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donne

frankenstein è stato scritto da Mary Shelley

«una donna che mai uscì dal suo ruolo di ” dolce compagna ” disposta ad aiutare “il genio di lui “»

luglio 1978

«tu vuoi parlare dell’intelligenza delle donne. L’unica cosa che possiamo fare è giudicare, noi stesse. So benissimo che per quanto intelligente io possa essere, c’è. sempre in. me dell’insicurezza, del dubbio, una volontà molto fantasiosa che appartiene tanto al mio intelletto quanto ai miei sentimenti. In poche parole io credo che, sia che il sesso sia una componente nella nostra mente, sia che no, il nostro meccanismo corporeo ci rende delle creature fondamentalmente differenti, migliori sebbene meno forti, ma desiderose di raggiungere le alte sfere dell’intelletto…».
«Vedo le cose molto chiaramente, ma non riesco a dimostrarle». «Non ho avuto nessuno che mi insegnasse ad essere soddisfatta di me stessa». «Ero stata educata con il concetto di amore per la gloria. Essere una persona di valore e di talento era l’insegnamento che mi era stato dato da mio padre, Shelley me lo ripetè. Sola e povera avrei potuto essere qualcuno solo unendomi ad un groppo, eppure c’era molto in me della donna che ama andare avanti. Se fossi stata guidatale desiderando fare delle cose, se qualcuno mi avesse spronata sarei divenuta una buona sostenitrice».
Frankenstein è stato scritto da una donna. Mary Godwin Wollstonecraft Shelley, aveva 19 anni, quando per una scommessa scrisse il racconto. La scommessa la aveva fatta, con Shelley e Byron, due fra i più grandi poeti inglesi dell’800. Mary era la figlia di Mary Wollstonecraft, l’autrice di Vindkation of rights of women il primo trattato politico femminista, scritto nel 1792; In quell’anno si era trasferita a Parigi, richiamata dal suo entusiasmo per la rivoluzione francese. La Wollstonecraft era una donna di grande coraggio, a diciannove anni decise di vivere da sola, di guadagnare. Quando nacque Mary, la sua seconda figlia, morì di setticemia: aveva 38 anni. Aveva avuto un’altra figlia, da una relazione finita in maniera molto dolorosa per lei, all’epoca del suo soggiorno a Parigi. In seguito alla rottura di questo «grande amore», Mary W. tentò di suicidarsi; non morì: riprese a vivere, questa volta dopo aver imparato a non rinunciare a nulla della sua vita, del suo studio, del suo impegno politico per un uomo.
Mary Shelley non fu educata in maniera bigotta, la liberazione della donna, l’abbattimento del potere oligarchico, la critica al matrimonio come istituzione, erano i temi toccati da Godwin, suo padre, nei suoi scritti.
Da bambina visse con il padre, la sorella Fanny, prima figlia della Wollstonecraft, e Claire figlia della seconda moglie di Godwin, donna, da lui sposata per comodo, con cui né Mary né le altre sorelle si trovarono bene.
A 16 anni Mary scappò di casa con Shelley, che frequentava la sua casa come discepolo delle idee di Godwin; con loro andò anche Claire.
Con Shelley passava la maggior parte del suo tempo a leggere, studiare e scrivere. Fu durante un loro soggiorno, presso il lago di Ginevra che nacque l’idea di scrivere una storia di fantasmi, e Mary scrisse Frankenstein.
Mary ha sempre vissuto la solitudine e l’isolamento come il cruccio più grande della sua vita.
