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a proposito di margaret mead

«A ciascuno il suo» …i suoi scritti negano il rapporto di oppressione dell’uomo sulla donna.

gennaio 1979

Margaret Mead antesignana del femminismo moderno: questo concetto, più o meno esplicito, ricorre in molti degli articoli comparsi su giornali e riviste in occasione della morte dell’antropologa americana. Ma quale è stato realmente l’apporto che la Mead ha dato alle teorie del femminismo, o, quanto meno, alla modificazione dell’immagine tradizionale del ruolo femminile? Al di là del fascino indubbio che la vita e l’attività di questa donna esercitano, è infatti necessario fare i conti con le sue affermazioni e teorie, troppo spesso oggetto, da parte delle donne, di una accettazione incondizionata e acritica.

Fin dalla comparsa del suo primo libro, L’adolescente in una società primitiva (Giunti Barbera), che è del 1926, la Mead ha incontrato il favore di un vasto pubblico; in un periodo in cui cresceva l’influenza dei inedia sulla formazione e modificazione del senso comune, la scrittura stessa della Mead — chiara, descrittiva, priva di riferimenti troppo eruditi o dettagliati — sembrava prestarsi alla diffusione in cerchie non solo specialistiche delle teoriee dellescoperteetno-antropologiche. Non era solo un problema di stile: la Mead diceva anche cose molto provocatorie, rispondendo in pieno all’incarico affidatole dal suo maestro, l’antropologo Franz Boas: dimostrare cioè che «la natura umana non è rigida e inflessibile», come scrisse la stessa Mead. Nel concreto della sua ricerca sull’adolescenza in Samoa, ciò significava mostrare come, in una società diversa da quella euroamericana, con un atteggiamento diverso rispetto alla educazione dei bambini e rispetto alla sessualità, l’adolescenza non fosse affatto quell’età di crisi e tormenti che noi conosciamo; e come, quindi, non vi fosse uno stretto legame tra lo sviluppo biologico e una data forma e modalità di sviluppo psicologico e sociale. Sapere che «le cose potevano stare in modo diverso» portava a mettere in dubbio la validità e la necessità del nostro modo di considerare e affrontare l’adolescenza; portava però anche a rimettere in discussione non solo il carattere «biologico» della «crisi adolescenziale» della ragazza americana, ma anche tutta la impostazione degli schemi di condotta sessuale, di allevamento del bambino, ecc. che stavano dietro quella «crisi». La risonanza (di questa e delle successive opere della Mead) fu immensa: in un momento storico in cui la società americana era in rapido mutamento, e, nella classe media, gli usi sessuali cambiavano velocemente, l’aspetto puramente informativo e quello «formativo» dei libri della Mead divengono inscindibili. Quando pubblica, nel 1935, Sesso e Temperamento in tre società primitive (Il Saggiatore), che analizza il «condizionamento delle personalità sociali dei due sessi» tramite l’esame di tre diverse — e contrastanti — popolazioni della Nuova Guinea, la Mead è ormai un’antropologa di fama mondiale, anche se i suoi metodi e le sue conclusioni sono oggetto di polemiche. Dimostrando che la divisione sessuale del lavoro, e soprattutto la definizione delle caratteristiche considerate «tipiche», «caratteriali», dei due sessi, variavano da una società all’altra, sembrava si facesse piazza pulita di tutti i discorsi del tipo «è sempre stato così», «da che mondo è mondo», ecc. Non solo: la Mead mostrava come in alcune società maschi e femmine venissero