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università l’impegno delle femministe nelle 150 ore

«le 150 ore rappresentano un tentativo di superare la frattura che c’è sempre stata tra operai e studenti. Infatti l’entrata della classe operaia all’università rappresenta una possibilità di crescita».

marzo 1977

vogliamo pubblicizzare ulteriormente (perché, riteniamo, mai sufficientemente) l’esperienza delle 150 ore, che quest’anno tra l’altro riguarda in modo più specifico l’occupazione femminile. Scopo di questi corsi è quello di collegare concretamente l’attività degli studenti al mondo del lavoro, dove l’Università non rappresenti la cultura borghese che agisce dal di fuori ma la disponibilità a fornire nuovi e più consapevoli strumenti di lotta. Si ravvisa pertanto la necessità, tra studenti e CdF e CdZ, di una saldatura che, a nostro modesto avviso, non sarà utile soltanto ai lavoratori in fabbrica o simili ma darà anche un senso più vero allo studio troppo spesso semplicemente libresco che purtroppo ancora rimane quasi sempre l’unico possibile nelle nostre Università.
Spesso infatti ci sembra di individuare i motivi delle frustrazioni dei giovani universitari, oltreché nell’impossibilità d’intravvedere qualunque sbocco concreto al loro impegno di studio, anche nel sentirsi, appunto durante il periodo dello studentato, completamente scollegati dal mondo del lavoro e quindi al di fuori di un’importante realtà sociale; nel sentirsi «intellettuali improduttivi» da parte di coloro che invece «producono».
Parallelamente, le frustrazioni e addirittura l’alienazione dei lavoratori propriamente detti sono, da riconoscersi soprattutto nel fatto che essi quasi mai sanno bene come, perché, per chi producono e quindi per loro l’attività diviene più pesante perché inconsapevole.
Quindi due gruppi insoddisfatti e distinti, gli studenti ed i lavoratori, che si cerca ad ogni costo di mantenere separati.
Mentre lasciamo ad una nostra collaboratrice il compito di illustrare in modo specifico il discorso sul sindacato e sui lavoratori delle zone prese in esame in rapporto ai corsi 150 ore, abbiamo qui ritenuto opportuno, nella nostra ottica, intervistare le assistenti di alcune cattedre che, in qualche modo, si sono dimostrate disponibili a questo tipo di discorso.Prima, però, vorremmo sottolineare la importanza dei corsi in questione come possibilità di educazione permanente, di educazione proprio per gli adulti che, una volta usciti dalla scuola più meno precocemente, si sono chiusi nel mondo del lavoro. Inoltre, questa impostazione di approccio globale ai Problemi della società è tanto più importante per le donne, soprattutto per le casalinghe (i corsi sono aperti anche a loro) che, anche in questo senso sono doppiamente emarginate: dalla scuola e dal lavoro.
Anna: Dando per scontato che ritenete valido il discorso delle 150 ore, chiediamo il perché. Inoltre, poiché da un punto di vista socio-politico i settori di attività in cui impegnarsi e che possono ritenersi validi sono certamente svariati, perché la vostra scelta si è indirizzata proprio o anche verso le 150 ore?
E.. Tedeschi: Soprattutto perché le 150 ore rappresentano un tentativo di superamento della frattura che c’è sempre stata fra operai e studenti. Infatti l’entrata della classe operaia, dei lavoratori in generale, all’Università, cioè nel luogo privilegiato dove si fa o si dovrebbe fare cultura, rappresenta una possibilità di crescita. Per la donna questo è molto importante proprio perché se c’è stata emarginazione dei lavoratori rispetto alla cultura, per la donna c’è stata emarginazione anche inquanto tale, quindi è importantissimo che la lavoratrice possa accedere all’approfondimento di temi che la riguardano proprio perché ne è stata esclusa prima e più profondamente di altri lavoratori.
F. Faccioli: Credo che le 150 ore siano una conquista grandissima delle lotte che il movimento operaio ha fatto dopo il ’69 e vanno contro là frattura che c’è sempre stata tra operai e studenti; inoltre è una grossa conquista anche dell’Università. Però faccio una critica fortissima proprio alle organizzazioni che si sono occupate delle 150 ore in particolare perché queste sono entrate dentro questa struttura, purtroppo, in maniera marginale ed è una cosa gravissima. Infatti, non a caso, siamo qui due «precarie» ad occuparci delle 150 ore … pure se è importante che l’Università esca fuori da questo ghetto, da questo mondo metastatico per confrontarsi con la realtà sociale più vasta. È importantissimo che proprio in questo momento, con la riforma Malfatti, le 150 ore si assumano un tipo di lotta proprio contro la situazione attuale, per un allargamento della cultura e per la riappropriazione di questa da parte delle masse popolari.
