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riprendiamoci la parola scritta

partendo dalla pratica fatta nel movimento gruppi di donne stanno riaprendo la ricerca di un linguaggio che non cancelli la diversità, la specificità della donna, che proceda oltre l’immediatezza dell’espressione femminile

luglio 1978

le esperienze che via via le donne hanno fatto nel movimento femminista sono diventate sempre più numerose e diverse luna dall’altra. Questa proliferazione senza dubbio positiva ha portato con sé il problema dello scambio e della comunicazione tra i collettivi e sui contenuti su cui la modo tradizionale, la difficoltà di costruire nuove strutture che soddisfino le esigenze legate alla vita quotidiana delle donne e che non riproducano gerarchie e meccanismi di potere contribuiscono ad accentuare i problemi. Così come la mancanza di soldi e di tempo rendono abbastanza complicata la creazione <di occasioni in cui noi donne possiamo scambiarci le esperienze fatte, le informazioni sulle attività dei collettivi e sui contenuti sui cui lavoriamo. Nel momento in cui si riesce finalmente ad entrare in contatto, spesso è difficile capirsi perché magari gli interessi sono diversi e soprattutto diverse sono le forme di espressione, i linguaggi.

i tempi e il linguaggio
Tutto questo si ripropone nelle altre forme di comunicazione, cinema, arti visive, scrittura con qualche problema in più da affrontare. Malgrado tutti gli ostacoli diventano sempre più numerosi gli strumenti di comunicazione delle esperienze, personali e collettive, soprattutto giornali e riviste, che tentano di arrivare anche fuori del movimento alle altre donne. Alcuni dei canali creati, in genere tutti autogestiti, seguono i tempi di sviluppo dei collettivi a cui fanno riferimento, altri fanno i conti con l’industria editoriale, con la distribuzione ‘ufficiale. In questo caso i tempi e il linguaggio delle donne si misurano continuamente, più o meno bene, con i criteri maschili e capitalistici di efficienza e produttività. Per le donne o i gruppi di donne con esperienza femminista che scrivono su canali maschili, a meno che non vogliamo cancellarle dichiarandole non femministe, c’è sicuramente un problema di linguaggio e di contenuti legati agli strumenti che si usano o da cui si viene usate.
Tutti questi modi di comunicare hanno in comune qualcosa: scrivere non solo per se stesse, ma per qualcun’altro, per le donne del movimento, per le «altre», per un pubblico che non
si conosce. E allora con sfumature diverse ogni donna che scrive e sa che il suo lavoro sarà pubblicato si pone davanti ad un interlocutore, anche se indefinito. Le parole scritte viaggiano fuori, una parte di sé è «pubblica», E questa è una novità, relativa, per le donne. Dopo esserci riprese la parola urlando pubblicamente la nostra vita, oggi ci riprendiamo la parola scritta. Non è una novità perché foglio e penna sono le cose più a portata di mano per una donna, naturalmente per una donna che sa leggere e scrivere e l’aumento del numero delle donne che scrivono è una delle conseguenze dell’accesso all’istruzione di un numero sempre crescente di donne.

due scelte obbligate
Le donne scrivono molto, ma in genere in segreto. Per paura, per vergogna. Ho notato spesso che nelle comitive che si riuniscono per cantare ci sono donne con una voce splendida che cantano solo in coro. C’è una disabitudine a stare al centro dell’attenzione, a dare il «la» e cantare da sole diventa una «prova» che toglie gran parte del divertimento, per cui viene evitata. Ma con coraggio ora gli scritti diventano pubblici e pongono a tutte problemi di contenuti e di espressione. Abbiamo davanti due scelte quasi obbligate, la scrittura maschile e la sua «oggettività», la scrittura femminile e la sua «soggettività». Strette tra queste due alternative scivoliamo ora nell’una ora nell’altra e di ciascuna siamo pronte a dare giustificazione teorica. Partendo dalla pratica fatta nel movimento gruppi di donne stanno riaprendo la ricerca di un linguaggio che non cancelli la diversità, la specificità della donna e che proceda oltre l’immediatezza dell’espressione femminile. Sarà sempre vero che le parole che Charlotte Bronte fa dire a Jane Eyre sull’amaro destino delle donne, sul suo destino, rendono palese un’indignazione che non le consentirà mai di «esprimere il suo genio»? Ha ragione Virginia Woolf, che pure ha scritto uno dei saggi più importanti per noi donne sul rapporto donna-romanzo, ad affermare questo? La risposta sarà nella nostra pratica e in quella di tutte le donne che si misureranno «da donne» con i problemi della comunicazione, dell’informazione, dell’arte.