due lettere a proposito dell’inchiesta “mamma, mi sono innamorata di una donna”

aprile 1981

Non ho ancora il coraggio
Questa lettera ci è giunta in redazione firmata con nome cognome indirizzo recapito telefonico, ma per evidenti motivi di opportunità la pubblichiamo con la sola indicazione del nome.
Non ho ancora avuto il coraggio di dire “Mammà amo una donna” così come per molti anni non ho avuto il coraggio di dire a una donna “Ti amo” così come non ho il coraggio oggi di dire a mia figlia “Figlia, amo una donna”.
In effetti non è facile. Nonostante l’apparente maggiore liberalità rispetto alla sessualità, nonostante lo spazio crescente che l’argomento trova su riviste e quotidiani, nonostante la mia insicurezza sia ora minore di quanto fosse un tempo, portare alla luce le proprie scelte o preferenze sessuali non è facile.
E’ molto più facile per tutti far finta di non sapere. Sono convinta che mia madre sappia, capisca o intuisca che io sono lesbica, ma anche non ho nessun dubbio che mai mi porrà domande dirette. Poiché è chiaro che non ho relazioni maschili, meglio pensare — tutto sommato — che sono frigida, che sono asessuata piuttosto che scoprire l’orribile spettro che — a quanto pare — aleggia intorno alla mia esistenza. E non sono certo un caso unico. Ma per molte madri è preferibile mettersi le bistecche sugli occhi e far finta di brancolare nel buio piuttosto che affrontare una realtà molto scomoda. Ma perché scomoda? Non credo che si tratti solo dei pregiudizi della gente, del desiderio di vedere i figli felici… Ho il dubbio che il motivo di tanta resistenza sia la paura di rimettere in discussione tutta la propria vita, le proprie scelte, le proprie pseudo-felicità e pseudo-sicurezze.
Le interviste sono interessanti perché mettono a confronto opinioni di donne molto differenti fra loro, e poi si scopre che la militante di sinistra non si diversificava troppo dall’impiegata comune.
Guarda un po’ come è buffa la vita, io che sono omosessuale sono madre (di una bellissima bambina di 8 anni) e mia sorella che è un’eterosessuale convinta è inguaribilmente restia ad avere figli, appassionatamente entusiasta del proprio lavoro e non disposta a metterlo in discussione in cambio della maternità. A questo punto, Signora Castellina, mi sembrerebbe doveroso richiamare all’ordine anche quest’altro membro della mia — sventurata — famiglia. Come si può essere così senza cuore da voler privare gli amati genitori di un altro nipotino, magari possibilmente maschio?! (La nipotina è già stata prodotta dalla sottoscritta, poiché il fatto di essere omosessuale non mi ha impedito di essere stata sposata per 7 anni ecc.).
Scherzi a parte è veramente sconfortante sentire affermare da qualcuno che pretende di militare nella nuova (?) sinistra, che “è sempre più facile una scelta socialmente approvata…”. Mi è fin troppo facile ricordare che chi combatte per i propri diritti non ha mai un’esistenza proprio piana e senza traumi. A questo punto perché non consigliare ad esempio ad un figlio che vuole fare sciopero in fabbrica contro i licenziamenti, che in fondo è meglio non rischiare il posto di lavoro, meglio non esporsi alle rappresaglie padronali, meglio subire e tacere, perché il prezzo sarebbe l’infelicità… alla faccia dei rivoluzionari, come siete poveri se ciò che vi rende felici è solo l’approvazione sociale. A proposito, forse iscrivendovi alla D.C. ne raccoglierete di più.
Un dato che accomuna diverse risposte è la sensazione che ove i figli fanno scelte diverse dai genitori lì ci dev’essere un errore, una colpa, uno sbaglio nell’educazione. Io come madre lesbica non mi preoccupo minimamente che mia figlia faccia una scelta in questa piuttosto che in un’altra direzione, ma vorrei — questo sì — che incontrasse meno difficoltà a riconoscere e vivere i propri desideri di quanto è stato per me, e che possa costruirsi un’esistenza fondata sui suoi desideri, sulla sua testa, sui suoi bisogni. Che forse saranno diversi dai miei. Quando la smetteremo di considerare i figli appendici di noi stessi da indirizzare sulla strada che noi abbiamo o avremmo voluto percorrere? Sono solo considerazioni a ruota libera, ma quanto è difficile considerarsi l’un l’altro semplicemente persone e in quanto tali in grado di decidere su cosa fare della propria esistenza…
Spero che questi articoli su Effe siano l’inizio di un’attenzione maggiore ai problemi del lesbismo. Penso che il lavoro si potrebbe sviluppare su due fronti: 1. interviste e dibattiti (come in quest’ultimo numero) su cosa la gente “normale” pensa; 2. cosa le “lesbiche” hanno da dire personalmente sui vari aspetti dei problemi (rapporti nel lavoro, famiglia, figli, coppia, ruoli, sessualità ecc. ecc.). Una raccomandazione: non preoccupatevi di andare a intervistare la “star”, la “femminista di successo” (vedi polemica con Maraini, che francamente non ci importa più di tanto…) l’importante è portare alla luce delle realtà sinora volutamente nascoste, nella dimensione di chi se le vive sulla propria pelle, e magari non ha neanche lo scudo — finto — della notorietà, con cui proteggersi
baci affettuosi
Patrizia

Sono un’operaia
La domanda posta nelle interviste alle madri, è molto complessa e delicata, e richiederebbe una non breve risposta.
Questo perché, secondo il mio parere, non esiste solo l’area del “privato”, ma anche quella del sociale. Noi femministe affermiamo che il privato è anche politico perch la somma dei comportamenti privati compone la società nel suo insieme. Ora, tutte le società moderne hanno dei moduli di comportamento che permettono lo sfruttamento gratuito della donna all’interno della famiglia come moglie, amante e serva; così che niente quanto un comportamento al di fuori di queste norme può essere pericoloso, sia per una società capitalista, sia per una società socialista. Partendo da questa premessa, penso che se mia figlia mi dicesse di essersi innamorata di una donna, in un primo momento, quello emotivo, non ne sarei lieta. Ci sono dei condizionamenti sociali e culturali che in qualche modo la emarginerebbero. Subito dopo mi direi: “il problema è grosso e mi devo chiedere se questo rappresenta la sua felicità”. Se è così, io la accetto.
Dunque questa felicità ha sempre un prezzo da pagare, sia che si realizzi in un rapporto con un uomo, sia con una donna o con dei figli o anche non avendo nessun tipo di rapporto. Quindi non mi faccio nessuna illusione: ogni scelta ha le sue difficoltà e io mi auguro che un giorno tutte le donne siano libere di amare in una società a misura di donna.
Il mio atteggiamento — l’unico che a me sembra corretto — è ancora molto lontano da quello che accomuna la grande massa delle donne e in particolare delle donne operaie come me.
Cioè l’atteggiamento delle donne come me — quelle che forse non hanno accettato come proprio il movimento di liberazione che la donna deve intraprendere giorno per giorno — è molto più tradizionale e scarsamente comprensivo di questa situazione. Ciò nonostante, proprio perché è ancora grande la massa delle donne che si trovano in questa condizione, ritengo che da queste considerazioni sia necessario partire per impostare la nostra azione di presa di coscienza e di presenza fra le donne.
Marta Michelazzo
Operaia al Comune di Roma