Anna: Come ritenete che si possa ricollegare al femminismo il discorso delle 150 ore?
E. Tedeschi: Si può senz’altro ricollegare al femminismo nel senso che la donna è stata colpita più degli altri dall’emarginazione culturale. Infatti anche quando la donna accede alla cultura, si tratta di una cultura falsa, falsamente di «élite» e mistificata mentre le 150 ore consentono che la donna si avvicini a realtà diverse in un rapporto più politico con la realtà che la circonda. La donna ha vissuto la cultura privatamente, ha sempre affrontato lo studio come riscatto personale rispetto all’emarginazione sociale per una scienza gestita dai maschi. Infatti l’aspetto donna, il ruolo della donna nella storia e in tutte le scienze non è mai venuto fuori in nessun senso. Noi poi in particolare a «Sociologia» abbiamo una visione totalmente dal punto di vista maschilista, sia della scienza come storia delle idee rispetto alle idee della sociologia, sia come studio della realtà.
F. Faccioli: Mi pare una cosa molto importante per la donna riappropriarsi della cultura. Per il femminismo come movimento, come pratica di porsi rispetto al problema donna, le 150 ore sono una cosa importantissima per confrontarsi in generale con il mondo delle istituzioni, cosa che il femminismo ha cominciato a fare ormai da un anno (da quando cioè si è cominciato a uscire fuori dal discorso più specifico e anche più limitato dell’autocoscienza), cioè proprio da tutte quante le grosse battaglie che si sono fatte, dall’aborto al discorso sulla violenza e così via. Inoltre le 150 ore portano all’impatto immediato con le istituzioni universitarie e con la fabbrica che sono mondi dove veramente c’è da fare una lotta molto grossa. Addirittura io credo che questo valga anche per il Sindacato dove il discorso sulla donna comincia oggi a porsi proprio perché la donna è esplosa rispetto a certi problemi e quindi li ha imposti. Concludendo, le 150 ore servono per confrontare una serie di tematiche in un allargamento a livello di classi sociali, che vada dalle studentesse alle operaie, alle donne lavoratrici in genere.
Anna: Voi, come «lavoratrici dell’Università», quale contributo intendete dare con questo tipo di impegno?
E. Tedeschi: Le 150 ore abbracciano una serie di temi, noi abbiamo privilegiato quello della donna. Comunque in tutti i vari corsi c’è un po’ il problema della donna. Il Corso Tecnologico, nel quale lavoriamo noi, affronta il problema dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, della donna lavoratrice in fabbrica e all’esterno della fabbrica ma sempre rispetto a questo tema; una tematica che riguarda particolarmente la donna si ritrova molto nel gruppo sull’ambiente, che affronta il problema della salute e anche in quello del territorio; questo tema manca nell’economia… C’è invece il Corso parallelo della Facoltà di Lettere che è proprio sulla condizione della donna.
F. Faccioli: Quando mi hanno parlato delle 150 ore, la tematica m’interessava, anche se poi gli altri anni non me ne sono mai occupata… Quest’anno invece me ne occupo, lavorando dentro Magistero che è una Facoltà sostanzialmente femminile, quindi la cosa più interessante era proprio coinvolgere la Facoltà proprio perché ci sono moltissime studentesse. Purtroppo devo dire che fino ad oggi la risposta istituzionale è stata limitata, estremamente chiusa. Praticamente noi facciamo questo seminario, abbiamo un numero notevole di studentesse anche molto interessate che s’impegnano; però poi, questo lavoro e questo discorso che da un lato si svolgono giustamente nella zona, dall’altro vanno a confluire nel Corso Tecnologico che è Ingegneria, una Facoltà tipicamente di maschi, dove credo che le donne iscritte siano pochissime, mentre Magistero rischia di rimanere fuori. Per questo si è deciso di replicare a Magistero le conclusioni di questo lavoro alla fine dell’anno accademico, verso maggio, con una serie di giornate consecutive specificamente su questo tema in modo da coinvolgere il più possibile di studentesse e di lavoratrici; questo dovrebbe essere un momento di aggregazione di altre persone e anche di altre Cattedre che, abbiamo scoperto, sul tema della donna, si stanno muovendo.
