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una intervista mancata

«Ci sembra corretto da parte nostra chiedere una intervista nella quale Franca Rame potesse dare una risposta ai non pochi dubbi, ma ce l’ha rifiutata affermando che…»

gennaio 1979

l’idea di fare un’intervista a Franca Rame era nata dal fatto che lo spettacolo di Dario Fò da lei interpretato al teatro Espero di Roma «Tutta casa letto e chiesa», se da un lato aveva suscitato numerosi consensi, tanto che quasi ogni sera è stato registrato per tre settimane il «tutto esaurito», dall’altro aveva suscitato in alcune compagne molte perplessità. Quando poi è arrivato in redazione il pezzo che qui di seguito pubblichiamo, e nel quale ben si condensano le osservazioni più critiche, ci è sembrato corretto, da parte nostra, chiedere un’intervista nella quale Franca Rame potesse dare una risposta ai non pochi dubbi e fare a sua volta le proprie considerazioni. Già per telefono Franca Rame aveva manifestato una serie di incertezze riguardo una eventuale intervista, incertezze dovute per lo più al fatto che si sarebbe trattato, ancora una volta, di rispondere alle accuse che da sempre, le piovono addosso, dalle persone più svariate in qualsiasi direzione si sia mossa. «Comunque vieni, poi vediamo, ci voglio pensare». Ed io alle 19,30 vado. Il palcoscenico, dietro le quinte, è immerso nella penombra. Franca Rame è nel suo camerino, un piatto di frittata poggiato tra i cosmetici, parla con un tipo. Dopo dieci minuti le sto seduta di fronte. Al polso sinistro ha applicato un apparecchio che dovrebbe alleviarle il dolore al braccio che ha infortunato da quasi un anno.

Io ho con me il registratore e l’articolo delle compagne da mostrarle. Sono pronta. Lei sorride, gli occhi neri per il trucco, i capelli biondi tirati-tirati e uno scialle nero che usa sulla scena per interpretare l’ultimo dei suoi personaggi femminili. «Senti, ci ho pensato, mi dispiace, ma l’intervista non la faccio sai?» Deve forse leggere nei miei occhi illuminati dalle lampadine che contornano lo specchio una certa delusione se si affretta ad aggiungere «Guarda scusa ma proprio non me la sento… mi spiace averti fatto venire fin qui…» in effetti dispiace più a me e deve essere evidente perché lei continua a scusarsi e a spiegarmi il perché. Insisto, ma lei non vuole saperne. Io cerco di seguirla nei suoi ragionamenti: O.K. O.K. ha ragione ma intanto penso a tutta la strada che mi sono fatta per venire fin qui. che piove, che la macchina mi si è rotta e che me lo poteva anche dire prima che…! Ma non è giusto, lo so: un sì non me lo aveva mai detto. E ora? Dò uno sguardo al mio piccolo registratore, avevo anche comprato le pile nuove e ne avevo un pacchetto da quattro di riserva nella borsetta: non si sa mai… tante volte andasse per le lunghe! Bell’affare! Intanto lei continua a parlare ed io non riesco a non sorriderle: «Non voglio che tu pensi che io abbia un atteggiamento da “prima donna” … che scrivano ciò che vogliono… può darsi che un giorno risponderò… non ora… è una vita che qualsiasi cosa faccia vengo criticata, attaccata, … scrivano… poi vedremo…» e mi trovo ad ascoltarla. Ironia, gravità, dolcezza, ostinazione, è una donna che crede veramente a quello che fa e quello che fa lo fa senza risparmiarsi, fino in fondo, perché ci crede. Io l’ascolto; cerco di rispondere, di parlare, di inserirmi, ma non ho molto successo: decisamente non è la mia giornata. La guardo incuriosita e ho la sensazione di essere di fronte ad una donna con uno spessore psicologico incredibile: vorrei sapere di più di questo suo passato cui fa continuamente riferimento. È come se ogni sua frase, ogni suo pensiero, fossero sostenuti da una qualche esperienza personale e per questo maggiormente credibili. Parla, ride, sorride, prende in giro, parla e parla, risponde: «Ma hai capito perché non voglio?… Non me ne volere…» e d’altra parte come potrei? Ho la mente piena di tutte le cose che dice e che per buona parte sono già di per sé un risposta all’articolo che ho, piegato in quattro, nella borsetta. Solo mi viene da pensare se le critiche a questo lavoro sarebbero state le stesse qualora l’autore fosse stato una donna, e mi chiedo anche fino a qual punto possa essere giusto ricusare una rappresentazione rivolta alle donne e per le donne, tra l’altro perché scritta da un uomo, senza indagare sui motivi di una tale scelta. Non credo si possa negare, tra l’altro, che in campo teatrale e più specificatamente di testi scritti per il teatro, la presenza delle donne sia stata sinora assai esigua e non sempre ciò che è stato prodotto ha reso giustizia alla buona volontà e alle indiscutibili capacità delle autrici. È a dire che, in questo caso, potrebbe anche essersi verificata la circostanza di una scelta obbligata proprio a causa della carenza di materiale di un certo tipo. Ma questa non è che un’ipotesi da verificare, pensieri su cui riflettere. È tardi: tra un quarto d’ora lo spettacolo: «Beh! ciao… quando torno vieni a trovarmi e ti rilascio un’intervista che…» O.K. ciao!

