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violenza e controllo sociale sulle donne

Il fatto che Io stato possa essere messo fuori causa nell’analisi della violenza domestica dà la misura del privilegio degli uomini nella definizione della realtà sociale.

gennaio 1979

questo articolo tratta del fenomeno sociale costituito dalle violenze fisiche esercitate dagli uomini nei confronti delle donne (1), Il nostro problema qui non è di mettere a confronto e di spiegare i diversi tipi e gradi di violenza, né di sottilizzare sulle variazioni di luogo, tempo e personalità degli individui in questione. Non cerchiamo neppure una spiegazione della violenza come atto individuale: la nostra preoccupazione centrale è il significato – a livello sociale strutturale, – della violenza degli uomini nei confronti delle donne. Per comprendere il fenomeno è necessaria una nuova analisi del ruolo della violenza nelle relazioni tra uomini e donne. Considereremo innanzi tutto l’universalità della subordinazione delle donne, per esaminare in seguito le forme e le incidenze della violenza e darne una definizione. Criticheremo le spiegazioni sociologiche abituali della violenza interpersonale e analizzeremo il ruolo dello Stato nella creazione di una dipendenza «simmetrica» tra i sessi. Tenteremo di mettere in evidenza come una analisi dei rapporti di violenza tra uomini e donne sia pertinente per la comprensione delle categorie di «sesso» e di «classe». E la domanda finale sarà: possiamo combattere efficacemente la violenza maschile?

(*) Tratto da «Questioins Fenihiistes», Editions Tierce, N. 1 – Novembre 1977, Parigi.

 

violenza degli uomini e subordinazione delle donne

Quando ci si pone il problema della divisione del potere e dell’autorità tra i sessi nelle differenti culture, l’opinione predominante è che le donne, da sempre e dovunque, hanno nella società meno potere ed autorità degli uomini (2). Le attività maschili, qualunque esse siano, sono sempre e dovunque più valorizzate di quelle delle donne. A questo fenomeno si danno in genere due spiegazioni di ordine materiale: una è che la funzione riproduttrice delle donne limita la loro partecipazione sociale. La gravidanza, l’allevamento e l’educazione dei figli sono considerati come la base dell’esclusione delle donne dalle attività più valorizzate (e più violente) in un gran numero di società: la guerra, la caccia. Questa divisione sessuale del lavoro corrisponde anche ad una divisione tra sfera pubblica e sfera privata della vita culturale, sia essa ad uno stadio embrionale, sia essa altamente sviluppata, e la rigidità di questa separazione si estende in seguito all’accesso delle donne all’autorità ed al potere. Il secondo fattore materiale invocato è il ruolo delle donne nella produzione, ma si è constatato che anche nelle società, dove la loro partecipazione supera il 50% le donne non raggiungono mai la piena uguaglianza (3). È raro che si metta in relazione la violenza fisica e la sua minaccia con altri fattori sociali, ma un recente articolo tenta di stabilire l’importanza relativa della violenza istituzionalizzata, dell’ideologia e del grado di sviluppo economico, nell’accettazione da parte delle donne della loro oppressione (4). Nelle società dove il controllo sulla natura è minore, il fattore dominante di controllo sociale è l’uso istituzionalizzato della forza: gli uomini puniscono collettivamente gli individui-donna che hanno infranto le regole sociali, per esempio con lo stupro di gruppo. Ad un grado superiore di controllo sulla natura, sono i meccanismi ideologici che dominano: «c’è proliferazione di istituzioni vissute come repressive», e la violenza si limita all’uso individuale della forza. Ad uno stadio di produzione più sviluppato il fattore dominante di controllo diventa l’economia. Le donne non accedono ai mezzi di produzione, non controllano più il loro surplus domestico, non hanno accesso al lavoro salariato. Il controllo ideologico si indebolisce e la violenza è ancora più mascherata. È certo che nella nostra società né gli uomini né le donne si preoccupano di riconoscere l’importanza della violenza e della minaccia nel dramma della routine della vita quotidiana. Spesso si fingono sentimenti ed atteggiamenti ostili che si hanno verso il sesso opposto e non li si riconoscono come parte integrante della vita quotidiana. La violenza degli uomini nei confronti delle donne in seno alla famiglia appare un tabù che copre, nasconde all’occasione, per lo meno una parte della coscienza collettiva. Per esempio alla fine del diciannovesimo secolo, in Inghilterra, il problema della violenza all’interno della famiglia fu sollevato pubblicamente e la cosa portò ad una modificazione della legge, permettendo alle donne di ottenere la separazione legale dal coniuge quando la violenza di quest’ultimo si manifestava con continuità (5). Il problema in seguito cadde nel dimenticatoio, per poi ritornare durante la lotta per il diritto al voto, scomparire di nuovo e ricomparire oggi. Nei vari momenti storici le donne hanno preso coscienza del fatto che la violenza fisica si esercitava contro di loro in quanto gruppo, ma per la maggior parte del tempo, fatto che sociologicamente è più rilevante, l’uso della forza e delle minacce non è stato considerato che come problema individuale. Così il fatto di interpretare la violenza coniugale, lo stupro, e le diverse aggressioni delle quali le donne sono vittime per la strada, come degli atti perpetrati da uomini, individualmente, a nome di tutti gli uomini, può sembrare eccessivo o anche assurdo, tanto siamo abituati a ricondurre questo importante fenomeno sociale a fatto individuale. Data la mancanza di informazione su questo argomento, non cercheremo di stabilire paragoni con altre società. Quello che al contrario vogliamo dimostrare è che l’utilizzazione della forza e delle minacce, anche se sono particolarmente nascoste, sottili, è di una importanza tale nella nostra società occidentale da essere riconosciuta come un fattore determinante di controllo sociale degli uomini sulle donne. Vogliamo anche dimostrare che tutto ciò che gli uomini estorcono alle donne – si tratti di benefici economici, sessuali, ò di prestigio – si fonda essenzialmente sull’uso della forza e della minaccia, allo stesso modo del dominio esercitato su una classe sociale, un gruppo etnico o una nazione.

