potere

liberarsi donne

…a volte penso alla mia vita di donna senza l’esistenza di un movimento di liberazione e rabbrividisco…

maggio 1978

partiamo da una considerazione elementare: noi donne non abbiamo,potere e molte di noi hanno detto con con forza che nemmeno lo vogliamo. Però vogliamo cambiare la nostra condizione in modo positivo e non precario, cosa che implica il cambiamento della condizione della maggioranza delle donne. Per questo è necessario un profondo cambiamento del mondo maschile soggetto però alle leggi del potere. Quindi volere provocare dei mutamenti nella società in cui viviamo porta con sé il rapporto con il potere, che la cosa ci piaccia o no. Sembra un giro di parole, ma è molto importante per noi capire se il potere ci riguarda e in quali forme. Nel movimento le riflessioni e le polemiche sono state varie e spesso anche aspre: se dobbiamo lavorare per il potere delle donne o per la fine di ogni potere, se il potere è proprio della società maschile o se riappare tra le donne e in che forme, cominciando dai rapporti reciproci nei collettivi. Intanto credo che dobbiamo chiarirci meglio il nostro apporto con le istituzioni, culturali, politiche, economiche; la nostra natura extraistituzionale è stata e continua ad essere la nostra forza, ma anche il nostro punto debole.
Qualche considerazione su questo problema: il rapporto diretto nelle istituzioni è stato ed è un rapporto individuale di alcune donne degli strati che hanno avuto accesso al lavoro, all’istruzione, alla politica negli anni passati. Questa società non consente un accesso di massa delle donne nelle sue strutture portanti per diverse ragioni (non a caso la definiamo una società maschile) e da questo dato bisogna partire per valutare il tipo di presenza delle donne. Avere un ruolo dentro queste sedi dà potere alle donne? o dà più potere ad alcune donne? Credo che non dia né i’una né l’altra cosa. Parto anche da una mia passata esperienza di militanza con ruolo politico in un partito della Nuova Sinistra. Avere un ruolo in un’organizzazione politica che ha un linguaggio, una scala di valori, un rapporto con la realtà maschile ha provocato in me dilacerazioni continue, almeno dal momento in cui ho capito che avevo, come donna, dei bisogni diversi. Un solo esempio: il senso del tempo, quello mio individuale, rispetto a quello di un compagno, la mia giornata di madre, di moglie e i tempi delle donne, la non coincidenza delle scadenze, la dimensione diversa di che cosa è politico. Il ruolo politico mi ha fatto sentire più forte? Non mi sembra; ha comunque soddisfatto finché l’ho esercitato un bisogno di riconoscimento pubblico che ritenevo potesse venire solo dal mondo maschile. Dietro c’era molto forte la ricerca di identità attraverso occhi e pensieri che non potevano essere quelli delle donne. Un’identità mai raggiunta perché basata su mutilazioni troppo profonde. Cosa c’è dunque dietro l’emancipazione, perché di emancipazione sto parlando. Quanti aborti ci sono dietro ogni donna «emancipata»? Ogni aborto è la prova più evidente della non conoscenza del nostro corpo, della nostra incapacità di controllare la riproduzione, dell’azione sottile del nostro inconscio (desideri di maternità repressi, subordinazione al desiderio dell’uomo, incapacità di negarsi per paura del rifiuto affettivo dell’altro…). E quanti aborti fatti nelle peggiori condizioni, altro che cliniche di lusso! per masochismo, sensi di colpa, mancanza di soldi anche quando sembra impossibile, perché non sono soldi nostri, ma del marito o dei genitori.
Altre volte invece c’è l’impossibilità di avere un figlio che vogliamo perché si scontra immediatamente con gli spazi che ci siamo conquistate, con il nostro tempo, la nostra disponibilità. E poi magari scopriamo che forse un figlio ci va perché è rassicurante e regressivo, comunque più gratificante della difficile, contraddittoria, faticosa emancipazione.
