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università: le femministe nella occupazione

questi sono i due interventi che collettivamente le compagne femministe, che hanno preso parte alle giornate di occupazione all’Università, hanno presentato come loro contributo pubblico all’Assemblea nazionale riunita a Roma nei giorni 26-27 febbraio.

marzo 1977

mozione delle Intercommissioni Femministe Università di Roma, presentata il 26 febbraio in assemblea generale.

Come compagne femministe che si sono ritrovate all’interno dell’occupazione e hanno sentito l’esigenza di parteciparvi organizzandosi in modo autonomo e separato, vogliamo oggi proporre questa nostra esperienza in tutta la sua contraddittorietà e perciò in tutta la sua ricchezza a tutte le donne, al movimento femminista, al movimento degli studenti.
Come donne siamo le prime a subire la selezione nell’università e la subalternità culturale, le prime ad essere espulse dal mercato del lavoro o ad essere impiegate nella produzione con lavori precari, a domicilio, sottopagati. Questa scuola, questa università riproducono in pieno la divisione sessuale dei ruoli; ci emarginano e ci ghettizzano nelle scuole e nelle facoltà «femminili», ci condizionano ad una entrata sul mercato del lavoro completamente subalterna è già indirizzata verso quei lavori tradizionalmente «femminili», non a caso atti a confermare il nostro ruolo di mogli e madri. In questa logica si muovono le proposte di riforme di Malfatti e del PCI, tese a razionalizzare il rapporto fra scuola e mercato del lavoro, espellendo masse di studenti e in primo luogo di donne. Noi ci siamo battute contro questi progetti di restaurazione difendendo il nostro diritto allo studio, Per questo siamo presenti nelle lotte degli studenti, pur con tutta la nostra diversità. Come femministe ci riconosciamo in un progetto di opposizione alla normalizzazione politica e sociale, opposizione di cui il movimento cresciuto all’interno dell’università è una espressione concreta e combattiva. Normalizzazione per noi significa una pace sociale ottenuta con la repressione dei bisogni e delle richieste di vasti strati sociali, bisogni che sono eversivi in quanto non mediabili all’interno delle strutture istituzionali esistenti.
Le lotte del movimento femminista in questi anni hanno per l’appunto espresso una serie di bisogni specifici delle donne che sono di per sé eversivi proprio perché bisogni di donne e quindi non compatibili con una società patriarcale e capitalista.
Sebbene come donne abbiamo sentito la necessità di essere presenti in questo movimento e di scendere in piazza con esso contro ogni tentativo di negare il diritto ad ogni movimento di massa di esistere e lottare autonomamente, vogliamo però ribadire che anche in questa situazione viviamo fino in fondo la contraddizione uomo-donna non ci consente di appiattirci all’interno di questo movimento, ma ci rimanda alla nostra identità di movimento femminista. Partire dalla contraddizione uomo-donna ha significato per noi individuare la nostra oppressione come oppressione sessuale che si attua a partire dal privato e ciò ci ha permesso di fare del privato il terreno specifico della nostra lotta. Anche l’uomo più oppresso ed emarginato ha comunque e sempre il ruolo di oppressore della donna nel privato e noi non siamo disposte a rinunziare alla lotta contro questa oppressione neanche quando ci troviamo accanto agli uomini in una lotta contro comuni nemici.
Lo sfruttato è comunque prodotto del lavoro domestico di una madre e non ha mai considerato cosa le sia costato allevarlo, e continua a sfruttare il lavoro domestico di una donna, madre, moglie o compagna. L’emarginato emargina la donna imponendole la propria sessualità maschile e non è lui ma lei a pagare tutto questo imbottendosi di anticoncezionali o ritrovandosi a venti anni con tre aborti sulle spalle. Si potrebbe continuare per ore… Proprio perché nel privato il maschio ha comunque, qualunque sia la sua classe e il suo grado di sfruttamento o di emarginazione, questo ruolo di oppressore riteniamo mistificante e impraticabile una trasposizione al di fuori del movimento delle donne dei nostri contenuti e parole d’ordine. Che vita vogliono riprendersi i compagni? Qual è il loro privato-politico?
La contraddizione uomo-donna ha pesato nel nostro modo di stare nell’occupazione e sulle scelte che come donne abbiamo fatto. Partire dalla nostra oppressione sessuale e parlare in termini di sessualità non significa ignorare i
problemi del rapporto con la politica, con le istituzioni, con la cultura e la università, i problemi della disoccupazione e del lavoro, ma significa affermare che per noi donne questi problemi si pongono in modo -specifico e diverso da come si pongono per gli uomini.
Da qui la scelta di affrontarli in commissioni di sole donne.