Là violenza e la paura della violenza determinano i comportamenti. Per poterli comprendere anche da un punto di vista sociologico bisogna tener conto nella definizione del fenomeno violenza, del punto di vista della vittima come pure di quello dell’aggressore o della società in generale.

 

definizione della violenza

Nella vita di una donna, la paura della violenza maschile esiste in modo diffuso e sottile. Ad un primo livello, la paura si avverte come disagio: preoccupazione di comportarsi bene, di non essere ridicola, di non essere presa in giro. La paura si accentua quando si è state vittima di violenze o quando si sa che persone conosciute o sconosciute lo sono state; la paura aumenta anche quando ci si allontana ò soltanto si prevede di farlo. Ciò che scoraggerà una donna, non ne scoraggerà necessariamente un’altra, il semplice turbamento, disagio che accompagna un comportamento deviante, come il tornare sola la sera a casa, può essere sufficiente a non trasgredire mai, se non eccezionalmente, ad una norma di sicurezza. Anche se le donne hanno opinioni diverse sulla sicurezza, ogni donna sa, in modo intuitivo ed emozionale, dove è situata la frontiera che la porta a questa zona d’ombra, questa no-woman’s land che porta ad uno scontro in cui essa ha tutte le possibilità di perdere. Queste stesse frontiere esistono nella vita domestica. (6)

In forma più velata, la minaccia di violenza o la violenza stessa possono venire da comportamenti che si presentano come amichevoli o di derisione. Ann Whitehead, nel suo studio su un paese dell’Hardfordshire (7) dà molti esempi di come si possa abusare della derisione; uno degli atteggiamenti derisori ricordava alla donna che non era desiderata nel pub del paese, luogo di incontro della cricca di maschi cui apparteneva il marito, mentre un altro sottolineava la disapprovazione dell’interesse extra coniugale che una donna manifestava per un uomo.

La descrizione che Alwyn Rees fa di una comunità del Galles (8) offre molti esempi del ruolo che gioca la derisione da parte dei giovani del paese nel controllo degli altri membri della comunità. Ma è da sottolineare che questo tipo di comportamento è stato tralasciato dalla maggior parte degli studi monografici. Quanto alla «derisione» anonima, conosciamo bene i fischi e l’abbordaggio. Dominique Poggi e Monique Coornaert (9) esplorano i luoghi della città interdetti alle donne e ci ricordano che un umorista potrebbe benissimo, senza sembrare assurdo, stabilire una «guida della città» per le donne. La derisione, con i suoi sottintesi, rappresenta la forma di pressione senz’altro più sottile e si pone ad uno degli estremi del continuum della violenza.

