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alle prese con la cinepresa

nel panorama delle iniziative prese dai gruppi femministi sul cinema realizzato dalle donne, va ricordato che, dal 6 all’11 aprile 1976, vennero organizzate delle proiezioni alla «Tregenda» di Bologna. Pubblichiamo la testimonianza di Maurizia Giusti, di cui furono proiettati «Prima del tradimento e dell’abbandono» e «Vanessa e le bambole».

aprile 1977

ho sempre pensato che le donne non amassero il cinema; per anni mi sono trovata a frequentare cinefonim, divorare libri di cineteca ed a estasiarmi di fronte ad un film, tutto questo quasi sempre in compagnia di soli uomini. Adesso capisco quanto in quel tempo mi muovessi in una logica restrittiva e autoritaria, che non mi permetteva di liberarmi come persona, ma mi faceva mettere lo strumento ed il fatto culturale in sé al di sopra di tutto, persino di me stessa.
Cercare di liberarmi, ha voluto dire per me, scoprire che ci si può esprimere, se lo si vuole, nella vita in prima persona perché la nostra vita è personale e nessuno ci può sostituire o rappresentare nel raccontarla. La mia estraneità, non voluta ad oltranza, dal modo gerarchico e rispettoso di considerare la cultura, che un tempo mi ha fatto stare male nel trovarmi così restia al comportamento «giusto» rispetto a queste cose, adesso la vedo nel suo positivo: prima di tutto sta la mia vita e di conseguenza le mie emozioni nel vedere il film che. mi coinvolge, al di là della critica e del giudizio, e la creatività nel raccontare di me attraverso un mezzo espressivo. Probabilmente, se non fosse arrivata l’autocoscienza, non mi sarei mai tolta la voglia di raccontare qualche cosa di me con un film; sicuramente i motivi di questa mia autorepressione sarebbero rimasti abbastanza inconsci. Ora posso capirli in pieno perché con molta più distanza vedo il freno a qualsiasi esigenza emotiva che deriva dal-l’aderire ad un mondo rigido e antifemminile, (intendendo per femminile anche tutto il mondo del «sentire»), tipico della cultura che si muove attorno al cinema.
Il primo motivo era dovuto sicuramente alle frustrazioni inconsce o anche consapevoli, derivate dall’usate l’8 o il S8 mm. per fare films. Fra tutti gli uomini che costituivano il mio ambiente di amanti del cinema quasi nessuno ha mai pensato di fare un film a 8 mm., il perché è comprensibile: il passo ridotto appartiene per antonomasia alla sfera del privato, e nel privato ci sono anche i padri di famiglia che riprendono il bambino mentre mangia la pappa. Per questi uomini sarebbe stato degradante ammettere di dover ricorrere a questo mezzo da amatori per raccontarsi, o meglio per raccontare le loro «verità assolute». Anch’io non ero esente da questo dato di fatto.
Un’altra ragione è sicuramente il desiderio-paura di misurarsi con se stessi perché resta la cosa più difficile vedersi, scoprirsi anche attraverso un film. Di solito si dà una attribuzione sempre positiva all’analizzarsi e allo scoprirsi, ma farlo in realtà può costare troppa fatica, soprattutto se non si è sufficientemente pronti per mettersi a nudo, A me è successo di conoscermi meglio attraverso  questa mia  esperienza  dei due films che ho fatto. Mi sono provata a raccontare un uomo così come lo vedevo, o meglio, come ero convinta di vederlo, Volevo trasformare l’immagine segreta che io avevo di lui in una cosa oggettiva quale è un film, ma mentre in partenza mi sentivo sicura di conoscere e controllare bene quell’immagine, a film terminato, quando ho visto scorrermi davanti le immagini che pure io avevo girate, mi sono accorta che non raccontavano quello che credevo di avere espresso ma altre cose. Il film aveva messo a nudo i miei sentimenti veri, quelli più reconditi e io mi potevo benissimo vedere in quel film con più verità di quanto non potessi fare con me stessa. Con questa «oggettivazione» del mio problema fra le mani ho mostrato ad altri amici e non, interessati comunque a me, questa parte di me stessa. In questo modo essi mi hanno aiutata a capirmi meglio.
Credo che la stessa cosa sia successa ad Antonietta che con me ha pensato una altra parte del film, la seconda, su di un altro uomo.
Nell’altro film c’è una bambina che gioca con delle bambole, mettendole in ordine davanti a sé; poi ci sono delle ragazze che giocano in un prato. Questo film è nato da un bisogno diverso dall’altro, è stato fatto prima e cercava di chiarire non solo a noi stesse ma anche alle compagne del collettivo femminista di cui facevamo parte una nostra interpretazione del femminismo, dello stare assieme. In quel periodo si facevano tante riunioni politiche ma non si era ancora liberata la voglia di stare assieme senza giustificazioni. Il fare il film ci ha messe tutte davanti alla realizzazione concreta di quello che volevamo riprendere. In un certo senso il film ha funzionato come una scusa, infatti abbiamo dovuto chiamare tutte le ragazze del collettivo ai giardini con vestiti vecchi e assurdi e fare fra noi i girotondi e le capriole che si facevano da piccole. «Vanessa e le bambole» è l’estrinsecazione di una speranza e di una necessità, e anche in questo caso credo di avere aperto uno spiraglio per la maggiore comprensione di me stessa.


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