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LAVORO

sfruttamento a domicilio

luglio 1974

 

Il lavoro dovrebbe essere creatività, possibilità di esprimersi, per l’uomo e per la donna. Nella società attuale — come in quella passata, d’altronde — lo spartiacque tra lavoro come fatica e lavoro come creatività è quello di classe. La creatività, nel senso tradizionale del termine, è sempre stata privilegio di una élite che l’ha amministrata a seconda delle sue esigenze, l’ha usata come strumento di potere. Se la prima distinzione da fare è, quindi, — ci pare scontato — quella di classe, è anche vero che all’Interno di questa cerchia ristretta di privilegiati, il « creare cultura » è stato delegato da sempre agli uomini. Le poche donne che hanno potuto accedere alla roccaforte della creatività e della cultura sono spesso servite ad avallare la tesi che «chiunque può farcela (persino una donna) purché abbia le qualità adatte». Un discorso mistificatorio che da poco abbiamo imparato a individuare. Per gli «altri» c’è sempre stato e c’è tuttora il lavoro come fatica, come mezzo di sopravvivenza: una necessità, quindi, non una libera creazione. Come si può parlare di creatività ad una donna (o ad un uomo) che stia in fabbrica o in ufficio otto ore al giorno e lotta quotidianamente contro i problemi spiccioli, «meschini» (certo non adatti al pensiero creativo) che sono la sostanza della vita della maggior parte di noi?

Il mondo del lavoro, oggi, nega la creatività alla maggioranza, ma specialmente alle donne. L’esempio forse più clamoroso della realtà del lavoro come oppressione, sfruttamento e fatica — cioè dell’altra parte della medaglia rispetto al lavoro come lo vorremmo — è quello del lavoro a domicilio, che affrontiamo in queste pagine. Essa rappresenta la «summa», di tutti gli aspetti negativi della condizione femminile.

 

Il vantaggio degli industriali

Il lavoro a domicilio al padrone costa meno di quello in fabbrica: per i compensi salariali e per gli oneri fiscali e sociali. Gli permette anche di ridurre i costi fissi di produzione perché limita le spese di impianto mantenendo contemporaneamente coperta dalla produzione una larga area di mercato. Allo stesso tempo attutisce gli aspetti più clamorosi dei periodi di crisi economica, che si manifestano, in questo caso, non con licenziamenti in massa ma con un calo del lavoro consegnato a casa, evento questo, contro cui le lavoratrici non hanno alcuna possibilità di protesta, mentre restano inalterate le pesanti rate che esse pagano per le macchine su cui lavorano.

Nella maggior parte dei casi, le lavoranti a domicilio, infatti, acquistano — per proprio conto o dallo stesso committente — i macchinari necessari, che talvolta raggiungono il valore di parecchi milioni (settore tessile), con il rischio, tra l’altro, che diventino obsolete nel giro di pochi anni. In genere due interi anni di lavoro vengono assorbiti dal costo della macchina.

E’ logico che questo rapporto di lavoro non potrebbe sussistere, né svilupparsi, se agli evidenti vantaggi imprenditoriali non si affiancassero situazioni contingenti che lo possano permettere: una mancata capacità e volontà politica di controllare il fenomeno e l’esistenza dell’« esercito di riserva », cioè di un gran numero di disoccupati e sottoccupati, che vedono nel lavoro a domicilio un miglioramento della propria situazione finanziaria.

A questo si aggiunga la mancanza di infrastrutture sociali che, se esistessero, libererebbero la donna dalla cronica posizione di casalinga, permettendole di accedere in maniera più adeguata al mercato del lavoro, e la mancanza di una coscienza sociale, politica e organizzativa da parte di queste lavoratrici, isolate nelle proprie case, che spesso vedono nel lavoro «un favore fatto loro dall’imprenditore».