Una definizione sociologica della violenza nei confronti, delle donne deve tener conto dell’uso della forza e della minaccia come mezzo per obbligare le donne a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. La morte si situa ad un estremo e la minaccia ad un altro. Tra le due si trova ogni sorta di comportamento quotidiano, dalla percossa superficiale insignificante, fino alle ferite gravi, passando per l’aggressione sessuale, allo stupro. La nostra definizione-di violenza comprende le categorie «legali» ma le supera includendo tutti i comportamenti atti ad ottenere la sottomissione. È una definizione della donna: parte dal punto di vista della vittima.

 

l’estensione dello violenza maschile nei confronti delle donne

Anche se ci si limita ai delitti che sono perseguibili legalmente, si può affermare che il fenomeno è molto ampio. Il misurarlo presenta due difficoltà: le statistiche ufficiali ci informano di quello che è registrato dalla polizia o nei tribunali, ma non necessariamente degli avvenimenti in se stessi. Inoltre, non esistono statistiche sul sesso della vittima, tranne in caso d’omicidio. Ma una volta tracciati questi limiti più ampi, possiamo ancora trarre delle conclusioni dalle statistiche ufficiali. Una di queste è che praticamente tutti i crimini violenti sono commessi da uomini. In rapporto raramente le donne commettono atti di violenza nei confronti di donne o uomini. Altra conclusione: data la descrizione dei delitti è evidente che le donne costituiscono la stragrande maggioranza delle vittime di «violenze sessuali», di cui gli atti osceni rappresentano il 50% (10). Ma il sesso della vittima è totalmente sconosciuto nell’altra categoria: percosse e ferite, di cui il 10% è registrato come violenza sessuale.

Per quel che concerne l’omicida, se si considerano le relazioni tra l’aggressore e la vittima, emerge un dato importante: una donna ha più possibilità di farsi uccidere da qualcuno che conosce che da un estraneo. È probabile che si possano trarre conclusioni identiche per le percosse, le ferite o le aggressioni sessuali, se si fanno analoghe statistiche. Nonostante tutto si possono trovare dati statistici più precisi. Nel 1974 R. ed R. Dobash hanno studiato gli atti di accusa che si riferivano a tutti i delitti commessi nelle circoscrizioni di Edinburgo ed in una di Glasgow (11), La violenza e le minacce costituivano Una debole percentuale (11,10% dei delitti registrati). Tra minacce e vie di fatto, la violenza all’interno della famiglia era poco meno frequente (4,79% dei casi) della violenza extrafamiliare (6,31%).

All’interno della famiglia, le aggressioni fisiche contro la moglie costituivano circa la metà dei delitti. Se si sommano le violenze, e le minacce nei confronti della moglie, quelle nei confronti del marito (0,79%) e le liti coniugali, si può notare che l’84% delle minacce e delle violenze si verificano tra marito e moglie. E quasi tutta questa violenza è esercitata dagli uomini sulle donne. Il resto si può dividere tra violenze contro i bambini (6,69%), violenze contro i genitori (4,25%) violenze tra fratelli e sorelle (3,04%) e le liti senza vie di fatto con altri membri della famiglia.

Per quanto riguarda la violenza al.di fuori della famiglia, le aggressioni di uomini nei confronti di donne non rappresentavano che il 13% dei casi, questo ci consente di affermare che le donne corrono un maggior rischio di essere aggredite sposandosi o coabitando con un uomo. Ciò non è sufficiente per dare un’idea precisa delle aggressioni di cui le donne rimangono vittima in particolare all’interno della casa. I poliziotti riconoscono di avere meno possibilità di arrestare un uomo che picchia la moglie che non un uomo che maltratta il figlio o qualcun altro al di fuori della famiglia (12).Le testimonianze riportate alla Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulla Violenza nel Matrimonio non hanno portato a delle statistiche rigorose sull’estensione ed il tipo di violenza esercitata nella famiglia,; e che noi sappiamo, non esiste alcun progetto di ricerca in proposito (13), Il problema ci sembra cruciale. perché non si consegnano le osservazioni relative alla natura delle violenze esercitate e, soprattutto, data l’attenzione in questo settore da parte della Commissione d’Inchiesta, perché non si ricercano questo tipo di informazioni? A nostro avviso, questo disinteresse non riflette l’eccezionalità dei comportamenti, ma la loro accettazione piuttosto, come forma di controllo sociale. Il fenomeno non appare come fatto sociale, è riconosciuto solo come problema individuale, nonostante viviamo l’epoca della sociologia, del calcolatore, il censimento di questo tipo di crimini non è considerato prioritario (14). In sociologia, il ruolo della violenza nella strutturazione e nel mantenimento dei rapporti tra uomo e donna non ha il posto che gli spetta. Nelle ricerche che sembrerebbe si siano interessate a questo problema, l’uso della forza è un fattore che non viene considerato o addirittura è sottovalutato (15),E quando i sociologi fanno degli sforzi per spiegare la violenza maschile, il fatto che si eserciti contro le donne non viene integrato nell’argomentazione teorica. Quanto alla risposta dello Stato, attraverso le diverse istanze ufficiali, generalmente non se ne tiene conto o se è menzionata non viene considerata come facente parte del fenomeno da definire.