indirizzati verso un unico e medesimo modello di personalità (che noi considereremmo «femminile», nel caso degli Arapesh, o «maschile» nel caso dei Mundugumor), mentre in altre società (i Ciambuli) i modelli erano diversificati fra loro, ma quasi «rovesciati» rispetto a quelli vigenti nella società americana. Sembrava quindi possibile pensare (o progettare) un modo diverso di impostare i rapporti fra i sessi; e se si pensa agli anni in cui Margaret Mead scriveva, ci si rende conto di come queste non fossero acquisizioni da poco. Anche Maschio e Femmina, che è del 1949, (Il Saggiatore) riprende queste tematiche, sottoponendo allo «sguardo antropologico» la stessa società americana, con bellissime pagine ricche di intuizioni (per esempio quelle sul lavoro casalingo); ma in questo libro c’è anche un esplicito richiamo al valore culturale e sociale delle differenze tra i sessi, e su questo torneremo. Resta indubbio, comunque, che la Mead si è guadagnata un posto di rilievo in qualsiasi «biblioteca femminista» con queste due opere, insieme, del resto, all’intera disciplina dell’antropologia (culturale e sociale). L’antropologia, infatti, è stata sempre più considerata una «scienza delle donne», proprio perché, privilegiando l’analisi diretta, l’osservazione sul campo, rispetto alla ricerca d’archivio, rendeva possibile un’analisi del quotidiano, dei micro-eventi trascurati dagli storici, rendendo così visibili quelle attività e quelle sfere di vita delle donne che le discipline tradizionali avevano troppo spesso lasciato in ombra. Ma accanto a questi indiscutibili pregi dell’opera della Mead vi erano, e vi sono, molti elementi che inducono alla critica. Innanzitutto, sul piano del metodo: l’estrema leggibilità e scorrevolezza dell’esposizione della Mead, che tanto l’hanno fatta apprezzare, hanno un rovescio nell’eccessivo intuizionismo di certe affermazioni (la Mead ha anche sostenuto che l’antropologo deve lavorare servendosi di una intuizione diagnostica analoga a quella del medico, e ha più volte contestato la validità di metodi statistici nelle scienze sociali). Inoltre, il sospetto di una lettura a senso unico delle realtà da lei studiate sorge frequentemente, di fronte all’esclusiva «pulizia» del quadro che essa offre di alcune società. Si tende spesso ad attribuire a «invidie» maschili (o a manie specialistiche tipiche di chi non vuole condividere con ambiti più vasti il proprio prestigio di scienziato), le critiche mosse da molti antropologi alla scarsa verificabilità e all’eccessivo psicologismo delle affermazioni della Mead; ma in realtà per noi non è certo indifferente sapere attraverso quali canali, e con quali ipotesi di partenza, si è giunti a certe conclusioni (anche ammesso —- e non concesso — che queste conclusioni possano farci piacere). Inoltre c’è, in tutta l’impostazione della Mead (e dell’antropologia culturale americana in genere), una certa sottovalutazione degli aspetti contraddittori, delle dinamiche sociali, dei conflitti interni alle società in esame (anche se la Mead affronta i problemi delle «devianze» individuali); e si trascura in modo sintomatico l’analisi dei livelli meno evidenti e direttamente percepibili della realtà socioculturale. Non è un caso fortuito che la Mead abbia raramente affrontato in modo diretto i temi del potere nelle società da lei studiate, e le profonde valenze economiche di istituzioni che, a prima vista, dimostrano solo l’ampiezza della gamma di possibilità organizzative che si aprono alle società umane.