Lo stress fisico e psicologico cui sono sottoposte le lavoranti a domicilio è enorme. Avere sempre, da un anno all’altro, il lavoro sotto gli occhi non consente mai loro di rilassarsi: «E’ impossibile starsene, anche solo un po’, senza fare nulla con la roba da cucire davanti: il pensiero mi farebbe stancare ancora di più» Così mi ha risposto la quasi totalità delle cucitrici a domicilio empolesi, con cui ho parlato.

La maggioranza di esse lavora in cucina e quasi tutte cuciono o rifiniscono capi in pelle. Tale mansione rende insano l’ambiente, in quanto è necessario l’uso di colla e mastice In più, e quando la pelle viene tagliata forma una peluria finissima che si posa ovunque.

Oltre ai disagi fisici causati dalle condizioni antigieniche, ancor più gravi sono quelli psicologici. Per molte di loro, l’unico contatto col mondo esterno è costituito dalla radio o dalla televisione, mentre il «tempo libero» è impegnato dalle faccende domestiche.

Nel comprensorio empolese sta prendendo campo un nuovo tipo di lavoro a domicilio che probabilmente si propagherà altrove, considerando i grossi vantaggi che ne derivano per i padroni. Si vanno, cioè, costituendo «catenine» di cucitura: sei o sette lavoranti si riuniscono in uno stanzone, in casa di una di loro o affittato in comune, dove viene svolta una lavorazione in serie, a catena, come in fabbrica. La cosa in un primo momento potrebbe apparire positiva, perché toglie dall’isolamento fisico le lavoranti e permette loro di guadagnare di più. Ma da queste cifre, frutto di 10-12 ore di lavoro giornaliero, devono essere detratte tutte le spese per i macchinari, della luce elettrica, dell’affitto, del filo per cucire, del mastice, ecc.

In queste «fabbriche», non esistono assenteismi dal lavoro, né scioperi, (quando le interne della fabbrica scioperano, spesso alle esterne tocca una quantità di lavoro doppio, che vanifica la lotta delle compagne).

Ma l’aspetto umano più negativo è il controllo pesantissimo che le lavoranti esercitano fra di loro: se infatti una normale operaia può chiedere un permesso di un’ora o di un giorno al caporeparto, per l’operaia delle «catenine» ciò non esiste: bisogna lavorare sempre, mancare anche solo per poco vuol dire gravare sulle compagne e rendere l’ambiente pieno di tensione a causa dei «musi» di chi ha lavorato di più.

 

I risultati delle indagini

L’unico «diversivo» è la scappata che fanno ogni tanto a casa per vedere se il bambino piccolo dorme, o se l’altro ha fatto la merenda, o per preparare la roba al marito che «se non trova tutto pronto quando rientra dal lavoro, urla subito e si comincia a litigare». (Da notare che la maggioranza di queste donne ha lasciato la fabbrica per «stare dietro alla famiglia»).

Secondo indagini svolte nella provincia di Modena è risultato che su 189 lavoranti o domicilio, 150 avevano i macchinari situati nella cucina, il 20 per cento era affetto di disturbi neuropsichici, il 45% si trovava in uno stato di stanchezza patologica, il 79% accusava disturbi a vari apparati, per lo più localizzati alle spalle e alla colonna vertebrale, agli occhi e al capo. Le condizioni delle lavoranti sono poi ancora più difficili dove sono peggiori le condizioni socio-ambientali.

 

 

Le fabbriche ombra

Infatti, tornando alle lavoratrici di Empoli, esse possono venir considerate delle privilegiate rispetto ad altre, per la loro coscienza politica e di classe.

Interessanti sono a questo proposito le impressioni che M.A. Macciocchi ebbe da un contatto diretto con le «casalinghe» napoletane (in realtà per la maggior parte lavoratrici a sottosalario). Queste vivono in ambienti estremamente miseri, molte svolgono lavori che richiedono l’uso di sostanze tossiche (sono frequenti i casi di avvelenamento e di paralisi tra le cucitrici di tomaie per scarpe), senza indennità né assicurazione alcuna. Per cucire tomaie ricevono 600 lire al paio: 80 lire l’ora perché occorre quasi una giornata per ogni paio.

