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informazione

dopo il convegno

«riporto alcune riflessioni sortitemi prima, durante e dopo il convegno di Roma a Governo Vecchio: donna e informazione».

luglio 1978

prima riflessione
Esserci trovate, aver finalmente discusso tra compagne il problema dell’informazione è stato positivo; non tanto per le eventuali conclusioni più o meno raggiunte, quanto per le contraddizioni aperte, per le tematiche, anche se estremamente problematizzate, emerse.
Ho ritrovato primi livelli di risposta-discussione su di un dubbio che da tempo provo; che come movimento, nel senso di lavoro-dibattito collettivo, non sappiamo ancora fare informazione (in tutti i sensi delle varie eccezioni significanze che si vogliono dare a questo termine), che i nostri strumenti periodici più stabilizzati (sia quelli propriamente scritti che quelli radiofonici) rischiano costantemente di non superare il tunnel della testimonianza o la logica del racconto-articoletto sui vari avvenimenti che ci riguardano; ed in questo quasi brutte copie di certi giornali della sinistra vecchia e nuova. Che insomma da questi anni di varie esperienze, non siamo riuscite ancora a raggiungere un nostro modo o meglio una nostra linea di ricerca sulla comunicazione.
Inoltre spesso avevo riscontrato (e l’ho riverificato al convegno) che per molte compagne il comunicare a vari livelli è concepito quasi come un mitico-improvviso recupero di istintività-visceralità del nostro essere-donna, che ognuna di noi (nel momento in cui prende coscienza dell’oppressione e dell’emarginazione millenaria subita) può esprimersi e creare informazione. Un’espressione quasi automatica, perciò, di bisogni positivi-creativi, senza alcuna reale sottolineatura del grosso e pesante lavoro di critica e superamento dell’indotto introiettato, Quindi ne deriva il tendere a vedere l’espressione del linguaggio o del vissuto e del personale quasi come l’unico nostro momento di comunicazione; influenzando così tutti i nostri strumenti di informazione, e rischiando di sancire in questo il non superamento della testimonianza; giustificando, addirittura, in alcuni momenti, il non rigore della ricerca e il non sforzo. Non a caso al convegno si sono riproposti interventi sulla positività della cultura orale, vista come espressione altamente femminile da recuperare, senza vedere invece in questa l’esemplificazione eclatante dell’espropriazione-emarginazione storicamente compiuta sulle donne, del loro essere costrette ad usare solo la comunicazione orale (anche se in forme affascinanti) prò-prio per la loro impossibilità-incapacità di riappropriazione ed uso di altre espressioni culturali.