Anna: L’impegno è personale con formale benestare da parte delle Cattedre ovvero le Cattedre si sentono realmente coinvolte nell’approfondimento dei problemi affrontati dai Corsi 150 ore? Se sì, come?
E. Tedeschi: Il Consiglio di Facoltà ancora non ha neanche discusso la cosa per cui non sappiamo nemmeno se avremo le aule per fare le lezioni del Corso Tecnologico; gli unici compagni e compagne che hanno un ruolo attivo in questi corsi, lo hanno a livello puramente personale; molti altri si dichiarano disponibili a farlo ma solo quando il Consiglio di Facoltà avrà ratificato, legittimato e codificato la cosa. Le Cattedre, formalmente apertissime, non si possono tirare indietro perché, tradizionalmente, sono più o meno di sinistra o comunque Cattedre che si occupano di problemi del lavoro, poi, di fatto, delegano a noi la gestione di tutto il lavoro.
Anna: Voi siete assistenti rispettivamente delle Cattedre di Sociologia II e di Sociologia Industriale per la Facoltà di Magistero – Corso di Sociologia: i titolari di queste cattedre sono donne o uomini?
FaccioliTedeschi: Sono uomini tutti.
F. Faccioli: Per quanto riguarda l’atteggiamento delle Cattedre rispetto ai Corsi 150 ore, io vorrei aggiungere che, almeno per quanto riguarda la mia Cattedra, la delega si è verificata in quanto, trattandosi di condizione femminile, molto meglio che ce ne occupiamo tutte le assistenti donne…
Anna: Ci sembra però, alle riunioni dei Corsi, di aver visto un vostro collega proprio della Cattedra di Sociologia II, non è più intervenuto?
F. Faccioli: Sì, sì, lui si occupa di questo..,
E. Tedeschi: Sì, se ne occupa nel seminario parallelo…
Anna: Quest’anno, come abbiamo detto, i Corsi Universitari 150 ore organizzati dalla FLM riguardano anche la condizione femminile, con specifico riguardo alle aziende elettroniche. Detti Corsi sono collegati alle varie aziende con seminari di zona. In quale zona opera ciascuna di voi?
Tedeschi – Faccioli: Nella zona Tiburtina – Prenestino,
F. Faccioli: In questa zona c’è un numero molto elevato di fabbriche con prevalenza di forza-lavoro femminile sia per quanto riguarda le piccole fabbriche tessili, sia per quanto riguarda le grosse fabbriche meccaniche o elettroniche dove è interessante vedere lo specifico della condizione femminile.
Anna: Trovate un contributo fattivo da parte della FLM? Se sì, quale?
F. Faccioli: … io credo che ci sia un grosso impegno e un grosso interesse da parte di alcune persone che, non a caso, sono prevalentemente donne. Inoltre credo che anche lì la carenza sia . a livello di organizzazione. Per esempio, l’impegno da parte loro di coinvolgere l’Università poteva essere più incisivo… Forse vi saranno stati parecchi ostacoli… In ogni caso, per quanto riguarda il contributo e l’appoggio, credo che ci sia una grossa disponibilità, una grossa buona volontà.
E. Tedeschi: Tutto sommato l’FLM a Roma non è fortissima, cioè rispecchia una realtà molto disgregata, questo è importante tener presente. La capacità d’incidere, d’imporre dipende anche dalla forza della FLM; infatti io so che ci sono state altre esperienze molto positive con altre Università mentre qui a Roma c’è una difficoltà oggettiva strutturale.
Anna: Lo stress, come fattore di nocività, pesa ovviamente su tutti i lavoratori; per le donne c’è da tener presente il doppio ruolo che esse giocano nella società. Cosa ne pensate come femministe oppure semplicemente come donne? Quali in particolare le esperienze che vi derivano da questi corsi? Cioè, che cosa è emerso dai vostri contatti con le lavoratrici delle zone in cui siete impegnate?