Sono le dipendenti delle «fabbriche-ombra », contro le quali è impossibile organizzare uno sciopero o una lotta salariale, perché i padroni non hanno volto… I «proprietari» di questa massa di sottosalariate denunciano ufficialmente 10-12 dipendenti al massimo e «la verità», come giustamente dice la Macciocchi, «si scopre quasi sempre per caso»…

A Miano, un paesetto della periferia di Napoli, la morte del proprietario di una di queste industrie clandestine che aveva denunciato ai sindacati ed al fisco solo 14 dipendenti, ha messo in luce, al momento della spartizione dell’eredità questa realtà: 400 napoletane dipendevano da lui e la sua morte, con la chiusura e la vendita dell’azienda, aveva messo sol lastrico 400 donne all’anagrafe «casalinghe».

Il numero dei lavoratori a domicilio è stato stimato, ufficiosamente, nel ’73, tra un milione e 300 mila e un milione e 600 mila persone, il 90 percento delle quali donne, ma di queste soltanto diciottomila iscritte negli appositi albi.

 

Alcune esperienze dirette

Una delle prime lavoranti che sono riuscita a intervistare è stata una donna sposata di circa trent’anni. Mi ha accompagnata da lei una sua amica, ma questo non bastava a farla essere meno diffidente. Solo quando le ho garantito che non mi interessava il nome della ditta per la quale lavorava e che non avrei mai reso pubblico il suo, ha cominciato a rispondere alle mie domande. Da anni lavora per la stessa azienda come rifinitrice di capi in pelle, senza essere assicurata. Per ogni capo prende 300 lire (circa un’ora di lavoro) però non può dedicare molte ore al lavoro perché deve accudire alla casa e a quattro uomini: marito, due figli abbastanza piccoli (6 e 9 anni) e suocero. Il suocero ha una pensione irrisoria e lo stipendio del marito non è sufficiente. Vorrebbe tornare in fabbrica, ma per adesso non le è possibile. Forse fra qualche anno, quando i figli saranno cresciuti, ci andrà, almeno spera. Ha aggiunto che per lei il lavoro che fa in casa è una « vera manna » e che le ore in cui produce di più sono quelle dopo cena o alla mattina presto, quando cioè tutti gli altri dormono e perciò la lasciano in pace. Le ho chiesto se non le sembra troppo poco quanto le danno, senza neppure godere dell’assistenza. Ha risposto che è sempre meglio di niente e che nelle sue condizioni non può pretendere chissaccosa. Anzi, è una vera fortuna per lei avere incontrato un padrone che non le fa mancare mai il lavoro.

Un’altra, 28 anni, sposata, con un figlio di 5 anni e un secondo in arrivo, cuce giacconi in pelle. Ogni capo le viene pagato 4,800 lire. Lavora «più che può», specie adesso che aspetta un altro figlio, perché quello che guadagna il marito (operaio in vetreria) non basta.

Anche lei tornerebbe volentieri in fabbrica, dove lavorava prima che le nascesse il primo bambino, ma non può — dice — per i soliti motivi familiari. Adesso, in gravidanza, le pesa molto stare tante ore seduta a cucire e, in più, sbrigare le faccende di casa, ma « ai bambini non deve mancare nulla, devono avere tutto come gli altri ». Bisogna ringraziare il cielo se c’è questo lavoro.

Una stiratrice di giacconi in pelle (400 lire l’ora), con 4 figli, mi ha detto che da anni e anni non va al cinema perché la sera è sempre tanto stanca e, quando non lo è troppo, si rimette al lavoro fino a tarda notte. Ha solo 41 anni, ma ne dimostra almeno 10 di più. Il marito, mi ha confidato, è un uomo all’antica. «Quando mette i piedi sotto la tavola vuole essere servito di tutto punto, perché lui lavora tanto e a casa deve riposare; anche io sgobbo tutto il giorno, ma i soldi li porta lui. I miei non contano».


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