Malgrado queste lacune, il ricercatore di fronte a casi individuali, elabora un pot-pourri di spiegazioni, dato che una sola teoria non può chiarire il fenomeno. In alcuni stadi cruciali si manifesta una tendenza ad individualizzare e psicologizzare, Così per spiegare alcune categorie di comportamento che non quadrano con la struttura sociale, come la violenza irrazionale, detta «evidente» (che si oppone alla violenza «strumentale» ) si è ricorsi nella teoria «sociale-strutturale» alle nozioni di frustrazione, tensione e interdizione; Nel peggiore dei casi, sociologicamente parlando, le norme e i valori di violenza sono considerati come devianti, propri di sottoculture o di singole famiglie, mentre la società nel suo insieme non è toccata (16), Nella migliore delle ipotesi si considera la violenza come diffusa e la famiglia una istituzione sociale che fornisce un terreno privilegiato per apprendere norme, valori e tecniche di violenza. Le sottoculture della violenza diventano allora la parte emergente dell’iceberg. È il punto di vista adottato da Gelles in un recente studio su ottanta famiglie violente americane. (17). Egli associa alla teoria della socializzazione la teoria della frustrazione, della tensione e delle interdizioni per spiegare la varietà dei comportamenti dei soggetti presi in esame. Con la teoria della socializzazione spiega il comportamento attuale attraverso quello passato, interpretando il comportamento presente in termini di frustrazione ecc. Le spiegazioni si moltiplicano poiché, nel campione considerato, tutti gli adulti violenti non avevano subito né erano stati testimoni di violenze nell’infanzia — e noi sappiamo da altre fonti che chi ha conosciuto la violenza durante l’infanzia non necessariamente diventa violento da adulto. Si stabilisce un rapporto statistico tra la violenza adulta e la socializzazione durante l’infanzia, ma non si conosce la correlazione tra i fatti poiché non si sa quante persone siano testimoni o vittime di violenze durante l’infanzia. Anche supponendo che si arrivi a definire la nozione di violenza. Lo stesso per le spiegazioni della «frustrazione» : non possono applicarsi che a casi individuali, e quello che si propone come spiegazione di un fenomeno sociale non è che la somma di caratteri individuali. Neanche la nozione di ruolo sessuale è uno strumento soddisfacente, anche se nell’idea di ruolo si include il condizionamento passato e quello presente (rinforzato o meno) (18). Accanto all’ideologia dominante, che fa credere che le donne scelgano la sottomissione e l’aggressività maschile. Se questo tipo di spiegazione ha il merito di mettere in luce il ruolo dell’ideologia nel comportamento umano, e di permettere la descrizione di alcuni aspetti del comportamento acquisito, non basta a spiegare le strutture sociali ed i rapporti di potere.

 

la teoria delle risorse

Goode nella sua teoria delle risorse esamina la possibilità di una nuova analisi, ma l’abbandona per rifarsi all’idea che si è ricorso alla violenza quando le altre risorse mancano, cioè le risorse economiche, il prestigio o il rispetto da una parte e l’amicizia e l’amore dall’altra (19). Egli ammette che il matrimonio è una relazione di potere e che la forza o la minaccia costituiscono delle risorse abituali per il marito/padre; (lo stesso vale per il potere economico o per uno statuto superiore). E solo nell’ambito dell’amicizia e dell’amore che una donna ha la possibilità di accrescere le proprie «risorse» ma a condizione di votarsi al marito ed ai figli completamente.