E. Tedeschi: Noi ci occupiamo dell’organizzazione del lavoro… Sì, insomma, qui ci sarebbe da fare un po’ quel di scorso taylorismo-fordismo e repressione della sessualità che è stato fatto ma mai sviluppato molto. È interessante quindi fare un’analisi del rapporto donna-macchina, donna-organizzazione del lavoro, donna-gerarchia, quindi il rapporto in fabbrica…
Comunque, benché io non mi occupi specificamente della nocività e quindi del fattore stress e benché abbia partecipato a pochissime riunioni con le operaie delegate di fabbrica della zona Tiburtina, devo dire che l’argomento che viene fuori da tutti i discorsi delle compagne operaie, oltre a quello del doppio ruolo, è la pesantezza del lavoro monotono, ripetitivo, parcellizzato, come sappiamo, ma anche quello proprio faticoso che richiede muscolatura, energia fisica. Questo avviene anche nelle aziende elettroniche non ostante l’automazione, lo sviluppo elettronico e così via.
F. Faccioli: Io non posso dire molto, io non ho avuto contatti con la fabbrica per cui non me la sento proprio di… però ho avuto contatti con il Consiglio di Zona e, a parte il fatto che si tratta di un gruppo composito in quanto ci sono alcuni uomini, è comunque emerso un aspetto interessante, secondo me: molte donne sindacalizzate e che magari in fabbrica hanno anche un grosso impegno nel momento della lotta all’interno del Consiglio di Fabbrica oppure nel proprio reparto, pure, quando rientrano nel privato, cioè in famiglia con «marito e con i figli, rischiano di essere nuovamente righettizzate in un ruolo totalmente subalterno.
Anna: Quando poi non assumono un atteggiamento rinunciatario anche rispetto alla carriera, alla sindaoalizzazione, all’impegno politico… F. Faccioli: Spesso perché le riunioni la sera, dopo la fabbrica, non le possono fare per una serie di motivi… che conosciamo benissimo! Anna: I vostri impegni di lavoro vi lasciano tempo libero?
E. Tedeschi: Cos’è il tempo libero per noi? Studiare! Quindi il tempo libero come divertimento non esiste.
F. Faccioli: Molto poco. Nella condizione di lavoratrici dell’Università in ruolo precario (che non è un ruolo), significa avere in teoria un’enorme disponibilità di tempo libero. Infatti il lavoro effettivo che noi dovremmo svolgere dentro l’Università è estremamente poco; però, nei fatti, il tipo di lavoro che svolgiamo tutti indistintamente, prescindendo dal tipo di etichetta che abbiamo, è estremamente faticoso, oberante. C’è inoltre il problema (non è il mio caso perché io, bene o male, una retribuzione dall’Università ce l’ho) per esempio, dell’esercitatore che percepisce una retribuzione assolutamente offensiva (neanche 50 mila lire in un anno), pur svolgendo le stesse mansioni di tutti. Quindi è costretto a cercarsi un altro lavoro oltre quello all’Università,., altro che tempo libero…
Su alcuni punti, che possono in qualche modo riguardare i Corsi 150 ore, abbiamo chiesto notizie anche alla Dott.ssa Antonella De Vincenti che lavora come esperta presso la Cattedra di Psicologia del Lavoro per il Corso di Psicologia — Facoltà di Magistero — Università di Roma. Anna: Dall’inizio dell’anno accademico (primi di ottobre 76), hai avuto frequenti — normali — scarsi contatti con i lavoratori della zona Tiburtina-Prenestino?
A. De Vincenti: Abbastanza frequenti. Già prima avevo avuto contatti con le donne della Selenia che avevano preparato un lavoro sulla nocività in fabbrica e anche con una consulta femminile della zona Tiburtina. Inoltre avevo già avuto contatti funzionali con diverse lavoratrici in altre fabbriche della Tiburtina. Quindi già un po’ il tessuto delle grandi fabbriche lo conoscevo ed in quest’ultimo periodo i rapporti sono divenuti più frequenti, in seguito all’organizazione della FLM dei Corsi 150 ore, all’interno dei quali la presenza femminile è senz’altro in aumento. In essi la donna costituisce l’aspetto focale, cioè la donna è al centro dell’attenzione in tutti i gruppi di lavoro 150 ore. Anna: Poco fa accennavi ad una certa resistenza da parte delle donne a frequentare questi corsi. Pensi che questo atteggiamento verso impegni extra-lavorativi possa essere addebitato allo stress psico-fisico in particolare o anche a tutti gli altri fattori di nocività?
A. De Vincenti: Io direi che il fattore principale che impedisce alle donne la frequenza alle 150 ore non sia certo lo stress, anche se questo è sicuramente un dato importante; piuttoso incidono enormemente i fattori culturali. Infatti abbastanza di frequente emerge una certa resistenza a partecipare da parte delle lavoratrici per non togliere altro tempo alla famiglia. È senz’altro positiva la presa di coscienza, da parte delle donne, di questi problemi che sono di matrice culturale.