«Sono stata perseguitata tutta la trita vita da depressioni che mi portavano ad una facile irritabilità, che spesso mi hanno resa una persona di non facile compagnia… Posso facilmente descrivere i sentimenti di quell’essere solitario, sentendomi come l’ultimo relitto di una specie amata: tutti i miei amici morti prima di m.e»: In effetti oltre Shelley e sua madre, due morti che sicuramente grandemente hanno inciso sul suo carattere, molte altre persone a lei care sono morte intorno a lei, e tre dei suoi 4 figli. Frankenstein è la storia di uno scienziato che decide di sfidare la natura dando vita ad un uomo, costruendolo con pezzi. di cadaveri di altri esseri umani. Creato quello che si rivela «un mostro», lo scienziato, è spaventato dalla sua stessa creatura, e ne fugge lasciandolo solo. Il mostro rifiutato da tutti per la sua bruttezza riconosce come colpevole della sua sventura Frankenstein, e dopo aver ricevuto un rifiuto alla sua richiesta di avere una, compagna decide di vendicarsi Uccidendo tutte le persone care al «suo creatore»; lasciando così solo, ed isolato anche lui.
Quindi il suo un libro, sulla solitudine della condizione umana. Io cercherei di andare oltre questa interpretazione analizzando lo specifico delle sue solitudini contemplate nel libro. Lo scienziato solo, perché uomo, incapace di essere amato ed amare di soddisfare sé stesso con l’amore dei suoi cari. Il mostro solo perché escluso, ed in questo molto simile alla donna. Frankenstein cerca di «partorire» un essere umano, per sentire di esistere, di essere felice; come uomo non partorisce con il corpo, ma neanche con l’amore ed il desiderio, ma usando la parte razionale del suo cervello; crea il «mostro». Proprio nel momento in cui la sua creatura prende vita, quando ha bisogno di cure lo abbandona, non fa come ogni madre che segue il proprio figlio con sacrifici e cure amorevoli, ma lo lascia solo. Il mostro nel mondo per me è un po’ come la donna: è il diverso, diverso perché brutto, lei diversa perché bella, ma relegata ugualmente in questo ruolo, in, questo dovere. Egli non fa parte di questa società ne è escluso, non sa parlare, non, conosce i meccanismi che regolano i rapporti fra gli uomini. La donna chiusa, nel suo ruolo di «regina della casa» vive nell’illusione di «un amore» che non esiste, esclusa dalla realtà economica e politica che si basa su valori, e concetti a lei estranei. Il mostro non sa parlare, ed anche la donna ha un’altro linguaggio dà quello degli uomini, un linguaggio che riflette la sua vita interiore, che gli uomini non capiscono e non hanno il tempo di ascoltare.
Mary era una donna molto chiusa, spesso triste, e tutta la sua vita, la dedicò al suo amore per Shelley; anche se lui morì solo dopo 8 anni di, vita in comune.
Mary non fu certo come sua madre, non fu una femminista, ma una donna perfettamente cosciente del suo ruolo e delle sue dipendenze ed incapacità che pensò di non poter lottare contro queste cose.
Come per Shelley, il suo più grande interesse era quello di creare sinceri e buoni rapporti fra le persone, rapporti con i quali si sarebbe potuta creare una realtà migliore. Mary Wollstonecraft uscì dal ruolo di dolce compagna perché dovette lottare per la propria indipendenza, per la propria affermazione. Attraverso una grande delusione amorosa comprese l’importanza di non relegare il soddisfacimento di tutta la nostra felicità alla realizzazione dell’amore per un uomo.
Lottò per la propria identità, ebbe sofferenze da cui nacque la sua coscienza di donna. 
La figlia, Mary Shelley, fu educata e stimolata ad essere qualcuno, ebbe «un amore felice», un uomo che la comprendeva, si accontentò… Shelley fu per lei un buon marito, la spinse a scrivere, ad inserirsi nella società, ma lei mai uscì dal suo ruolo di «dolce compagna» disposta ad aiutare «il genio di lui».
La nostra liberazione nasce da difficoltà e dolori dovuti alla scoperta della mistificazione del concetto di «amore».
La nostra realizzazione è concepita solo rispetto alla famiglia: il nostro amore per «lui» e i nostri figli.
Questa la nostra unica identità esistenziale, e realtà sociale.


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