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le donne nella resistenza, proletarie senza rivoluzione

maggio 1975

 

Il fascismo si era caratterizzato, sul piano «teorico» e su quello pratico, come un regime profondamente avverso ad ogni spinta di emancipazione femminile. Tuttavia, esso non era stato vissuto da tutte le donne allo stesso modo: al di là di alcune campagne, nelle quali aveva puntato non senza successo sui miti tradizionali della famiglia e della maternità, la maggiore avversione esso l’aveva suscitata tra le donne del proletariato agricolo e industriale e tra alcuni gruppi di intellettuali. L’esclusione dalla vita politica, sociale, aveva fatto sì che tra le donne della piccola borghesia l’antifascismo, anche là dove allignava, fosse sentito soltanto di riflesso. Alle donne della borghesia, pur discriminate all’interno della loro classe, il regime assicurava, poi, i privilegi della condizione di classe. L’odio contro la guerra favorì senza dubbio una più diffusa presa di coscienza: ma non certo al dì là delle barriere di classe. Ancora una volta, le donne della borghesia e le donne del proletariato, la guerra non la sopportarono affatto nello stesso modo, pur se dolori e lutti colpirono largamente gran parte delle famiglie.

L’inizio della lotta armata, quindi, avviene in un’Italia nella quale, se per certi versi la dura realtà dell’occupazione nazista lascia spazi assai ristretti al privilegio, per altri, differenze profonde permangono anche all’interno della condizione femminile. Differenze che implicano punti di partenza, modi di partecipazione, obiettivi diversi. Una corretta analisi di classe, in quel momento, avrebbe dovuto condurre ì gruppi dirigenti dei partiti della classe operaia a individuare nelle proletarie la forza portante dì un movimento femminile all’interno della Resistenza e a distinguere questa forza rispetto alle altre concretamente disponibili per una strategia di alleanza. Inoltre, per raccogliere e indirizzare giustamente la spinta che scaturiva dalle masse femminili, sarebbe stato necessario impostare la questione femminile in rapporto alla più generale questione sociale, partendo dall’antifascismo per sottolineare le radici di classe della subordinazione della donna. Solo in questo modo sarebbe stato possibile far maturare l’antifascismo delle donne e degli uomini anche in rapporto alla questione femminile e porre le premesse per le battaglie future. Anche in questo campo, invece, anzi in questo campo forse ancor più che negli altri, la parola d’ordine dell’unità acquistò subito un contenuto interclassista, che non teneva conto delle contraddizioni reali per risolverle, ma semplicemente le metteva da parte in una concezione che accomunava tutte le donne in una generica prospettiva di liberazione. I «gruppi di difesa» furono la concreta forma di organizzazione destinata ad attuare quella parola d’ordine. E cristallizzarono in un’alleanza dì vertice quella concezione, ponendosi come compito primo e precipuo quello di «superare in un più alto senso di fraternità, ogni distinzione dì classe, di partito, di fede religiosa». Non a caso, nell’assenza di una giusta impostazione teorica e pratica della questione femminile, l’organizzazione si autodefinì «gruppi dì difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà»: inchiodando così ancora una volta le donne in una posizione, insieme, corporativa e sussidiaria. Così, una strategia di alleanze che avrebbe potuto conquistare, attraverso una giusta linea dì massa, un numero sempre crescente di donne alle idee della rivoluzione socialista unica via possibile per conseguire un’autentica liberazione della donna si trasformò in una sterile politica di attestazione su obiettivi moderati, nella rinuncia a dare una espressione adeguata al movimento che premeva dal basso.

Le parole d’ordine antifascista e anticapitalista che avevano caratterizzato le celebrazioni clandestine dell’8 marzo, durante il ventennio cambiarono: diventarono parole d’ordine esclusivamente patriottiche, in nome dell’unità nazionale. La giornata della donna lavoratrice, destinata a ricordare un sanguinoso episodio di repressione contro le operaie americane, fu ricordata genericamente come «giornata della donna», e l’appellativo «compagna» fu messo da parte per far posto a parole come «sorelle, amiche».

E tuttavia, le contraddizioni c’erano, rimanevano nella realtà e si facevano sentire. L’interclassismo al vertice era in stridente contrasto con la lotta che le donne conducevano nelle fabbriche, nelle città occupate, nelle campagne. Tra le masse, accanto a rivendicazioni immediate quali l’aumento delle razioni alimentari, l’alloggio per gli sfollati, si facevano luce rivendicazioni di classe più precise quali l’abolizione del lavoro a catena, Vabolizione del lavoro notturno, dei lavori nocivi, alle quali si affiancavano altre rivendicazioni più direttamente collegate ai problemi dell’emancipazione femminile quali «ugual salario ad ugual lavoro»; assistenza per il parto, garanzia dei servizi sociali. Nel corso di quasi due anni di guerra civile, in prima fila, nelle lotte, furono le operaie, le mondine, le mogli degli operai. Furono loro a condurre con coraggio e con rabbia gli assalti ai magazzini dei viveri, le occupazioni delle risaie, gli scioperi nelle industrie, le manifestazioni dirette a impedire le deportazioni in Germania. In queste lotte, l’unità era davvero raggiunta, erano superate le distinzioni di fede politica e religiosa: ma il superamento avveniva su una base dì classe, non già «al di sopra delle classi». Nel fuoco dell’azione, dinanzi alla dura realtà quotidiana, si stabiliva l’egemonia proletaria.

