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donne depresse, troppo spesso depresse. Perché?

novembre 1980

Di recente è uscito in America un libro che ha suscitato molte polemiche. E’ ‘l’opera di una giornalista americana, Maggie Scarf che cercando di capire perché le donne soffrano di depressione molto più frequentemente degli uomini è arrivata a formulare una «spiegazione» che ha irritato molte femministe americane.

 

La Scarf nel suo libro (1) parte da un fatto apparentemente non controverso: secondo gli studi considerati, per ogni uomo che soffre di depressione ci sono da due a sei donne, in altri termini la depressione è una « malattia » molto più diffusa nel sesso femminile. Va notato che quella forma di disagio mentale chiamato maniaco-depressivo (nella quale periodi di euforia si alternano a periodi dì depressione) è ugualmente diffusa tra i due sessi mentre invece la semplice depressione sembra prevalente tra le donne.

Per depressione la Scarf non intende ovviamente degli stadi transitori di cattivo umore, di lutto, di malessere, quei giorni in cui tutti abbiamo provato l’esperienza di « sentirsi giù di morale » ecc.; al contrario la Scarf parla della depressione intesa come vera e propria « situazione incapacitante » (per vedere come si può capire se si sta soffrendo d’un periodo di malessere temporaneo dovuto a stress esterni, oppure si sta cominciando a soffrire d’una vera e propria depressione la Scarf ha elaborato una serie di domande che vi riproponiamo nel riquadro). La prima caratteristica di questa situazione è che la persona è incapace di sentire piacere. C’è una perdita di capacità di gustare il cibo che si si mangia, dì godere la propria sessualità, di sentirsi interessata alle normali attività quotidiane. Si diventa incapaci dì svegliarsi fresche e riposate dopo una notte di sonno. Si è incapaci di affrontare stress o anche di affrontare semplici problemi quotidiani. Essere depresse significa trovarsi in uno stato di paralisi emotiva, non osare fare nulla, tentare nulla, essere come gelate. Trovarsi in uno stato di estrema vulnerabilità e inferiorità, e in uno stato di disagio acuto che assorbe tutte le energie della persona depressa.

La persona depressa « è come ferita, anche se la ferita non può essere localizzata. Quella persona è “cambiata”, rimpicciolita, e con un senso molto diminuito di fiducia in se stessa. Sensi di colpa, ansietà, irritabilità, ostilità sono gli ingredienti usuali che possono essere percepiti nello stato depressivo,» », p. 8L Inoltre la persona depre$sa, ha meno energie e capacità di affrontare la vita e dunque diviene meno flessibile e meno disponibile verso l’ambiente. Le sue interazioni con gli altri diventano bizzarre, spesso autodistruttive, Il sentirsi giù porta la persona ad agire in modo tale da ricevere feedback negativi. Questo aumenta la tendenza della persona depressa a diventare critica di sé e degli altri, a svalutarsi e così inizia un circolo vizioso che può condurre fino agli estremi della più totale autosvalutazione, e ad un continuo acuto stato di sofferenza psichica.

Secondo la Scarf «la natura affi nativa, interdipendente, orientata ai rapporti interpersonali della donna — la sua capacità di provare affetti ed essere orientate verso gli altri — la rende molto più vulnerabile alla depressione, quando perde o sente la minaccia) di perdere dei rapporti affettivi cruciali ». In molti casi noi donne ci definiamo in termini dei nostri rapporti con altri — sorella, amante, figlia, madre, moglie di — di quando il nostro legame con l’essere attorno al quale definiamo il nostro esistere si spezza noi sprofondiamo spesso nella depressione, perché fatichiamo molto a sviluppare un senso autonomo di noi come persone.

