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indagine

passeggiando per i viali del convento

sono cambiate le suore in italia? ancora oggi molte suore soprattutto di clausura conducono una vita da schiave ma non tutte

gennaio 1982

In Italia 149.780 donne sono suore. L’apparato ecclesiastico (vescovi titolari di diocesi, vescovi ausiliari, preti diocesani, monaci, frati, diacono e suore) conta 220.000 addetti permanenti: le suore ne costituiscono, dunque, indubbiamente la maggioranza. Sono ripartite in gruppi di estrema varietà, alcuni hanno resistito anni, altri interi secoli. Sono stati fondati in tutte le epoche della storia della Chiesa dalle discepole di S. Atanasio nel IV secolo, fino alle Piccole Sorelle del Vangelo la cui fondazione risale al 1963. Soprattutto in Italia se ne trovano di ogni nazionalità, di ogni razza, di ogni origine, di ogni spiritualità, dedite a tutte le funzioni attive o contemplative, appartenenti a fondatori e fondatrici che vantano storie e tradizioni spesso fantastiche, tramandate nei secoli con quel metodo — per dirla alla Manzoni — per cui “ognuno ci mette del suo” fino a comporre una simpatica confusione tra storia e fantasia. Intervistarle non è cosa semplice: sono diffidenti, timide, chiuse. Ti guardano quasi sbigottite come a chiederti: “Come mai tanta attenzione per me?”. Tra i laici non sono mai state ben accette. A parte gli improperi della sinistra tradizionale e non, di solito non sono mai state un punto di riferimento preciso come il parroco della diocesi o il frate francescano. La Chiesa non ha fatto certo di loro una figura rappresentativa: gerarchicamente le suore sono l’ultima ruota del carrozzone ecclesiastico. A loro sono delegati i lavori più umili (come fare le perpetue degli ordini religiosi maschili); quelli manuali (la coltura delle terre, il ricamo, l’assistenza ai malati, addirittura il lavoro a cottimo per le grosse industrie). Solo un’eletta percentuale esercita una professione che si esaurisce, per lo più, nell’insegnamento. Appena il 7% ricopre invece cariche di responsabilità.
Le suore sono dunque destinate ad estinguersi lentamente nel ruolo di “domestiche della Chiesa”, più che di “casalinghe di Cristo” come sono state spesso definite? Si direbbe proprio di no. É invece in atto al loro interno un vero e proprio movimento di innovazione (estremizzando potremmo trionfalisticamente dire “di liberazione”) che va dal desiderio di liberarsi dalle costrizioni della casa madre attraverso la fondazione di comunità autonome e autogestite, a quello di arricchire il loro livello culturale. La vita in comunità è molto diffusa tra le suore giovani. Vivono in appartamenti, numericamente non superano le dieci persone, lavorano quasi tutte organizzandosi a turno per i lavori in casa, campano con un paio di stipendi (con i quali pagano anche l’affitto) devolvendo il resto alla congregazione o l’ordine a cui appartengono che ha sede invece nel convento. L’attività del convento è soprattutto a carattere burocratico, di coordinamento all’interno degli ordini, di organizzazione delle comunità dislocate, ma può anche essere a carattere pastorale a contatto con la gente o contemplativo dedicato alla preghiera e al lavoro interno (coltivare la terra, se ne hanno, o seguire gli asili nido ecc.).
Nel convento vivono di solito le religiose che hanno superato una certa età e non sono in condizioni di potersi mantenere da sole (anche se hanno lavorato presso enti pubblici, alle suore non vengono riconosciuti gli anni lavorativi e quindi la pensione). Per capire il tipo di vita che conducono, bisogna entrare nel convento o nella comunità nel senso proprio e figurato della parola. Superare un cancello o suonare ad un campanello è la cosa più semplice. Più difficile è penetrare in una mentalità, superare la reciproca diffidenza, rassicurarle dal timore di vedere riferite le proprie opinioni alle sorelle e soprattutto alle superiori. Le giovani e le intellettuali sono quelle meno condizionate e quindi più disponibili a parlare, per questo motivo sono anche il soggetto di questa inchiesta. Le anziane per la gran parte si sono rifiutate di parlare estromettendomi non sempre gentilmente dalla loro vita. Solo in un monastero del Trentino una suora di clausura, che si esprimeva più con movenze che a parole, mi fece visitare il convento — un grandioso edificio mal riscaldato dove si produceva cioccolata e dove c’era la su orina che alle 11 in punto si attaccava alla corda della campana per annunciare l’ora dell’elemosina ai vicini — facendomi intuire che lì tutto procedeva tranquillamente, che il lavoro a catena di montaggio — eseguito per una grossa fabbrica svizzera e retribuito a bassissimo costo (otto ore lavorative al giorno pari a quarantamila lire al mese a suora operaia) — era un passatempo da intervallare alle ore di preghiera, che nulla era sacrificio e tutto piacere e amore verso gli altri:

