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per la Bolivia

Intervista a Domitila Barrios de Chungara

settembre 1980

Quando venerdì 18 luglio giunse al Forum la notizia del colpo di Stato fascista in Bolivia, un centinaio circa di donne si recarono al Bella Center per chiedere all’ONU di non riconoscer© il nuovo governo boliviano. “Domitila con noi”, “Fuori gli imperialisti”, “No al golpe in Bolivia” erano gli slogans scanditi. Domitila de Chungara, leader dell’Unione delle Donne dei minatori boliviani (il suo libro, scritto dopo la Conferenza di Città del Messico, è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo: “Chiedo la parola”) gridava nel megafono: “Siamo venute ad una conferenza delle donne per parlare dei problemi delle donne. E questo è un nostro problema. Ci hanno invitate a venire quindi devono ascoltarci…”. Improvvisamente l’ attacco della polizia danese e delle guardie di sicurezza dell’ONU, con una violenza incredibile.
Il tragico episodio ha sortito due effetti immediati. E’ stato permesso alla capo delegazione della Bolivia di parlare nella riunione plenaria e la Presidente della Conferenza ha combinato un incontro tra il Primo Ministro danese e le donne boliviane, delegate ufficiali e partecipanti al Forum. Il Primo Ministro danese ha espresso la sua disapprovazione per Puso della forza, ha dissociato il suo governo “dal brutale tentativo di fermare il progresso democratico in Bolivia” e ha offerto asilo politico alle donne boliviane.
Il lunedì seguente una nuova manifestazione, con più dì 2000 persone. Una delegazione di donne di vari Paesi è stata ricevuta dalla Ostergaard che le ha ascoltate “con grande preoccupazione”, si è dichiarata commossa ma non ha potuto accordare a Domitila il permesso di parlare alla riunione plenaria, perché “avrebbe sconvolto le regole dell’ ONU».
Questa, in sostegno delle donne boliviane, è stata l’unica azione collettiva del Forum ed è servita a scuotere la Conferenza ufficiale.

Sembra quasi di vivere un momento già vissuto vedendo Domitila Barrios de Giungerà, leader dell’Unione delle Mogli dei Minatori, mentre guida una dimostrazione contro il colpo di Stato militare in Bolivia.
Al termine della Conferenza di Città del Messico del 1975, aveva protestato contro un altro colpo di Stato militare che interrompeva il processo di democratizzazione del suo Paese.
Incontrandola, non è difficile capire perché è diventata una figura di primo piano nella lotta del suo popolo per la democrazia: questa donna piccola e robusta, madre di otto figli, parla con calma, con una oratoria fondata su sentimenti genuini. E’ una donna dotata di una fortissima personalità.
“Cosa possiamo fare?” si chiede. “Io credo sia molto difficile per la maggior parte degli occidentali capire ciò che noi sentiamo. Abbiamo lottato, abbiamo organizzato una rivoluzione: improvvisamente quel governo è cambiato con un altro ed un altro ancora”.
“Ogni colpo di Stato è sanguinoso è tragico. Ne abbiamo avuti 189 in questo Paese — tu chiedi perché? Perché è un Paese di ricchezze straordinarie. Abbiamo oro, argento, bismuto, zinco, piombo e ancora petrolio e gomma”.
“Noi vendiamo questi prodotti per somme enormi, ma in dollari, non nella nostra moneta. Le nostre risorse e la ricchezza sono distribuite inegualmente. Lavoriamo sodo nelle miniere ma non è per il nostro profitto. Usano la scienza e la tecnologia per prendere le nostre ricchezze ma non per migliorare le condizioni in cui lavoriamo”.
Lunedi ha condotto un’altra manifestazione al “Bella Center”, chiedendo l’intervento delle N.U.
Esattamente cosa voleva da loro?
“Vogliamo che i partecipanti alla conferenza condannino questo colpo di Stato, che non diano alcun aiuto alla nuova giunta, ma anzi prendano contro di essa dei provvedimenti economici. Vorremmo che fosse creata una commissione delle N.U. per indagare sulla situazione in Bolivia, per insistere affinché i diritti umani siano riconosciuti, affinché non siano assassinati i capi dei governi precedenti”.
La gente dice che questa conferenza è sui problemi che le donne affrontano nel mondo e non sulle questioni politiche. Cosa ne pensi?
«No. A mio parere non è possibile separare le due cose. In Bolivia abbiamo disoccupazione, un livello di vita bassissimo, scarsità di cibo, i nostri bambini devono lavorare nelle miniere e nelle fabbriche, abbiamo aborti illegali, repressione, torture, incarcerazione”.
“Abbiamo problemi razziali, differenze religiose, ma non li risolveremo se li affrontiamo uno per volta. (Dobbiamo invece chiederci quale è la loro origine. In Bolivia il problema è cambiare l’intera struttura della società. E5 una lotta di classe, una lotta contro la dipendenza economica del nostro Paese dai Paesi capitalisti. Abbiamo il futuro sociale, economico e politico nelle nostre mani, sta a noi costruirlo.
“Tu mi chiedi riguardo alla situazione delle donne. Guarda, noi siamo cittadini di seconda o terza classe. Perché? Perché la donna non lotta, non organizza, non parla. Ora le donne si stanno organizzando per la prima volta. Anche le casalinghe, non l’ho fatto io, l’hanno fatto da sole, io ho solo dato loro l’esempio. Altre persone stanno entrando nella lotta e dipende da ognuno di loro.
“Io ti chiedo: cosa significa essere politici? Un bambino quando beve il latte materno è politico, perché sta chiedendo un suo diritto. Quando un bambino cresce e vuole cibo e vestiario egli è politico. Quando poi è un ragazzo desideroso di imparare e chiede al padre di rispettare i suoi obblighi, egli è politico. Quando due persone si sposano e chiedono l’uno all’altro di adempiere ai propri doveri equamente, anche questo è politico. Quando come cittadini, abbiamo il diritto di eleggere il nostro governo e di chiedere perché dovremmo dargli il nostro voto: qualunque cosa facciamo è un atto politico».
E’ la tua prima visita in Europa? Qual è la tua impressione?
“Si, è la prima volta che viaggio fuori dall’America Latina. E’ una grande esperienza per me. Prima di tutto, mi sento molto isolata, molto sola. Non so quello che succede perché non posso leggere i giornali e non capisco la radio. Camminando per la città non ho trovato nemmeno una persona che viva come la maggioranza dei Boliviani, senza case e vestiti decenti o malati. E’ molto difficile crederci”.
Pensi che la conferenza sia stata utile?
“Ho voluto chiedere solidarietà internazionale per il nostro Paese, per le nostre lotte. Sono felice di poter raccontare al mondo ciò che accade nel mio paese, il dolore della mia gente per coloro che sono stati uccisi o hanno perso la libertà”.
Molti delegati Boliviani hanno paura di ritornare al loro Paese per ciò che potrà loro succedere sotto il nuovo regime. E* così anche per te?
“Sì, ma io tornerò nel mio Paese anche se è solo per morire”.

Intervista a cura di Maggie Jones (da «Forum 80» traduzione di Silvia Fiocco)

 


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