Fin qui la Scarf non ripropone nulla di nuovo. Da anni noi femministe andiamo ripetendo che la donna vien addestrata a vivere attraverso i rapporti e l’uomo a porsi in gioco nel mondo esterno. Tuttavia la Scarf sostiene che la socializzazione infantile, la divisione sociale dei ruoli non bastano a spiegare questa maggiore disponibilità a stringere profondi legami affettivi che esiste nella donna e la sua conseguente maggiore vulnerabilità alla loro perdita. Secondo lei ricerche sui neonati mostrano che le bambine sono più reattive ad altri esseri umani che neonati maschi, che « sorridono di più » a figure umane, che reagiscono maggiormente al pianto di altri bambini fin dal nido a pochi giorni dalla nascita. Questo dimostra che nella «biologia » della donna c’è una tendenza genetica che la rende più disponibile agli attaccamenti e meno preparata all’autonomia. La donna è più orientata verso gli altri fin dalla nascita e tende a valutarsi e a stimarsi col metro dei suoi rapporti affettivi. Proprio perché così tanta parte dell’immagine di sé è centrata su i rapporti essa diventa particolarmente vulnerabile quando questi legami si spezzano (per un abbandono, un divorzio, un figlio che si sposa ecc.).

« La psiche della donna sembra avere confini più permeabili di quelli dei maschi, non è spesso ben distinta dalla psiche di coloro con cui è coinvolta (e capace di più grande intimità, di lasciarsi penetrare). Per questa sua abilità di incorporare il contesto interpersonale in cui vive, la perdita di quel legame può essere vissuta come la morte, perché il suo intero essere era definito da e in quel legame. Deve allora affrontare il terribile problema di ridefinirsi, chi è, cosa è che cosa vuole senza quel legame. Deve affrontare la prospettiva di vivere per conto suo (deve rinunciare alla dipendenza da quel rapporto che le diceva chi era e le deve le ragioni per vivere). Questa è a mio parere la ragione per cui molte donne sono impreparate alla “solitudine” all’essere da sole. Così impreparate infatti che una donna spesso sente sensi di colpa e rabbia, rabbia che poi dirige contro se stessa. Se una è rimasta delusa allora si tende a pensare che è colpa nostra che la ragione risiede nella nostra inferiorità, bruttezza, stupidità. Divenire depresse è un modo di scaricare questi sentimenti negativi lasciando intatto il legame «ti faccio vedere quanto sono impotente in modo che tu non m’abbandoni » (p. 536).

A sostegno della sua tesi di differenze «genetiche» tra i sessi nell’orientamento interpersonale la Scarf cita le ricerche sull’attaccamento di Bolwby e altri che hanno studiato le interazioni tra i primati e ritiene che durante i millenni della nostra evoluzione come specie le donne hanno sviluppato una capacità selettiva di formare « attaccamenti ». Originariamente il primo formarsi d’un legame d’amore ha avuto un valore di sopravvivenza, in quanto l’attaccamento reciproco fra madre e bambino (tra scimmie come tra umanoidi) ha fatto sì che in caso di pericolo la madre stesse vicino al bambino e lo portasse in salvo. La capacità di formare forti legami affettivi fra membri d’un gruppo ha fatto sì inoltre che i maschi difendessero i loro quando erano attaccati dall’esterno, invece di scappare per proprio conto. La dipendenza dai primati e dagli esseri umani è nata secondo lei in questo contesto di reale pericolo milioni d’anni fa. « L’amare — questo sentimento che sembra fra quelli che più definiscono l’umano — può in essenza essere una risposta di adattamento dei primati al fatto che i loro figli nascono relativamente incapaci di prendersi cura dì sé e hanno un prolungato periodo di dipendenza ». « L’amore potrebbe essere una soluzione evolutiva al problema del bisogno di sicurezza cura e protezione dell’infante. Ci sono poi ovviamente molti tipi d’amore che non hanno niente a che fare con il rapporto madre-figlio o le esigenze della sopravvivenza infantile. Tuttavia sostengo che gli attaccamenti emotivi sorsero dapprima in un contesto di vita e di morte. E che per questo noi sentiamo un senso di “sicurezza” nei nostri più profondi attaccamenti emotivi (e anche i terrori le ansietà d’abbandono se questi sono minacciati). I nostri rapporti d’amore ci aiutano fin dall’infanzia a orientarci nel mondo… e qualche volta questi rapporti — o un tale rapporto — sembrano costituire ogni cosa nel particolare mondo d’una particolare persona. Ancora oggi il legame d’amore viene percepito come qualcosa necessario per la sopravvivenza e la sua perdita, o la sua minacciata perdita è equiparata alla perdita di tutto — inclusa ogni ragione per continuare a vivere » (p. 81).