oggetti dì proprietà
“È vero che ancora oggi ci sono suore — soprattutto di clausura — che conducono una vita da schiave — dice suor Giuseppina delle Piccole Suore della Sacra Famiglia di un convento al nord —. In rare circostanze esiste ancora la teoria che ci imponeva di lavorare come “se” dovessimo guadagnarci la vita, perché si è sempre detto che le suore non avevano bisogni diversi da quello di pregare e accudire gli altri. Con questo metodo è anche vero che molte fabbriche speculavano e vivevano del nostro lavoro e che nessuno mai si è preoccupato delle nostre condizioni di vita, trascurando il problema con il pretesto che le Congregazioni sono ricche, che le suore mangiano e bevono e non hanno bisogno di nessuno. È vero che molte congregazioni possiedono beni immobili, case, terreni e scuole, ma questa non è la realtà di tutte le congregazioni dì suore: ce ne sono altrettante povere e sfruttate. È giusto dire anche che la colpa è nostra, che abbiamo vissuto sempre in un guscio con una gran paura del mondo al quale invece pretendevamo di insegnare qualcosa. Adesso però stiamo cambiando anche noi… questa produzione per le grosse fabbriche come quella nel Trentino, non esiste quasi più anche perché si sta estinguendo la concezione della missione della suora in quei termini così vecchi: chiusa in convento, lavoratrice ignara dei rapporti di scambio e di produzione esterni. Per fortuna stanno proprio finendo ì tempi in cui nei conventi si confezionavano regalini per le feste comandate o si ricamavano i corredi per i matrimoni altolocati, o, appunto, si lavorava per produrre cioccolata per una fabbrica in cambio dell’elemosina. Non lavoriamo più per non essere “inoperose”, ma per produrre, perché solo così possiamo condurre la nostra missione tra la gente, altrimenti ci saranno sì delle grosse crisi di vocazione. Abbiamo capito che chiuse nel convento non serviamo nemmeno a noi stesse, perché ci isoliamo e diventiamo sempre più diverse dalla gente… diciamo… comune… come se appartenessimo veramente ad un altro mondo”.
Soprattutto nei servizi professionali dove lavorano 80.149 religiose, il rapporto di lavoro sta lentamente migliorando: molte giovani suore chiedono contratti di lavoro individuali, senza passare attraverso la propria congregazione, con la libertà di devolvere all’ordine quanto loro stesse ritengono opportuno. Ma la vecchia struttura — nonostante dissensi sfociati persino nell’abbandono dell’ordine — resiste ferreamente. Il lavoro delle religiose infatti è considerato di fatto dalle congregazioni come un vero e proprio rapporto di proprietà. Il fenomeno ha assunto un carattere macroscopico soprattutto negli ospedali dove prestano servizio 15.689 suore. Le congregazioni o gli ordini di appartenenza stipulano infatti con gli Enti Ospedalieri una forma di contratto che finisce con il costituire un inammissibile appalto di manodopera: stabiliscono infatti una “convenzione” dove per un tot numero di anni (da tre a dieci) suore di quella congregazione sono obbligate (salvo scioglimento del voto) a lavorare con una retribuzione che varia dalle 40.000 alle 100.000 lire al mese prive di ogni assicurazione sociale. Dunque se il lavoro di una religiosa è in rapporto causale con l’adempimento dei voti, qualsiasi prestazione diventa a servizio del libero arbitrio delle congregazioni: “Noi giovani suore — continua suor Giuseppina — stiamo cercando di cambiare questo rapporto. Vorremmo continuare a servire i nostri ordini senza però essere completamente subordinate e prive di qualsiasi informazione. Alcune suore di una certa congregazione, per esempio, sono riuscite ad ottenere dei contratti con gli Enti Ospedalieri a carattere individuale e secondo la norme di legge come per qualsiasi altra lavoratrice ospedaliera”.
Un gruppo di suore a Reggio Calabria, dopo numerosi appelli a strutture para-sindacali, sono riuscite infatti ad ottenere (dopo aver seguito un normale corso per infermiere professionali) una vera e propria assunzione presso le amministrazioni degli ospedali secondo le norme dello Statuto dei Lavoratori. Qualche sporadico caso di è avuto anche a Roma:
“Se vuoi, chiamala pure rivendicazione di diritti — dice suor R. madre superiora in una comunità nei dintorni di Roma e che lavora in un ospedale provinciale — Certo per fare accettare la domanda di assunzione alla Regione, siamo dovute passare attraverso strade di diverso tipo. Per fortuna eravamo tutte diplomate, quindi questo problema almeno era risolto. Purtroppo siamo ancora in poche a muoverci per i nostri diritti. Soprattutto tra le anziane parlare di questi problemi è difficilissimo perché è molto radicata la mentalità della rinuncia, del lavoro come missione, come modo di vivere la fede che le ha spinte ad abbracciare la vita monacale. Il nostro modo di rapportarci invece al lavoro, è diverso, non è legato al voto, né alla vocazione e, soprattutto, ha cambiato totalmente la nostra vita: ci rendiamo conto di cosa significa fare la spesa, far da mangiare, stirare, vivere come una donna normale, pur non rinunciando alla nostra missione che non è limitata, ma anzi incentivata dal rapporto più stretto con gli altri. Non significa certo sentirsi meno legate a Dio come ci è stato rimproverato dalle alcune suore più anziane… “.