Si è largamente parlato all’interno del movimento femminista dell’amore e della sessualità. Si è spesso detto che l’amore e le relazioni sessuali con gli uomini permettono l’oppressione psicologica e materiale delle donne. Le donne sono diventate rivali nella loro ricerca del riconoscimento maschile ed alienate nella loro sessualità. (Da qui l’esultanza nel movimento quando Masters e Johnson hanno stabilito che la clitoride e non la vagina costituisce la base biologica dell’orgasmo femminile) (20). Si denunzia l’amore come un’arma pericolosa; è tutto quello cui le donne possono aspirare, e, quando c’è non fa che rafforzare il loro status di subordinazione. L’amore per il marito, la casa, i figli, mette le donne in una condizione caratterizzata dalla dipendenza. L’amore stesso diventa così un mezzo di controllo sociale degli uomini sulle donne

 

reciprocità asimmetrica + stato = dipendenza «simmetrica»

Non è possibile analizzare l’uso della forza tra individui nelle società industriali senza prendere in considerazione il ruolo dello Stato, poiché l’organizzazione, lo sviluppo, il controllo della forza e della minaccia si integrano nella struttura statale. La domanda da porsi e a favore di chi si esercita questa forza? La risposta ci è data nel modo in cui lo Stato sviluppa la sua forza ed esercita la sua funzione di controllo, ed anche in parte attraverso le reazioni dello Stato di fronte a quelli che utilizzano la forza al di fuori dell’apparato statale. E. Marx, in un recente studio su un paese israeliano, analizza un certo numero di manifestazioni violente nell’ambito della famiglia e della comunità e le riallaccia all’organizzazione dello Stato. Egli distingue due tipi di violenze, considerando che ogni società utilizza queste due definizioni. Una è la definizione politica e legale, l’altra quella riguardante le relazioni interpersonali. Egli descrive la violenza contro i rappresentanti dello Stato come coercitiva e quella esercitata contro i membri della famiglia o di altri individui come una richiesta (di aiuto). Quando le violenze tra individui hanno luogo in pubblico, esse richiamano l’attenzione della polizia, ma se si manifestano in privato, non necessariamente vengono considerate delitti anche se i protagonisti rimangono feriti ed il caso diventa di dominio pubblico, poiché «l’interesse pubblico non è in gioco e gli organi legislativi tendono a dare una definizione più riduttiva della violenza» (21), Per esempio nella famiglia Ederi il marito ha l’abitudine di picchiare la moglie, i figli lo accettano come un avvenimento banale e nessuno interviene. L’autore pone l’attenzione sulle frustrazioni del marito (i suoi «fini contrastati» ). Quindi si può dire che in un dato momento ha picchiato la moglie per la paura di non poter provvedere ai bisogni della famiglia. Si doveva pagare un debito e la signora Ederi voleva lasciare il lavoro. Ma dopo l’aggressione la donna soffriva di stanchezza e per le lente gravi alle gambe e le era perciò difficile provvedere alla casa, al ménage conservando il lavoro a metà giornata. Dopo l’aggressione la signora Ederi borbotta: «… quello che lui vuole è che io lavori perché lui possa rimanere a casa ad occuparsi dei bambini». L’autore interpreta così la dichiarazione della donna: «Essa ha capito che in quel momento il problema del marito non era in particolare il debito, ma la prospettiva di non poter garantire alla famiglia il minimo di sussistenza nell’immediato». Si può dare anche un’altra interpretazione, la signora Ederi attribuisce la marito una ragione «strumentale» della sua aggressione che, se viene presa sul serio, è più che rimettere in questione la validità delle categorie cosiddette non strumentali di violenza. Se l’azione aveva uno scopo coercitivo, obbligare la signora Ederi a conservare il lavoro contro la sua volontà, non vede anch’essa i suoi desideri «contrastati» ? Ma la sua posizione non è analizzata allo stesso modo di quella del marito. Ciò che viene spiegato è il perché la donna non può modificare in alcun modo la sua situazione. Essa non può attendersi l’aiuto della polizia, né dell’assistente sociale né della comunità. Quando è stata vista sul vano della porta con la nuca insanguinata, nessuno le si è avvicinato. Non poteva d’altronde sperare di essere aiutata abbandonando suo marito. Si dà lavoro o un contributo sociale alle donne, solo a condizione che non ci sia un uomo valido in famiglia, e se la signora Ederi abbandonasse la casa, separandosi dal marito «non potrebbe contare sul contributo dell’assistenza sociale, che non sarebbe in grado di provvedere a tanti bambini».

