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emancipate o liberate

«Temevo l’estensione generica delle nostre tematiche femministe e la confusione che ne poteva derivare».

aprile 1977

era abbastanza scontato che io stessi nelle lotte del movimento che si è sviluppato nell’Università: sono una studentessa e nei giorni precedenti l’occupazione di Lettere parlando con la gente in facoltà pensavo che la circolare Malfatti o l’abolizione degli appelli mensili non potevano passare inosservati. Ho sentito quindi che queste lotte mi appartenevano, non mi ci sono «calata», né come curiosa né come militante abituata a stare là dove i movimenti di massa si manifestano. Ciò che per me rappresentava un problema non era, se, ma come stare in queste lotte. Se cerco di capire perché ci sono stata come femminista credo di poter dire che abbiano influito il rifiuto di confrontarmi programmaticamente con gli uomini sul terreno apparentemente neutro della loro politica, la mia pratica femminista in un collettivo di quartiere, la volontà di capire insieme ad altre donne come e perché i progetti di restaurazione universitaria ci colpiscono in modo diverso dagli uomini.
Fin dall’inizio mi sono sentita non solo dentro il movimento, ma anche fuori, e l’unico modo di concretizzare questo «fuori» è stato quello di organizzarmi in modo separato con altre donne. Avevo anche dei dubbi sull’opportunità di intervenire come femministe in un’assemblea mista, temendo l’estensione generica delle nostre tematiche e la confusione che ne poteva derivare, ma ho sentito che questo atteggiamento obbediva a una esigenza tutta difensiva di ordine.
Non me la sono sentita di tagliare le gambe a qualsiasi processo di rinnovamento in «campo maschile» soprattutto perché credo che come femministe dobbiamo affermare con forza la nostra posizione su problemi come quelli dell’autonomia dei movimenti e del nuovo modo di fare politica. Volevo che i compagni «partissero da sé», non per fare autocoscienza maschile, ma per capire chi erano, perché stavano lì, quanti anni erano passati dal ’68, perché la condizione degli studenti fosse assunta senza schematismi del tipo studente = proletario (credo che la cultura sia ancora fonte di privilegio, se non la laurea di un posto di lavoro). Credo che l’autonomia dei movimenti sia garantita dalla coscienza che essi hanno di se stessi, dalla capacità di socializzare gli strumenti di conoscenza di capire i limiti del movimento nello stesso momento in cui si presentano, di non ricreate la divisione tra emotività (di chi agisce) e razionalità (di chi ci pensa sopra). Se non si fa ciò i partiti prosperano nel loro ruolo tradizionale di coscienza esterna, nello sforzo «tremendo» di comprendere chi sono i soggetti sociali che il movimento universitario esprime. A parte l’incontro-scontro con il movimento su questi temi, mi sono trovata ad affrontare in una situazione nuova tutti i miei problemi di identità e con essi i nodi irrisolti del dibattito nel movimento femminista. Io credo che vi siano due modi di vivere il femminismo: come esperienza tutta originale e non testimoniabile, separata da altri livelli di coscienza o come esperienza complessiva, nuovo modo di analisi e di presenza. Con questa esperienza dell’università mi «candido» alla seconda posizione (anche se non credo sia giusto chiamare posizione ciò che forse convive in ognuna di noi), la sento come l’unica progressiva anche se «pericolosa» se non vi è riferimento continuo all’autocoscienza e ad una identità ancora tutta da costruire.
Sono andata quindi alla manifestazione di mercoledì 19 febbraio per la prima volta come femminista in un corteo misto. Altre volte avevo guardato con sospetto cordoni di donne separati, come a una manifestazione per la Palestina. Mi chiedevo cosa potevano dire le donne di diverso dagli uomini sulla Palestina. Invece sono convinta che scendere in piazza in quest’occasione con cordoni separati e slogans autonomi non fosse solo un modo di testimoniare la nostra estraneità dalla politica maschile e la voglia di stare tra donne, ma anche di voler dire la «nostra», sulla disoccupazione, la crisi, questa organizzazione dello studio ecc. Credo di aver espresso andando a quella manifestazione la voglia di ricompor-mi come soggetto politico, anche se sono venuti fuori solo i miei pezzi. Alla luce di questa esperienza sto riflettendo anche sui temi «classici» del movimento femminista; emancipazione-liberazione, interno-esterno. La condizione di una studentessa femminista è per più versi drammatica: è consapevole di tutti i limiti dell’emancipazione, quando ancora non può dirsi emancipata a livello economico. Confesso non senza vergogna che ho pensato di «vendicarmi» del movimento femminista che mi ha portato a una minor voglia di lottare per la mia emancipazione, facendogli assumere lotte emancipatone.
Naturalmente credo che il problema sia più complesso.
La separazione tra pratica di liberazione tra donne ed emancipazione vissuta individualmente è presente a tutto il movimento femminista. Ora, se un modo di risolvere o tentare di risolvere  questa  separazione  consiste  nel riportare nell’autocoscienza le differenze  derivanti  proprio  dalla  «pratica emancipatoria di ognuna», l’altro (non opposto) è nell’affermare la presenza organizzata delle donne sul terreno dell’emancipazione. Credo che nell’università ci siamo mosse in questo senso e che il tipo di lotte che stiamo svolgendo non siano puramente emancipatone. Infatti, insieme alla riaffermazione del nostro diritto allo studio, stiamo svolgendo un’analisi del nostro ruolo all’interno dell’università e poi nel lavoro  sulla base della divisione sessuale. Collegato a questo vi è il problema dell’esterno e delle istituzioni. Non so quanto da questa esperienza della occupazione possano  rinascere i vari collettivi di facoltà, so che non siamo riuscite a formare una commissione che si occupasse specificamente dell’organizzazione dello studio. Se quindi per esterno si intende la presenza nelle manifestazioni e nelle assemblee, l’uscita all’esterno  risulta  abbastanza  facile, molto più complesso rimane stabilire il rapporto che come femministe abbiamo con le istituzioni. Io ad esempio, pur frequentando l’università, ho scelto di stare in un collettivo femminista di quartiere proprio per la difficoltà a testimoniare il mio femminismo nella struttura universitaria. Mi rendo conto che la mia esigenza di analizzare i rapporti tra donna e cultura, non passa ad esempio attraverso l’organizzazione dei seminari che spesso sono solo il coagulo di tutti i luoghi comuni del e sul femminismo, Se stessi in un collettivo  di facoltà, dovrei probabilmente considerare la partecipazione ai seminari sulla donna come una «scelta di intervento politico»: insomma, il «partire da me» mi risulterebbe difficile. Anche il controllo delle istituzioni che come femministe ci proponiamo di attuare nel caso dell’aborto, parte da un riferimento al ruolo sessuale e al rapporto con il nostro corpo che è difficile ricreare su terreni molto più scivolosi quali la cultura e la didattica. Credo  siano  state queste difficoltà  a portare allo scioglimento degli Intercollettivi  femministi  universitari  e  alla esistenza di collettivi che mi sembrano troppo poco femministi, esperienze che forse oggi dobbiamo riesaminare.


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