Come donne vogliamo riappropriarci non solo del nostro corpo e della nostra sessualità, ma anche della politica, trovare un modo nostro di far pesare tutte le nostre contraddizioni anche sulla
«politica» intesa in modo tradizionale, sul pubblico. Di qui la scelta di essere presenti nell’occupazione, in questo convegno, nelle manifestazioni in piazza, ma di qui anche il disagio che abbiamo sentito in questi momenti. Vogliamo fare politica ma non possiamo né vogliamo più farla in modo maschile, violento, ideologico, prevaricante che spesso rifiuta il confronto sui contenuti. Le prevaricazioni e le violenze sono giunte al punto che ad un’assemblea di studenti medi ad una compagna che faceva delle proposte a nome del coordinamento femminista delle studentesse è stato detto: «Zitta, ciucciacazzi! * invece di confrontarsi sui contenuti politicamente. Ma dove è il famoso «nuovo modo di fare politica»? Non stupisce che in un clima di questi tipo parlino alle assemblee quasi solo uomini. Tra l’altro vorremmo sapere se e come i compagni, al di là dell’aver mutuato d nostri girotondi, hanno fatto i conti con i contenuti o i metodi di lotta espressi in questi sette anni dal movimento femminista. Ci sembra che non li abbiano proprio fatti. Noi, al contrario, fin dai primi giorni abbiamo sentito il bisogno di riflettere sulle differenze e le similitudini fra il nostro movimento e quello che è cresciuto dentro l’università.
Parlare di lavoro significa per noi affrontare il nodo della divisione sessuale del lavoro, cioè della divisione storicamente determinatasi fra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo. Il nostro ruolo sessuale ci ha ghettizzate ai margini della produzione come riproduttrici di forza-lavoro e di consenso (madri, pedagoghe, casalinghe, mogli), spesso con un carico di doppio lavoro, sempre occupate e per .giunta con un lavoro non socialmente riconosciuto. Così se da un lato è importante per le donne avere un lavoro fuori casa che garantisca un minimo d’indipendenza economica e quindi l’autonomia della famiglia, pure ci rendiamo conto che limitarsi a chiedere per le donne più occupazione significa in realtà chiedere un doppio lavoro (quello in famiglia e quello fuori) e comunque chiedere un lavoro all’esterno, che così come è oggi, non permette la piena espressione della nostra creatività, affettività, sessualità, cioè della nostra interezza di donne. Perciò siamo contrarie sia alla proposta dell’UDI, sia a quella del MLD per il 50% di posti di lavoro alle donne, sia con quella dei sindacati per il part-time alle donne.
Il problema, secondo noi, non si risolve nemmeno con un’ipotetica struttura di servizi sociali che Vadano dalle squadre di pulitura delle case ad asili nido supereffidenti: il lavoro domestico non è solo lavare i piatti ma è il ruolo della donna nella famiglia. Per noi donne è possibile risolvere i nostri problemi con il lavoro solo distruggendo l’esistenza dei ruoli sessuali e dell’istituzione familiare così come è oggi, cioè come il luogo -specifico di oppressione della donna. Su questi problemi il dibattito è aperto nel movimento femminista.
mozione delle femministe riunito m assemblea domenica 28 mattina e letta in assemblea generale domenica pomeriggio.
Diffidiamo qualsiasi forza politica o gruppo organizzato a strumentalizzare questo intervento a suo favore. Denunciamo la prevaricazione di questa assemblea in cui il movimento dell’università non può esprimersi: questa assemblea è violenta perché non fa esprimere i contenuti del movimento stesso. Questo non è confronto ma solo scontro ideologico o di linea tra forze politiche, gruppi più o meno organizzati che non mirano al confronto e all’approfondimento dei contenuti e alla crescita del movimento, ma alla sua gestione e strumentalizzazione per ritagliarsi ognuno la propria fetta. Il confronto è possibile solo se il movimento è autonomo, cioè se parte dall’analisi delle contraddizioni e dei bisogni dei soggetti sociali che esprime.
Chiunque non lavora a rendere possibile questo confronto è contro l’autonomia del movimento. Il successo finora ottenuto da queste manovre di «vecchia politica» dimostra la scarsa capacità di organizzazione del movimento. La nostra autonomia di movimento femminista l’abbiamo conquistata in questi anni di lotta difendendola continuamente contro ogni attacco esterno, dimostrando una reale capacità di organizzarci collettivamente. Le differenze tra noi femministe sono tante, ma tra noi non c’è uno scontro sulla base di tessere reali o mentali, ma un confronto per capire la natura delle differenze.
Questo movimento si è detto composto da indiani, freakkettoni, reduci del ’68, giovani disoccupati, femministe… rifiutiamo le etichette, vogliamo capire. In questa assemblea non è stato possibile. No alla burocrazia assembleare che nasce dal casino assembleare.


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