Ho la mente confusa. Borsa a tracolla e il mio registratore. Attraverso la sala del teatro che si sta già riempiendo. Piove ancora. Detesto questa piccola scatolina nera che mi ciondola dalle mani, con la cassetta pulita già inserita «pronta per l’uso». La macchina parte. Ho il viso infuocato. Sono le 21,30. Franca Rame starà già recitando il primo pezzo e il braccio le farà male, chissà!

tutta casa Ietto e… emancipazione

Quello che più ci ha impressionato dello spettacolo di Franca Rame, non sono stati solo la povertà, superficialità e mistificazione dei contenuti, quanto l’alone di adozione, silenzio e approvazione che l’hanno circondato, che spero non siano dovuti solo al fatto che gli incassi sarebbero andati al Movimento femminista. Forse è da ricollegarsi anche a quella specie di rinuncia al giudizio e alla critica rispetto all’operato di un’altra donna, che abbiamo chiamato «l’omertà del Movimento» e che è presente ormai da diverso tempo.

Un tentativo di rafforzamento di quella sorellanza che sentivamo farsi più labile? Volontà di apparire «fuori» più unite di quanto non lo fossimo realmente? O forse un atteggiamento un po’ «maternalista» nel rispettare i tempi di ognuna. Oppure:… meglio una brutta riunione … un brutto articolo … un brutto spettacolo, che niente.

Spesso le risposte delle compagne in difesa dello spettacolo si riferiscono al pubblico a cui era rivolto, al fatto che Franca Rame e Dario Fo si rivolgono alle grandi «masse popolari» e che non vogliono fare spettacoli per una «élite intellettuale».

Ma sarà poi vero che per fare uno spettacolo popolare e non di élite bisogna pagare il prezzo della superficialità e della mancanza di riflessione? Sarà poi vero che lo spettacolo per essere popolare debba toccare le corde dell’emotività spicciola, dello stereotipo della «classica casalinga» (che sta al movimento delle donne, come il «classico operaio» sta alla sinistra)?

Lo spettacolo ricalca quelli di Dario Fo proposti da parecchi anni. E anche se il poveretto si è fatto scuola di femminismo leggendo per una intera estate, come ha detto Franca, libri scritti da donne negli ultimi tempi, spinto da lei che per mettere su uno spettacolo «sulle» donne aveva bisogno del suo genio, il risultato, ahimè, è stato scarso. Ma i tempi cambiano e il grosso pamphlet con frecciatine alla DC e al PCI vuol dire oggi troppo poco, e non vuol dire niente se inserito in uno spettacolo che vuole o vorrebbe rivolgersi alle donne. In realtà dalla divulgazione sulla strage di Stato si è passati alla divulgazione delle istanze femministe, salite prorompentemente alla ribalta.

Infatti questo spettacolo è stato anche definito come divulgativo; ma divulgativo di che cosa? dei contenuti femministi si potrebbe dire. Ma al di là della semplice rivendicazione-incazzatura, dell’eclatante rappresentazione del solito marito stupratore o almeno rompipalle (in cui credo nessuno dei maschi presenti in sala si sia riconosciuto), di contenuti femministi ne ho trovati ben pochi e ben manipolati.

Ma abbiamo poi bisogno di essere divulgate?

E abbiamo bisogno di appellarci alla comprensione dei maschi così «ingiusti e cattivi» ?

Franca infatti ha introdotto lo spettacolo dicendosi speranzosa che i maschi del pubblico avrebbero capito … si sarebbero resi conto … avrebbero preso coscienza. .

Ma come possiamo aspettarci che il ritrovamento di noi stesse avvenga tramite la comprensione dei maschi e della società? Oppure, cosa ancor meno credibile, entrando a far parte di una comunità di frikkettoni?

Comunque lo spettacolo ci ha fatto ridere, indubbiamente Franca è brava e simpatica, ma anche questo ridere ci ha fatto pensare.

Gli autori difendono il valore della risata, la definiscono, ci sembra, come «dei chiodi che ti aprono la mente e il cervello», riferendosi a una definizione di Molière. Ma senza togliere niente al valore della satira è dell’ironia, (che sono state spesso caratteristiche delle nostre manifestazioni e del modo nuovo di fare politica) esse non sono rivoluzionarie di per sé, non tutte le risate aprono la mente… Ma forse è anche questione di tempi: quattro o cinque anni fa questo spettacolo poteva almeno avere il pregio di anticipazione, forsei di provocazione; ma oggi per ciò che riguarda il processo quotidiano di ricerca di identità, di sessualità e di metodi di liberazione nostro e delle altre donne, questo spettacolo suona solo impoverito rispetto ai nostri contenuti, se non addirittura offensivo.

 


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