seconda riflessione
«Il giornalismo è lo strumento attraverso il quale la conoscenza del quotidiano e la vicenda degli uomini diviene non tanto patrimonio comune, quanto privatizzazione del politico, personalizzazione del collettivo (oltre che espropriazione del personale). Ma il suo carattere dominante è l’essere effimero rendere effimero il rapporto tra avvenimento e fruitore. Una carta che si stampa tutti i giorni e tutte le settimane, ‘sempre nelle stesse dimensioni, contenente grosso modo lo stesso numero di parole ed immagini, deve piegare l’ineffabilità del reale a sua misura, stringere o allargare, semplificare secondo moduli precostituiti, ossia quelli della merce informazione», (Franco Prattico da “Sinistra 77”).
Fare informazione-comunicazione per le donne dalla parte delle donne, volendo può significare tutto; inoltre come farlo? Rischiando di riprodurre la figura classica della giornalista grillo-parlante che scrive e parla un po’ di tutto su tutto, (solo che questa volta si tratta di “argomento donna”), alla ricerca del sensazionale, del vissuto più sofferto, della cosa che fa notizia e quindi inevitabilmente in modo superficiale? Per me la categoria «giornalista», lavoratoratrice dell’informazione in generale appartiene sempre a quelle che usano il linguaggio scritto sino ad un certo punto, per la notizia o al massimo per l’articolo più generale, (gli altri e pochi sono le «grandi firme»). Questo non credo che dipenda solo dalla necessaria snellezza degli articoli, ma dallo stesso mercato dell’informazione e delle sue categorie interne, che costituisce la grande intercategoriale degli operai della penna: ben gerarchizzati e coscienti di esserlo. Ma allora come tendere al rovesciamento? Come non riprodurre tra di noi la serie A e la serie B, o addirittura la serie C (quelle delle Radio libere) dell’informazione ?
Dovremmo tendere a ricomporre i livelli da sempre appositamente infranti, per riappropriarci criticamente delle varie forme del linguaggio-comunicazione. Ed in questo processo scegliere che ognuna di noi non può comunicare su tutto, ma su quello che sa, che conosce, che riflette, studia e pratica. In questo senso operare e contribuire, e quindi poter intervenire su tutto sia con la notizia che con l’articolo, col saggio e con il libro. Tentare di combattere la mercificazione dell’informazione sia con un processo di riappropriazione collettiva, sia con la molteplicità degli strumenti. Riviste, bollettini, spazi donna nelle diverse radio, quotidiani, settimanali, etc… tutto ci serve per esprimere la ricerca, il recupero di uh’ comunicare diverso; tentando, però di non cadere nel trabocchetto della specializzazione formale (chi fa la notizia, chi fa l’articoletto, chi invece fa la riflessione più generale o addirittura il libro), accettando invece la specializzazione dei contenuti, dei vari temi su cui si contribuisce.
Nella stampa-informazione maschile avviene invece l’opposto: grande inter-specificità sui contenuti (loro se lo possono permettere!!), grande categorizzazione sul tipo d’intervento. La pagina centrale o il fondo, o l’articolo che «conta» è di pochi, e questo rischiamo di riprodurlo anche noi se non interveniamo sia sul perone ci interessa questo settore, sia sul rapporto-ricerca con il linguaggio o i linguaggi e la cultura più in generale.

terza riflessione
Rispetto al primo aspetto riporto alcune parti di una lettera che scrissi ad Effe sette mesi fa; la ripropongo anche come parte di un mio bilancio, visto che da tanto tempo tento di andare al di là del mio tavolo di studio solitario insieme ad altre donne (raramente ci riesco). Delle cose che scrissi ad Effe non ne ho risolta nessuna; il collettivo di lavoro non c’è, la ricerca non è iniziata, il giornale, come tutti i nostri giornali periodici fissi, non mi piace. Questo secondo me va al di là delle singole donne che li realizzano, ma e un problema che ci riguarda tutte; una prima chiave d’interpretazione può essere il non aver concretamente iniziato a trasformare il nostro rapporto con l’informazione più in generale, ma ‘averla superata solo ideologicamente- Quindi inevitabilmente ci ritroviamo’a dover spesso ricorrere agli strumenti che storicamente conosciamo meglio! quelli maschili. Rischiando in questo però, di usarli anche male, visto che maschi non siamo, Infatti non basta parlare di donne per essere garantite sulla qualità dei nostri prodotti, questa è la lettera:
«Ritrovarsi di fronte allo sforzo, al tentativo di costruire un nostro modo di fare un giornale, una nuova concezione, un riattraversamento femminista di un metodo tradizionale di comunicazione. Nel far questo penso che sia importante prima di tutto il partire da noi ohe ci troviamo oggi unite dal bisogno di approfondire, fissare contenuti, riflettere e comunicare i nostri temi, imparando anche in questo a lavorare tra donne, ad “inventare” espressioni .nuove di comunicazione. Nella visione tradizional-politica, un giornale doveva sempre essere lo “strumento”, il “propagandatore”, “l’organizzatore” per eccellenza, il “risolutore”; per me Effe non dovrebbe essere il detentore della linea, né il giornale ufficiale del movimento, ma più semplicemente un mezzo nostro di fissaggio e di approfondimento di temi, ed in questo aver bisogno di comunicarlo ad altre, confrontandolo con più donne possibili. Fare un giornale cioè come scelta di ricerca collettiva su dei temi, anche i più svariati, e come tentativo di nuovi modi di espressione, non sempre necessariamente scritta, come “provocazione” verso noi stesse e verso altre donne alla ricerca, allo studio, alla costruzione di altri strumenti di espressione femminista di comunicazione. Perciò non sentendosi nel portare avanti questo lavoro, le cosiddette “avanguardie” che vogliono fare il giornale del movimento, ma compagne che hanno bisogno di approfondire, riflettere insieme, su dei temi per poter proseguire, per poter andare avanti (forse anche per poter continuare a sentirsi femministe). Noi vorremmo o almeno lo credo, imparare a fare insieme una cosa che si chiama giornale o meglio manufatto mensile collettivo. Ed anche in questo sapendo che non siamo un collettivo unito, allineato, ma anche noi (giustamente) un piccolissimo “specchio” del movimento che vuole cercare insieme».

