ricordava quand’era nata né da dove fosse venuta. Abitava in una grande padella scrostata che, raccontava Rachele, era servita a Napoleone per cucinarci le uova con pancetta nei tempi in cui stava accampato nel prato, attendendo la chiamata della Storia. Quando la Storia l’aveva chiamato, se ne era corso via a precipizio, abbandonando la fedele padella. Si sa, uno non può entrare nella storia portandosi dietro una padella.

Così Rachele aveva raccolto la pentola e aveva deciso di abitarci. Ottoricci veniva spesso a trovarla: dopotutto una rana che vive in una padella quasi storica, non è cosa di tutti i giorni. E poi Rachele conosceva tante storie, storie dei tempi in cui nel prato non cerano né fragole né fiori e la terra batteva i denti sotto un gelido strato di ghiaccio. Rachele raccontava e Ottoricci stava seduta ad ascoltare, così attenta che persino i suoi ricci stavano tesi e rivolti all’insù, come dei punti interrogativi. Era una vita molto bella, quella di Ottoricci, e non avrebbe voluto cambiarla mai. Ma un giorno gli abitanti del prato sentirono un fracasso e videro avanzare tra l’erba delle strane creature con in mano arnesi che sputavano fuoco. Nessuno sapeva chi fossero, tranne Rachele che ricordava vagamente di averli già visti prima, da qualche parte: « Sono gli uomini, disse, e ogni volta che arrivano per noi è finita ». Così disse e con un balzo saltò fuori dalla padella storica, per nascondersi tra le alghe sul fondo. Tutti fuggivano, le api, i castori, le formiche pazze di paura. Ottoricci si nascose dietro una betulla, ma il tronco era tanto sottile che i suoi ricci, quattro da una parte e quattro dall’altra, sporgevano al di qua e al di là del tronco. Gli « uomini » la videro e la catturarono. « Ma è una bambina — Ottoricci sentì dire da una voce metallica — cosa fa qui, in questo prato selvaggio? Portiamola via ».

Così Ottoricci fu strappata al prato e ai fiori e finì dentro a una grossa scatola piena di buchi, chiamata « casa ». Le fecero mettere scarpe e vestiti e un uomo col camice bianco le tagliò a uno a uno i suoi otto ricchi. « Ecco, adesso sei una bambina normale — disse l’uomo — non più una selvaggia spettinata. Ora puoi vivere con noi ». Ottoricci chinò il capo e guardò i suoi ricci tagliati. Pensò a Rachele, ai mirtilli blu, alle alghe e si sentì un nodo alla gola. « Tornate voi, sussurrò piano ai suoi ricci — almeno voi tornate al prato ». Ci soffiò sopra, con un soffio leggero. Lentamente, un po’ indecisi, i ricci s’alzarono in volo e uscirono dalla finestra. Nella luce del sole, parevano otto farfalle gialle. Ottoricci li guardò svanire piena di angoscia. Chissà se ce l’avrebbero fatta.

La notte dopo, mentre dormiva, sentì un tocco leggero contro i vetri. Aprì la finestra: erano i suoi ricci e dietro le api, i calabroni, le farfalle del Prato. Piena di gioia, Ottoricci salutò i suoi amici. « Torna — le dicevano svolazzandole intorno — senza di te non riusciamo ad aprire i fiori, il prato è così triste, Rachele non vuole neppure più abitare nella padella di Napoleone! ». Ma Ottoricci sapeva che era difficile fuggire dal mondo degli uomini. Qualcosa, però poteva fare. Poteva rimanere vicina agli amici del prato, insegnare alle farfalle e alle api come aprire i fiori. Così, tutte le notti le api, i calabroni, le farfalle del Prato, tornavano da lei, raccoglievano i suoi messaggi, e ogni mattina correvano sul prato, guidando nugoli dorati di farfalle e api che insieme, in un frenetico lavorio di zampette e d’ali, aprivano le corolle dei fiori. Ogni notte, prima di addormentarsi dentro alla scatola chiamata casa, Ottoricci sorrideva: sapeva che ogni mattina nel prato, la vita ricominciava.


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