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istituzioni: scontro o confronto?

la destabilizzazione voluta dalle donne rischia di lasciare ancora oggi vincenti gli uomini, perché sempre sostenuti dalle strutture, che a loro, molto più che a noi, assomigliano.

maggio 1977

i dati sullo stato di salute del Movimento femminista a una analisi attenta appaiono estremamente contrastanti. Molte compagne parlano di crisi, noia, insoddisfazione. Nei piccoli gruppi, ovunque si faccia autocoscienza sullo stato del movimento è spesso presente pessimismo e preoccupazione. Nelle assemblee di movimento, invece, l’esistenza di questi problemi non è stata ancora esplicitamente “ufficializzata”. Questo dato è, inoltre, in contraddizione con l’enorme capacità di mobilitazione che il movimento ha saputo dimostrare anche durante i recenti fatti di Claudia Caputi. E ancora, rispetto alla discussione al Senato della legge sull’aborto, uno ,dei nodi centrali
intorno al quale il movimento è enormemente cresciuto in questi anni, siamo assenti o presenti in modo molto disorganico. L’aborto in questo periodo è quasi completamente assente nelle assemblee e nelle discussioni nei collettivi, basta la parola sola a farci sentirestanche ed alienate. Di rado si riesce a parlarne e ancora meno a progettare
grandi mobilitazioni, proprio ora che la destra, la Chiesa, e la DC se ne appropriano con violenza e determinazione.
II    problema della violenza contro, le donne in tutte le sue manifestazioni, di viene sempre più centrale e porta si nuova rabbia, nuova capacità di lotta, ma anche, insieme alla capacità di costituirsi come soggetto collettivo in grado di difendersi, una estrema dipendenza politica del movimento da scadenze esterne, una estrema vulnerabilità a campagne di stampa come, ad esempio, quella sulla criminalizzazione, il rischio di una dipendenza culturale che ci porta ad una adialetticità del giudizio e che tende a farci perdere di vista le ambivalenze, i ruoli, tutti gli elementi storici che fanno della violenza un problema così “del profondo”.
Il movimento femminista aumenta costantemente di numero, dimostra una grande vitalità in centri finora non toccati, ma l’omogeneità è sempre minore e questo non sarebbe preoccupante se fosse conservata una capacità di confronto che invece molte volte si perde affogata nelle tensioni delle marasmatiche «unioni “centrali”. Si tende in queste occasioni a privilegiare il dialogo, di poche interlocutrici lasciando la gestione delle assemblee spesso alle più aggressive tra noi, alle più “politicizzate”, “culturalizzate” o carismatiche.
Nel privato di molte compagne una serie di problemi affrontati anni fa con l’entusiasmo, la rabbia e le speranze che la nuova scoperta del femminismo significava, piano piano stanno creando lacerazioni che impauriscono e rischiano di far tornare indietro molte di noi a rifugiarsi in situazioni meno difficili, più quiete e gratificanti, spesso con una notevole dose di masochismo.
Ci sembra, ad esempio, per quel che riguarda il rapporto di coppia che, alla progressiva forza e chiarezza che le donne stanno imparando a esprimere, alle piccole e grandi battaglie per un rapporto “pari”, cominci a corrispondere da parte maschile non più e non tanto una risposta difensiva di tipo ideologico politico, ma sempre più una risposta (comunque politica) “sintomatologica” sul piano sessuale o affettivo; sono pochi gli uomini che accettano di vivere il livello di contraddizione che questa ricerca comporta, per cui molte compagne si trovano come controparte uomini impauriti o imperturbabili che stanno rinnovando la loro arte nella quadratura del cerchio. Purtroppo la coscienza della ristrettezza dei ruoli sessuali e affettivi non vuol dire automaticamente il loro superamento, la chiarezza su quello che si vuole qui e ora, nella vita di tutti i giorni.
Questi problemi, del resto, non fanno altro che sottolineare ancora una volta l’intensità e la profondità che i ruoli sessuali hanno assunto nei millenni nei modelli di comportamento maschile e femminile. La destabilizzazione voluta dalle donne rischia di lasciare ancora oggi vincenti gli uomini, perché sempre sostenuti dalle strutture della società che a loro, molto più che a noi, assomigliano.