 

Ma veniamo al punto che maggiormente ci riguarda, e cioè i ruoli sessuali, poiché anche su questo c’è molto da dire. Rileggendo infatti la Mead, si resta sorpresi da una serie di affermazioni e frasi buttate là, che sembrano contraddire l’immagine corrente dell’antropologa: «Sembra ragionevole presumere che la capacità di raggiungere l’orgasmo è, per la donna, soltanto una possibilità che può svilupparsi o meno in una data cultura e in un dato periodo della vita individuale, ma non costituisce parte integrante della sua completa umanità. Ovviamente la donna è fatta per essere fecondata, così come l’uomo è fatto per fecondare» (Maschio e Femmina, p. 194). «Possiamo provare che esistono certi campi, come la fisica, la matematica e la musica strumentale, in cui gli uomini in virtù del loro sesso e della loro qualità di esseri umani specialmente dotati, avranno sempre quella scintilla di genio che li distinguerà… D’altra parte troviamo che le donne acquistano attraverso gli insegnamenti connaturati con la maternità… una singolare superiorità nelle scienze umane che comportano quel tipo di comprensione definita come intuizione» (idem, pp. 329-330). «Ogni società umana si basa fermamente sul fatto che gli uomini debbono mantenere la famiglia» (idem, p. 172). Affermazioni simili lasciano per lo meno sconcertate; l’ultima, poi, è un fulgido esempio di asserzione in-dimostrata e indimostrabile, alla luce delle stesse conoscenze antropologiche disponibili quando la Mead scriveva; eppure l’autrice afferma che questa caratteristica (l’uomo mantiene la famiglia) è l’elemento che distingue gli esseri umani dai primati (cioè dalle scimmie). Viene voglia allora di esaminare meglio anche i contenuti, oltre che il metodo, della Mead. E si vede allora come, in sostanza, ella proponga una sorta di «compromesso storico» fra uomini e donne, basato sul riconoscimento reciproco dell’apporto (diverso, e irriducibile) che ciascuno dei due sessi ha portato e porta alla storia umana. Poiché, dice la Mead, «ogni adattamento che riesca ad annullare una differenza o una vulnerabilità in un sesso, e una superiorità di forza nell’altro, diminuisce la possibilità di completarsi reciprocamente, e corrisponde simbolicamente ad abolire la costruttiva ricettività della femmina e l’energica attività ancor più costruttiva del maschio, rendendoli entrambi degli esseri insignificanti e negando ad ognuno la completa umanità che avrebbero potuto raggiungere» (Maschio e Femmina, p. 320). Dietro la «plasticità biopsicologica», dietro il condizionamento culturale dei ruoli sessuali, si riaffaccia l’eterna condanna: uomini e donne sono sì fatti diventare diversi, ma sono anche diversi, e la donna è legata irrevocabilmente al suo ruolo di riproduttrice; «ogni crociata per il diritto delle donne di entrare in tutti i campi dell’attività umana quasi certamente ricadrà sopra loro stesse» (idem, p. 327). L’elaborazione culturale delle differenze sessuali, allora, può variare, ma non negare quelle differenze senza rischiare un generale impoverimento culturale, una rinuncia alla ricchezza e all’articolazione delle diversità. Per andare sul concreto: «È follia voler ignorare i segni che ci ammoniscono che questa situazione cui le donne sono forzate dalla loro curiosità e dalle inclinazioni sviluppate dal sistema educativo uguale a quello dei ragazzi, o dalle condizioni sociali per cui a molte di esse sono negate una famiglia e dei figli … non è utile né alle donne né agli uomini» (idem, p. 327). Certo, una ipotesi del genere può essere sembrata (e forse sembra tuttora, ad alcune donne) affascinante: a ciascuno il suo, come dice Margaret Mead, nel pieno rispetto reciproco e nella piena collaborazione. Resta il fatto, da sottolineare, che con ciò la Mead nega ( e lo fa esplicitamente) il carattere di oppressione dell’uomo sulla donna di tale divisione dei ruoli sessuali. Dove c’è subalternità ed espropriazione, la Mead legge complementarietà e differenziazione; e ci propone «aggiustamenti» riformistici, che compensino squilibri ed eccessi. Ma noi sappiamo troppo bene come la «intuizione femminile» che la Mead esalta anche come fecondo strumento di ricerca sia, in realtà, una specializzazione che nasce dall’oppressione; né ci interessa una storia o una antropologia del «contributo delle donne» all’umanità. Sappiamo anche che i nodi della nostra condizione sono molto più complicati e ingarbugliati, e non si possono sciogliere semplicemente con una pacifica e pacificante redistribuzione dei compiti.

 

Che fare, allora? Non certo buttare il bambino (cioè la Mead) con l’acqua del bagno; ma cercare anche seguendo percorsi meno facili, servendoci di letture meno piacevoli, meno immediatamente gratificanti e «femminili», di portare avanti una ricerca politica, storica e scientifica per analizzare e sciogliere i nodi della condizione delle donne. Senza mostri sacri, e senza dare niente per scontato.


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