Anche se E. Marx riconosce che la signora Ederi è prigioniera della situazione — «quando un uomo usa violenza alla propria donna con la quale divide le responsabilità nei confronti dei figli, e con la quale è legato da lungo tempo, egli è capace di andare molto lontano nella violenza poiché non teme la rottura del rapporto». Non considera però lo Stato come un’istituzione che interviene nello stabilire e nel mantenere la posizione di privilegio del signor Ederi, rispetto alla moglie. In cambio l’autore considera che la violenza esercitata dal marito nei confronti della moglie non minaccia gli interessi dello Stato come accadrebbe se la violenza ricadesse su uno dei suoi rappresentanti, la cosa allora sarebbe affrontata seriamente. In quest’ottica lo Stato è un’istituzione sovrana che reagisce a seconda che il suo potere venga più o meno minacciato. In questa teoria dello Stato, il signor e la signora Ederi non sono una parte rilevante; essi si pongono al di fuori dello Stato (o meglio sono oppressi da questo?)

Secondo noi questa visione dei rapporti tra lo Stato e il ménage Ederi è falsa. Si tace sul fatto che la signora Ederi è, come suo marito, frustrata nella realizzazione dei suoi obiettivi e, contrariamente al marito, essa non è autorizzata a fare appello alla comprensione né a chiedere ,la spartizione di responsabilità. Vedere in questo solo la discriminazione nei confronti del sesso femminile è troppo restrittivo.

Bisogna chiedersi perché l’analisi della posizione del marito non possa essere valida anche nei confronti della vittima dell’aggressione. La nostra risposta è che questa analisi rivelerebbe i privilegi del marito, non solo il privilegio di poter scaricare le frustrazioni sugli altri senza temere rappresaglie da parte della vittima o della comunità, ma anche il privilegio di non dover ricoprire il ruolo, normalmente realizzato secondo E. Marx, di colui che mantiene la famiglia. Secondo E. Marx, la violenza interpersonale proviene da una situazione di dipendenza reciproca tra i sessi, a differenza della violenza dello Stato che si manifesta quando il suo potere è minacciato. Sarebbe un mezzo per il marito di ristabilire l’equilibrio nel rapporto, ricordando a sua moglie che la loro dipendenza è reciproca. Punto di vista ereditato probabilmente da Lévi-Strauss che spiegava l’universalità della divisione sessuale del lavoro attraverso la necessità di stabilire una dipendenza reciproca tra i sessi. Noi sosteniamo che nel caso degli Ederi, la dipendenza è reciproca solo rispetto all’intervento dello Stato. È l’intervento dello Stato che obbliga la signora Ederi a dipendere da suo marito e ad accettare dunque le sue aggressioni ed il suo mancato contributo finanziario, mentre lei deve fare i figli, allevarli, lavorare. La domanda cruciale, come veniva posta in Cina nella lotta contro il sistema feudale, è: da chi si dipende? Ciò che era posto all’inizio come dipendenza del contadino di fronte al signore fu riconosciuto come una falsa coscienza di classe e rive-Iato come un modo di rapporto mantenuto dalla forza (22),Solo coloro che hanno il potere hanno la scelta di adempiere o meno ai loro obblighi sociali. È l’azione dello Stato a dare al signor Ederi questa scelta e a toglierla alla moglie, rendendo così un servizio all’interesse pubblico mentre lo definisce. Il fatto che lo Stato possa esser messo fuori causa nell’analisi della violenza domestica dà la misura del privilegio degli uomini nella definizione della realtà sociale. In questo esempio e nei successivi, il potere assume la forma di una forza restrittiva, cosa che Backrach e Baratz hanno chiamato il potere della «non-decisione» (23). Nella nostra società più vasta ed anonima dove la comunità ristretta è spesso meno in grado di limitare l’estensione della violenza, tutta la brutalità dello Stato (come quella dei mariti) si manifesta. Ecco delle variazioni «ad nauseum» sul tema:

«Il mio volto era talmente gonfio per le botte che ero irriconoscibile. Avevo perso un dente davanti. Egli mi ha spogliata, mi ha battuto la testa contro un muro per un’ora ripetendo: “Chi era questo tizio?” Ho riportato la frattura di sei co stole per i calci. Da un lato ero completamente nera a forza di pugni e calci. Mi ha trascinata per le scale prendendomi per i capelli. Non la finiva di schiacciarmi le dita dei piedi nudi con il tacco delle scarpe, continuava a ripetere: “Chi era quel tizio?” Poi ha cercato un coltello dicendo che mi avrebbe uccisa se non avessi detto con chi ero uscita. Ha tentato di pugnalarmi ma ho parato il colpo alzando un braccio e ho rimediato una notevole ferita sotto l’ascella. Tutto questo si svolgeva di fronte alle mie figlie di 5 e. 9 anni. La polizia è arrivata “subito” dopo che un vicino l’aveva chiamata per ben otto volte. Non volevano entrare in casa, nonostante la porta fosse aperta. Mio marito allora è uscito, e ha detto loro che mi picchiava perché avevo lasciate sole le bambine. Li ho supplicati di portarmi all’ospedale ma l’avrebbero fatto solo se avessi sporto denuncia. Non mi hanno chiesto se mio marito avesse detto la verità e non mi hanno dato alcun aiuto. È rientrato in casa, ci ha detto di vestirci, me e le bambine, ci ha portato dalla sua “amica” per dimostrarle cosa le sarebbe successo se gli fosse stata infedele. Poi le ha chiesto se lo voleva sempre dopo aver visto quello che mi aveva fatto. Ha risposto di sì, che aveva conosciuto di peggio col suo primo marito. Quando le ho detto che doveva essere pazza, mio marito mi ha rifilato uno schiaffo sulla bocca. Dopo ha fatto coricare le mie due figlie in casa dell’amica e ha detto loro che questa era la loro nuova madre dato che io ero una puttana incapace di prendermi cura di loro. Hanno fatto il caffé, ma non per me, poi lui mi ha accompagnata all’ospedale minacciandomi durante il tragitto e dicendomi che se non confessavo con chi ero uscita sarebbe andato a sbattere con la macchina. Nel parcheggio dell’ospedale mi ha detto di dire che ero stata aggredita rientrando a casa dopo essere uscita la sera. Quanto siamo entrati ha raccontato questa storia ma io l’ho smentita, allora mi ha sputato addosso trattandomi come un essere ignobile. Pensavo che mi avrebbero trattenuta ma mi hanno detto che non avevano letti-e mi hanno mandata indietro con lui. Rientrando ha fatto finire la macchina in un fossato per cercare di farmi paura. Sono dovuta rientrare a piedi». (24)

(Fine prima parte; la seconda parte verrà pubblicata nel numero di febbraio).

Jalna Hanmer (*)

Traduzione di M. Grazia Mostra

(*) Professore incaricato presso la London School of Economics, Università di Londra.

note

1) Questo testo è stato scritto dopo un seminario anglo-francese sui rapporti di violenza tra uomini e donne, organizzato dal Social Science Research Councìl nel 1975. È stato poi presentato alla conferenza annuale della Britisli Sociologica! Association, Sheffield, il 1 aprile 1977.

2) Cf. Rosaldo, M. & Lampphere, L. «Wo-men, Culture and Society» Stanford University Press, 1974. Friedl, E., «Women and men», Holt, Rinehart & Winston, 1975. Reiter, R. (ed), «Toward an Anthropology of Women», Monthly Review Press, 1975. Nella sua introduzione all’Origine della famiglia., ecc. di Engels (The Origin of the Family, Private, property and the State, Lawrence & Wishart, 1972), E. Leacock sottolinea il fatto che noi non conosciamo alcuna società che non abbia subito l’influenza della società occidentale. Gli antropologhi hanno impostato la loro visione della società in nessun altra parte più fedelmente che nell’ambito che per loro creava meno problemi: cioè la divisione sessuale del lavoro e l’impercettibilità della violenza.

3)Ibid.

4) Young, K. & Harris, O., «The Subordination of Women in Cross Cultural Perspective», «Papers on Patriarchy», Women’s Pubblication Collective, 1977.

5)Young, J., «Wife Beatìng in Britain: a Socio-Historical Analys 1850-1914, A.S.A.
Conference Paper, 1976.

Tra «i problemi individuali nel contesto sociale» e «gli effetti pubblici della struttura sociale», i movimenti femministi hanno lasciato spazio all’immaginazione sociologica. Gli accademici della sociologia faranno lo stesso? (cf. Mills, C Wright: «The sociological Imagination», Oxford University Press, 1959; trad. francese: Parigi, Maspero, 1967).