Una seconda contraddizione si verifica tra il posto che migliaia di donne occupano nella produzione, tra la spinta che anima vaste masse femminili e i compiti che programmaticamente i «gruppi di difesa» assegnano alle donne in seno alla Resistenza. Le donne sono staffette, cuoche, infermiere; tocca a loro raccogliere i fondi, preparare i pacchi per i carcerati, provvedere a rifornire le brigate partigiane. Non vi è, in questa linea, soltanto un motivo di opportunità tattica (le donne sfuggono meno difficilmente alla ferocia del nemico), vi è anche il riflesso di una concezione generale, che anche in questo momento decisivo assegna alla donna un ruolo «particolare», subordinato, di supporto. Pochissime sono, così, le donne che entrano direttamente nelle formazioni armate, pochissime quelle che hanno compiù di responsabilità. Del resto, questa concezione si riflette anche nella linea politica generale: i «gruppi di difesa» vengono ammessi nei CLN soltanto nel dicembre del ’44, a oltre un anno dalla loro creazione, e solo a livello provinciale, e la misura non viene applicata nemmeno in tutte le province. La parità tra uomini e donne non viene affermata, nemmeno formalmente, all’interno della Resistenza: la borghesia registra la sua prima vittoria, che si perfezionerà più tardi, dopo la liberazione. Non è superfluo ricordare che nelle guerre di popolo di questi ultimi cinquant’anni da quella condotta dell’EPL in Cina a quella del Vietnam, a quella di Algeri a quella dei feddayn le donne fanno parte integrante delle forze combattenti e affermano già fin da questo stadio la loro volontà di emancipazione.

Le conseguenze dì questa impostazione generale della partecipazione delle donne alla Resistenza non tardarono a farsi sentire dopo la vittoria dell’insurrezione. Le donne furono le prime vittime della restaurazione borghese negli anni della ricostruzione. Le donne, che durante la guerra avevano largamente sostituito gli uomini nella produzione e nei servizi pubblici, vengono rimandate a casa per far posto ai reduci. La borghesia «risolve» in questo modo la questione dell’occupazione e ricostituisce il futuro esercito dì riserva di manodopera: e i partiti che affondano le loro radici nelle masse lavoratrici, lasciando spazio alle posizioni più reazionarie, accettano il compromesso sulla pelle delle donne. Le donne diventano un oggetto di scambio, in nome di una linea dì «responsabilità nazionale» che, di fatto, lascia le redini in mano alla borghesia e accolla alle classi oppresse tutto il peso della ricostruzione. Nei primi anni del dopoguerra, né i sindacati né i partiti della sinistra tradizionale affrontano una battaglia per l’occupazione femminile, lasciando cadere così ogni possibilità di avviare un autentico processo dì emancipazione.

Il contenuto anticapitalistico della questione femminile non era stato indicato durante la Resistenza. Nell’Italia liberata si rinuncia perfino a sottolineare che la cacciata delle donne dalla produzione è strettamente legata al meccanismo capitalistico: sembra addirittura, a un certo punto, che le donne debbano tornare a casa per non «rubare» il posto agli uomini e per il «bene» di tutto il paese. Più tardi, l’UDI, che ha riassorbito ì «gruppi di difesa», perpetuando un’ ambigua unità di vertice, porrà la questione dell’«ingresso della donna nella produzione» (dimenticando che le donne nella produzione ci sono sempre state, anche se nelle peggiori condizioni), ma non avanzerà mai la rivendicazione della piena occupazione femminile, chiave di volta di una giusta impostazione di classe della questione femminile. Così, nell’Italia libera e repubblicana le donne proletarie continueranno ad essere doppiamente oppresse, doppiamente sfruttate. Insieme alla speranza di un vicino assetto socialista del paese, scoloriscono le rivendicazioni di parità. Ci vogliono sei anni prima che il Parlamento approvi una legge per la tutela delle lavoratrici madri che tuttavia esclude larghe masse di donne.

Ci vogliono quindici anni prima che la Confìndustria sia costretta a firmare il primo accordo sulla parità salariale. Nel frattempo, però, le donne proletarie continuano a battersi nelle fabbriche, sulle terre occupate, nelle risaie. Alcune di loro cadono accanto ai loro compagni di lotta sotto il piombo della polizia: Angelina Mauro, Giuditta Levato, Maria Margotti.

La questione femminile acquista la sua giusta dimensione dì classe soltanto nel martirio. (Tratto da «Compagna» n. 2 – 1972).


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