Anna: Puoi dirci qualcosa sull’andamento dei Corsi?
A. De Vincenti: Per ora i corsi sono all’inizio quindi è difficile dare un giudizio in questo momento… poi c’è stato il problema dell’ultima crisi universitaria che ha bloccato anche l’attività didattica, anche gli stessi Corsi 150 ore…
Anna: …anche se, mi pare, è stata l’unica attività didattica che è continuata seppure in modo un po’ diverso…
A. De Vincenti: Certo, perché nel periodo di agitazione si sono presi in considerazione diversi problemi: dei precari; dell’Università come istituzione; del tipo di rapporto dell’Università con i lavoratori e con gli studenti; si è discusso su tutti i problemi sollevati dalla Circolare Malfatti…
Anna: I Corsi 150 ore a livello universitario sono al terzo anno: ti hanno impegnato anche negli anni precedenti?
A. De Vincenti: Questo è il primo anno che m’impegno in questo tipo di attività. Quattro o cinque anni fa però avevo seguito un embrione di Corsi 150 ore, cioè avevo seguito l’esperienza di una fabbrica metalmeccanica, la Selenia, che aveva ottenuto, con la contrattazione articolata, il diritto alla studio a livello aziendale quindi prima ancora che questo diritto fosse proclamato dalla FLM nel Contratto Nazionale del Lavoro. La Selenia autogestì i corsi della scuola dell’obbligo per i lavoratori che risultarono in grande percentuale sprovvisti di questo titolo di studio. Per quanto riguarda gli attuali Corsi 150 ore a livello universitario, mi sembra importante segnalare il senso nuovo di tale iniziativa: l’esperienza lavorativa viene messa al centro, quindi si tende a rivalutare tutta l’esperienza operaia e personale che gli adulti hanno sul luogo di lavoro per ricondurre poi gli adulti stessi ad un tipo di partecipazione più attiva nella società — gestione delle lotte, gestione dei contratti nazionali di lavoro — per uscire da una subalternità che è anche culturale e che quindi emargina doppiamente le donne. L’intento è proprio quello di far superare ai lavoratori alcune difficoltà di rapporto con le istituzioni, difficoltà di linguaggio, di strumentalità specifica e altro. Inoltre, nota caratteristica dei Corsi, sia a livello di scuola dell’obbligo che universitario, è il capovolgimento della didattica tradizionale nel senso che il rapporto tra docente e discente non è più tra chi fornisce delle nozioni e chi le apprende, anche se ciò non significa non avere delle nozioni specifiche. Si tratta piuttosto di far acquisire strumenti critici per poter inserire sempre nuove conoscenze, cioè avere sempre la capacità ad apprendere. Infatti i Corsi 150 ore si caratterizzano come una delle più grosse esperienze della educazione permanente, dai quali emerge una richiesta complessiva molto grossa che è quella di capire e leggere la realtà in cui si vive per potervi partecipare attivamente. A questo riguardo è forse superfluo sottolineare quanto questo impegno sia interessante per le lavoratrici ed in generale per le donne tutte alle quali indistintamente sono aperti i Corsi 150 ore. È indicativo che quest’anno i Corsi dell’obbligo si sono quintuplicati e che si sono raggiunti i 1.000 partecipanti ai Corsi universitari, 500 studenti e 500 lavoratori; è una grossa cifra e la presenza femminile è sempre più massiccia.
Anna: A questo punto si potrebbe fare un discorso abbastanza ampio sul tipo di risposta che le istituzioni danno a questa richiesta globale di educazione permanente che investe tutti gli adulti e particolarmente le donne e ancóra più in particolare le casalinghe troppo spesso relegate in un ruolo tutto privato. Forse però il discorso ci porterebbe lontano…
A. De Vincenti: Una risposta a livello istituzionale già c’è stata: esce la Circolare Malfatti; l’istituzione scolastica taglia i fondi con la scusa della crisi economica e preferisce però continuare a sovvenzionare i corsi di cultura popolare gestiti sempre dalla Democrazia Cristiana; la riforma delle scuole superiori non passa; quella dell’Università non passa: diciamo che l’istituzione è ferma, però a livello d’insegnanti c’è un grosso movimento democratico per il rinnovamento della scuola in generale.

 

intervista alle assistenti: enrica tedeschi (sociologia industriale) e franca laccioli (sociologìa IB università di roma)


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