6) Jones, B. «The Dynamics of Marriage and Motherood», in Morgan R. (ed.) «Sisterhood is Powerful», Vintage, 1970, pp. 46-61: vi sono descritti i diversi sotterfugi del marito per consolidare la sua posizione di potere. La minaccia non c’è bisogno di gridarla forte per ottenere la paura della violenza.

7) Whitehead, A., «Sexual Antagonism in He-refordshire»; Barker D. & Alien, S. (eds), «Dependance and Exploitation in Work and Marriage», Longmans, 1976, pp. 169-203.

8) Rees, A., «Life in a Welsh Countryside», University of Wales Press, 1951.

9) Poggi, D. & Coornaert, M., «The City: of-f-Limits to Women», Liberation, july-august 1974, pp. 10-13.

10) Home Office, «Criminal Statistics, En-gland and Wales, 1975», H.M.S.O., 1976.

11) Dobash R. & R., «The Nature and Extent of Violence in Mariage in Scotland», Scottish Council of Social Service, 1976.

12)«Report from the Select Committee on Violence in Marriage». voi. 2 1975, pp. 170-290, 361-391.

13) Ibid. voi. I II rapporto sottolinea che il primo obiettivo deve essere la creazione di una Casa (per donne e bambini) ogni 10.000 abitanti. Attualmente sono disponibili circa il 15% di edifici la maggior parte dei quali ottenuti per l’interessamento del «National Women’s Aid Federation».

14) Dopo il rapporto della Commissione d’inchiesta, la D.H.S.S. ha assegnato numerosi contratti di ricerca per studiare i «sistemi di assorbimento delle crisi» nella famiglia tra coniugi, e le azioni sociali da condurre di fronte alla violenza coniugale. Il Ministero dell’Interno (Home Office) progetta inoltre la registrazione statistica separata degli atti di violenza fra coniugi.

15) Un esempio di questa sottovalutazione della violenza: Goode W., «Force and Violence in the Family», Journal of Mariage and the Family., voi. 33 n. 4, pp. 624-636.

16) Se in questo articolo noi evitiamo il terreno della psicologia, gli psichiatri ci sembra che invece adottino teorie sociologiche (es. Scott, P., «Battered wives», British Journal of Psychiatry, 125. 1974, pp. 433-441), o i metodi sociologici (es. Gauford, J., «Wife Battering: A Preliminary Survey of 100 Cases», British Medicai Journal, 25/1/1975. Anche E. Mac-coby e C. Jacklin (The Psycology of Sex Dif-ferences, Stanford University Press. 1974, pp. 264-5) si rifanno alle affermazioni gratuite che provengono dai pregiudizi: «Nonostante che un numero indefinibile di incidenti di questo genere mettano in luce un aspetto particolarmente sgradevole dei rapporti coniugali, che spesso non si nota o non si vuol notare, non si può assolutamente dubitare che sia raro l’uso diretto della forza nella maggior parte dei matrimoni moderni… Con questo vogliamo semplicemente dire che ogni coppia uomo-donna costituisce di solito una coalizione in cui ci si accorda per minimizzare volontariamente il ruolo dell’aggressione per poter preservare gli aspetti vicendevolmente gratificanti della relazione.

17) Gelles, R. «The Violent Home», Sage Pubblication, 1972.

18) Vedi: Steinmetz, S., & Strauss, M., «Violence in the Family», N.Y., Dodd, Mead & Co, 1974.

19) Goode, Art cit.

20) Masters, W., & Johnson V., «Les Réac-tions sexuelles», Paris Laffont. 1968. Jill Joh-nston (Lesbian Nation, Simon e Shuster 1973, P. 169) fa notare che in proposito le femministe hanno reagito «come se il riconoscere alla vagina un’insensibilità nervosa fornisse alle donne la prima argomentazione legale nella disputa contro l’imperialismo fallico».

21) Marx., E., «The social;contest of Violent Behaviour», Routlege & Kegan Paul. 1976,

22)Hinton, W., «Fanshen», Vintage, 1968.

23)Backrach, P. & Baratz, M., «Two Faces of Power», Amer. Politicai Science Rewiew, voi. 56, pp. 947-952.

24) Non è che uno dei numerosi episodi di violenza subita da questa donna durante il matrimonio. Poco dopo ha trovato aiuto in un rifugio per donne picchiate.


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