Questo irrigidimento difensivo, privato e pubblico, mette a dura prova la forza personale e politica delle compagne e del movimento. A questa conservazione del potere da parte maschile le donne, secolarmente disarmate, abituate a subire, spesso rispondono con la depressione o la rabbia di chi non ha ancora chiari i propri strumenti; il sostegno confronto con il movimento si fa difficile sia perché esso rischia di rappresentare la fantasmatizzazione di una serie di motivazioni e bisogni spesso confusi e contrastanti, sia perché è inserito in un momento .generalmente difficile, sia ancora perché esso, divenuto in questi anni molto forte, rappresenta oggi sicuramente una attrazione notevole per chi anche attraverso il movimento delle donne vuole creare tensioni, provocazioni e difficoltà a tutta la sinistra.
Bisogna andare alla ricerca dei motivi più o meno antichi, profondi e generalizzati che possono aver portato alle difficoltà di oggi. Uno di questi elementi che vorremmo qui affrontare è quello del rapporto con le istituzioni.
Nei primi anni del movimento femminista quando si era in poche, tutte attente e tese scoprire i modi della nostra oppressione, a creare insieme l’impalcatura politica dell’analisi della nostra rabbia, tutto era in un certo senso più facile: in fin dei conti né la situazione interna del movimento, né il suo rapporto con le forze politiche ci costringevano al confronto sul piano istituzionale. Negli ultimi anni questa situazione è molto cambiata; sul problema dell’aborto e dei consultòri dai primi mesi del ’75 è andato crescendo il nuovo movimento di massa delle donne e la maggior parte delle compagne che ora vi militano si sono avvicinate proprio a partire da questa lotta su un obiettivo drammatico, necessario, ma in fondo il più “istituzionale”.
La nostra forza ha costretto il paese i governi, tutte le organizzazioni politiche a scontrarsi e affrontare questo problema. Ma le strutture di movimento che più da vicino si sono occupate di problemi istituzionali e che hanno avuto il “vantaggio” politico di questa delega ne hanno subito anche il drammatico logoramento, che deriva dal fatto che il confronto con le istituzioni si svolge per definizione sul terreno più antifemminile, più compromissorio e pericoloso, da cui più è lontana la nostra soggettività storica, più difficilmente ricomponibile con le caratteristiche della nostra ricerca di identità. Il rapporto con le istituzioni ha portato OBIETTIVAMENTE ad un tipo diverso di militanza dalle altre compagne e dagli altri collettivi (basta come esempio citare le differenze tra il Crac ed il gruppo della pratica dell’inconscio).
Le compagne si sono trovate ad un certo punto strette tra due mura difficilmente valicabili, da una parte il rischio di una separatezza del tipo di ricerca condotta dal movimento, dall’altra il rischio di un fagocitamento da parte di una istituzione forte che ti impone i suoi metodi e contenuti.
Il risultato è stato, dopo un periodo di relativa egemonia da parte dei vari coordinamenti che si occupavano proprio dei problemi istituzionali, la messa in discussione violenta di queste strutture ed il passaggio della “egemonizzazione” a gruppi più “interni” al movimento. Questo dato ha in sé un significato sicuramente positivo per quel che riguarda la sempre maggiore necessità di momenti elaborativi e di chiarezza, ma acquista un significato preoccupante se non si accompagna ad una analisi rigorosa delle ragioni della “crisi istituzionale” del movimento e soprattutto del modo di risolverla. Questo ci sembra ormai l’elemento centrale che per riuscire a rimanere organiche al movimento, ai modi femministi, riuscendo però a combattere e vincere battaglie esterne senza timidezze ma senza compromessi dobbiamo avere la coscienza che nel privato così come nel pubblico, dovremo accettare di vivere uno stato di contraddizione aperta, una continua transizionalità. Il passaggio dal “dover essere” della subalternità all’ essere” implica un lungo processo di costruzione del soggetto, come soggetto storico capace di dialetticità.


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