Le tesi della Scarf sono state violentemente attaccate negli Stati Uniti. Prima di tutto alcuni scienziati disputano la premessa iniziale stessa del libro, e cioè che le donne soffrano di depressione in misura maggiore dei maschi. Essi sostengono che si tratta semplicemente di un problema di diversa classificazione psichiatrica e nel senso che molti maschi depressi finiscono tra gli alcolizzati, e inoltre molti maschi depressi rifiutano per ragioni sociali dì cercare aiuto. Tenendo conto di queste due variabili i numeri dei depressi dovrebbero essere uguali tra i due sessi. Anche dando per scontato che non ci siano più donne tra i depressi, rimane da spiegare perché le donne entrano più spesso in depressione dopo una perdita di rapporto e gli uomini dopo uno scacco nel mondo del lavoro. Non mi sembra però necessario tornare indietro di millenni e postulare una differenza genetica per spiegare un fenomeno che sta avvenendo nel nostro secolo, in un preciso momento storico, in cui gli uomini e le donne stanno uscendo dai ruoli tradizionali, ma psichicamente ci sono ancora ben ancorati. Le donne oggi si valutano ancora spesso su come riescono nei loro rapporti affettivi e gli uomini ancora oggi sul come ce la fanno ad emergere. E’ vero che molte donne lavorano, ma come ha trovato la Scarf non ci sono differenze nei tassì di depressione fra donne casalinghe e lavoratrici e nelle motivazioni addotte, tranne che le lavoratrici, denunciano sensi di colpa aggiuntivi derivanti dal sentire di svolgere male il doppio lavoro! Bizzarramente attraverso le storie di vita che riempiono il libro della Scarf, dalla storia della ragazza adolescente alla vedova sessantenne emerge che sono un insieme di fattori che sembrano precipitare alcune donne verso la depressione (2). Anche se fosse avvenuto evolutivamente che i legami d’amore sono nati in un contesto di sopravvivenza, va notato che sarebbero infine sopravvissuti quei bambini le cui madri sarebbero state capaci di renderli autonomi, altrimenti questi bambini cresciuti dipendenti sarebbero morti alla morte della loro madre. Dunque se di tratti evolutivi si tratta noi donne dovremmo aver appreso sia la capacità di costruire legami affettivi sia quella di distaccarcene. E infatti nella vita quotidiana la maggior parte di noi uomini e donne, prende e lascia cose, persone, affetti, interessi, a seconda dell’evoluzione dei propri interessi, dello stadio di vita in cui si trova, delle richieste e offerte dell’ambiente. Evolviamo in risposta ai nostri bisogni interni che mutano e all’ambiente esterno che parimenti cambia.

Perché questo processo di costruzione-separazione è così difficile per taluni di noi? Perché alcuni di noi sono talmente impauriti” dai legami” da non riuscire a formarne di stabili? Perché taluni di noi sono talmente spaventati dalla solitudine d’essere incapaci di uscire da rapporti morti, e/o distruttivi?