Credo proprio che l’emancipazione individuale delle donne in una società che rimane sessista e oppressiva sia solo un’illusione e non dia alcun potere. Per percorrere questa strada tracciata dagli uomini bisogna far finta di essere maschi e, illudendosi che la cultura, la politica, il lavoro sono asessuati (devono esserlo!), cancellare in noi il femminile. Magari conservando la femminilità dando vita a nuovi mostri fantastici che pensano come uomini, ma comprendono e seducono come donne.
Allora, visto che il retroterra collettivo dell’emancipazione è ancora troppo fragile, dobbiamo rinunciare a mettere il naso fuori di casa? Dopo aver rifiutato il privato come ambito «naturale» della donna e i ruoli di madre, di moglie è dunque una sconfitta riconoscere che i prezzi pagati per l’emancipazione sono eccessivi, spesso insostenibili? Riconoscere che la dipendenza dai ruoli, dall’uomo rimane costante, anche se un po’ diversa; che precipitiamo in altri ruoli; la donna operatrice di miracoli che riesce a conciliare tutto, casa, figli, lavoro ma perde se stessa; quella che non concilia, ma taglia fette di se stessa, magari coscientemente, negandosi la maternità e l’amore. Non è possibile e non solo perché «e morta giacere, né poi un ricordo di te ci sarà mai nel futuro…» ma perché per vivere quotidianamente abbiamo bisogno d’istruzione, di soldi, di lavoro, di salute. Abbiamo quindi la necessità di un rapporto con questa società maschile. Il problema è allora come averlo senza esserne deformate e dilacerate, come modificare e in che senso quello che non ci sta bene. Qui si pone l’esigenza di nostre forme di potere. Prime fra tutte le nostre strutture dove stare insieme, lavorare, elaborare la nostra cultura, la nostra politica, la nostra identità di donne. Queste sedi sono la base della nostra forza, pur con tutte le difficoltà che nascono tra noi donne quando -stiamo insieme, passato il primo momento di accettazione reciproca indiscussa. (A volte penso alla vita di donna senza l’esistenza di un movimento di liberazione e rabbrividisco).
Ci rendono forti per il fatto stesso che esistono, che raccolgono delle donne che lavorano insieme su dei contenuti che le interessano, che ci interessano anche se non sempre coincidono. Per quanto mi riguarda avendo visto sprofondare attraverso la presa di coscienza femminista la strada dell’emancipazione, mi sembra importante vivermi questa crisi, cercando in me e in altre donne le energie per immaginare e praticare un cammino diverso. Partendo dalla precarietà assoluta della nostra condizione di donne. Riuscire un po’ a capire il momento della mia ovulazione è stato per me un piacere ed una sicurezza. Chi ha provato l’angoscia dell’attesa della «prossima» mestruazione mi può capire. E molto spesso questa angoscia vissuta ripetutamente taglia le gambe alla voglia di progettare una vita che non si svolga esclusivamente dentro le mura di casa o di un ufficio. Il corpo, la sua conoscenza, sentirlo, sperimentarlo, rispettarlo è un campo di esperienza comune tra donne che ci fa crescere, ci arricchisce fisicamente, psichicamente, emotivamente. Dal corpo parte la nostra diversità, la nostra oppressione; ma il corpo è anche una arma nelle nostre mani. Non certo il corpo che seduce seguendo il desiderio dell’uomo, ma il nostro corpo di donne che impariamo a guardare con occhi di donne, il nostro corpo che ha un diretto contatto con la natura, con la vita. Tutte cose che hanno usato sempre contro di noi. La donna natura, la donna istinto, la donna animale. Potere per le donne comincia da più potere su me stessa, il che vuol dire maggiore conoscenza del mio modo di pensare, di amare, del mio corpo, del mio inconscio perché insieme alle altre donne possa decidere della mia vita. Il potere che possiamo acquisire nelle istituzioni, o nel privato sui figli e nel rapporto di coppia giocando bene le proprie forze è un potere fittizio che non porta molto lontano. Conoscere i nostri bisogni insieme ad altre donne, primo fra tutti quelli legati al corpo, e lavorarci con passione, gioia e anche dolore è un cammino difficile, ma stimolante. Partiamo da una realtà, noi stesse, su cui è possibile agire direttamente; forse le modificazioni che siamo in grado di provocare non sono a breve scadenza, sono comunque importanti per ricominciare ad avere fiducia in noi stesse.