quarta riflessione
Rispetto al secondo aspetto, quello del rapporto-ricerca con il linguaggio e la cultura più in generale, penso che sia il punto più difficile, il meno chiaro anche se forse il più discusso. Vorrei partire da un assunto che può sembrare ovvio: che fare informazione-comunicazione è anche fare cultura. Già altre volte dissi che non possiamo continuare a fare l’errore di rifiutare in blocco la cultura definendola schematicamente borghese e maschilista, ma che sarebbe necessario un nostro rivisitare critico per innescare un processo di riappropriazione e creazione della donna. ‘ Questa ricerca, però, non dovrebbe avere come obiettivo una cultura «al femminile», ma un tendenziale progetto di superamento della cultura privilegio di pochi, strumento di potere-dominio a capacità collettiva di espressione, per raggiungere un sapere come mezzo di reale comunicazione universale; negando in questo ogni concetto tendente alla divisione ed all’inclusione. Quindi, in questo senso di ricerca critica, cercare di recuperare un linguaggio altro, rovesciando in questo processo la struttura tradizionale del sapere, unendo fantasia a rigore intellettuale, il vissuto alla riflessione teorica, corporeizzando così la fredda razionalità. Per questo produrre molteplici strumenti, confrontabili, evitando di riedificare anche noi «l’organo rappresentativo del movimento», costruire gruppi precisi, identificabili di compagne che lavorano su diversi temi (interessante in questo senso Zig-Zag, grazie compagne).
«In altre parole la posta in gioco non è l’elaborazione di una..nuova. teoria, di cui la donna sarebbe il soggetto o l’oggetto, ma inceppare il macchinario teorico stesso, fermare la pretesa che ha di produrre una verità ed un senso sin troppo univoci. Il che suppone che le donne non si vogliono semplicemente uguali agli uomini nel sapere. Che non pretendono di realizzare con essi costruendo una logica del femminile che prendesse ancora come modello l’onto-teologico, ma, che cerchino piuttosto di staccare questa questione dall’economia del logos». «Questo lavoro del linguaggio tenterebbe inoltre di evitare ogni manipolazione del discorso che lo lascerebbe tuttavia intatto. Avrebbe dunque la funzione di disancorare il fallocentrismo, il fallocratismo così da restituire il maschile al suo linguaggio lasciando la possibilità di un linguaggio altro. Che vorrebbe dire che il maschile non sarebbe più “il tutto”. Non potrebbe più da solo, definire, circonvenire, circoscrivere la, le proprietà del, di tutto o altrimenti che non gli competerebbe più il diritto di definire ogni valore, compreso il privilegio abusivo dell’appropriazione». (Luce Irigaray, «Questo sesso che non è un sesso», Feltrinelli economica 1978, pp. 63-65).


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