Una prima parziale risposta emerge proprio dalle lunghe storie che racconta la Scarf. In qualche modo, se ci portiamo addietro « compiti psicologici non finiti » (il libro s’intitola appropriatamente « Unfinished business ») questi rendono impossibile il contatto con se stessi e con l’ambiente e ci fanno restare prigionieri. Forse il senso d’immobilità che caratterizza la depressione può derivare appunto dalla lotta che si scatena in noi la parte «nuova» che vuole fare le esperienze per cui ci sentiamo pronte (andar via da casa, fare un figlio, studiare, trovare un lavoro, cambiare lavoro, rompere o formare un legame profondo); e la nostra parte « vecchia » che esita e vuole conservare lo status quo o che non ha ancora finito di svolgere un compito precedente (deve per esempio ancora staccarsi dai genitori, da un primo amore, da un primo gruppo d’amici, da un particolare ambiente, da una città ecc.). Queste pulsioni contraddittorie ci portano talvolta all’immobilismo, al disfattismo, all’autodenigrazione.

Dal libro della Scarf emerge chiaramente che le sue donne depresse dovevano affrontare compiti psichici per i quali si trovavano in qualche modo impreparate. Nel prossimo numero perciò cercherò di riassumere le varie problematiche che caratterizzano donne depresse di varia età (dai 15 ai sessantanni) e di discutere alcune delle modalità di cura della depressione oggi sperimentate con vari gradi di successo, (continua).

 

Depressa: molto, poco, tanto

Secondo la Scarf questi sono alcuni dei segni che indicano che- una persona può soffrire di depressione.

A. Ti senti spesso triste, depressa, giù di morale, senza speranza? Non
t’importa molto di niente? Hai queste sensazioni da più di due settimane di
filai O. hai-dei~giorni in .cui ii senti moko^bene e poialtri in cui sei molto giù?

B. Se hai risposto sì alla domanda precedente, esamina i seguenti sintomi
di depressione e formula le tue risposte- individuali: .

1) Sono cambiate le tue abitudini nel mangiare?

E’ comune un abbassamento dell’appetito, a volte però avviene al contrario, si nota cioè un ingestione vorace.

Hai avuto problemi nel restare addormentata. Ti svegli presto al mattino, o nel cuore della notte? Hai problemi ad addormentarti? Dormi invece troppo?

Ti senti spesso stanca e esausta senza la tua energia abituale?

Sei meno interessata alle attività sessuali e ne ricavi meno piacere?

Hai problemi nel concentrarti, nel prendere decisioni?

Sei incapace di stare ferma; devi essere costantemente in moto? O al contrario ti senti come rallentata, come se fare qualunque cosa sìa troppo faticoso e non ne valga la pena?

Hai pensato al suicidio o desiderato d’essere morta?

Sei più irritabile più pronta ad arrabbiarti, più risentita?

Ti senti molto pessimista e molto scoraggiata sulla maggior parte delle cose?

Ti senti colpevole, che non vali nulla, ti critichi continuamente?

Ti stai sentendo inadeguata, sentendoti meno attraente e competente?

Stai piangendo più del tuo normale?

Ti senti più bisognosa del solito? Senti d’aver molto bisogno d’essere rassicurata?

14) Hai avuto problemi gastrointestinali per cui non c’è spiegazione
medica?

15) Senti la tua bocca secca o hai un cattivo gusto?

Se hai risposto sì a A e hai due o più persistenti e continui sintomi nella lista B, c’è una possibilità che tu stia iniziando una depressione, secondo la Scarf e dovresti parlare con qualcuno o cercare qualche forma di consulenza psicologica.

Comunque nel prossimo numero parleremo di forme di autoaiuto e di aiuto reciproco che ci possiamo dare quando si tratta di depressioni non troppo gravi e prolungate e causate prevalentemente da stress ambientali.

 

1) Scarf, M. « tfofkiished Business». Pressure Points m the Lives of women Doubleday, 1980.

Nel prossimo numero discuteremo quali fattori biologici sociali psicologici e relazionali sembrano essere determinanti nello scatenare varie fanne di depressione.


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