quale vocazione
Si parla spesso di crisi delle vocazioni tra le stesse suore. In realtà dopo un periodo di costante declino che ha raggiunto il livello più basso nel ’75, negli ultimi tre anni si è avuta un’inversione di tendenza con un incremento nel ’78 del 4,2%, senza considerare poi la grossa ascesa delle “vocazioni laiche” di coloro cioè che lavorano in una missione senza vestire l’abito monacale. Ma in cosa consiste la “vocazione”? Ci risponde una aspirante Clarissa di un monastero in Umbria che con molta rigidità vuole mantenere l’anonimato. In quel monastero c’era un grande silenzio. Faceva paura. Te le vedevi comparire davanti come i predatori del deserto per cui non si capiva nemmeno come avessero fatto ad arrivare fino a te senza farti percepire nemmeno il rumore dei passi. Le guardiane mi hanno lasciata davanti a un portone. Lì ho atteso un po’. Poi un gran rumore di chiavi, serrature e il cigolio del portone che si apriva lentamente facendo intravedere l’enorme ingresso in penombra. Un cortile e poi una specie di nicchia con una grata. In quell’ambiente freddo e medioevale le sensazioni più descrivibili erano terrore ed emozione: mi venivano in mente quelle enormi sale dove per anni erano rimbombate inesorabili le sentenze dell’inquisizione.
Quasi come se recitasse una poesiola, una voce e due mani bianchissime che si agitavano ripetendo più o meno sempre gli stessi movimenti, raccontava:
“Ho avuto da sempre la percezione chiara del timbro claustrale della mia vocazione. Io trovo pace solo nel silenzio del mio essere e penso che fuori e ‘è una grande paura di se stessi e provo un gran dolore perché la vita è diventata un inseguimento continuo di idoli, di speranze, che sono cose fuori dell’uomo. La clausura per me dice soprattutto questo: che l’uomo è vero e completo solo quando trova il coraggio di stare davanti a se stesso e alla sua vita in una totale disponibilità dello spirito che lo rende capace di spiegare la sua esistenza. Per ritrovare noi stessi e liberarci dalle incrostazioni di secoli di storia che ci hanno resi egoisti e disumani, bisogna condurre un cammino a ritroso e riscoprire la purezza, quella che Dio ha sognato per noi. Questo cammino è possibile, e io lo vedo tutti i giorni negli occhi delle suore più grandi di me che mi comunicano pace e serenità, come se avessero trovato in sé un ‘isola felice. Ho offerto la mia vita in modo così radioso, perché ho la coscienza di ritrovare me stessa e Dio in un sol tempo “.
Autodistruzione? Esistenzialismo? Autopunizione? Ancora mistero? È difficile rispondere, comunque sia, una sconcertante testimonianza, se si pensa che l’intervistata era una giovanissima suora di appena 20 anni. Una giovane suora che lavora in una libreria religiosa ha cercato di esprimere con parole più semplici il concetto di vocazione:
“E come quando tu credi fortemente ad un’ideologia. Ci sono persone che sono morte in guerra perché si sono sacrificate per altri, o che hanno scelto di fare un gesto che nessuno gli imponeva, solo perché lo sentivano… ho sentito in questi ultimi anni parlare molti giovani di coscienza, di impulsi interiori, di sensazioni… Ecco è una cosa simile, anche se gli esempi non sono pertinenti… E come sentirsi trasportare da qualcosa che non puoi frenare. Molti lo credono possibile per chi pratica i misteri dell’occulto, o per chi sente di fare il medico, non si capisce perché per noi religiose deve essere necessariamente un problema senza spiegazione. È vero invece che molte vocazioni soprattutto nel passato erano dettate da altri bisogni: fuggire dalla famiglia, inconsapevole paura della vita, desiderio di crearsi una sistemazione, un rifugio o anche un matrimonio sbagliato. Nella mia lunga vita di religiosa ho conosciuto moltissime suore eccezionalmente religiose e pie, ma non potrei mai affermare che Dio bastasse veramente alla loro vita”.

quando una suora abbandona l’abito
Esiste poi tra le suore il problema “delle scelte sbagliate” di coloro cioè che dopo aver passato anni nei conventi decidono di tornare alla vita laicale abbandonando l’abito. La riduzione allo stato laicale o l’abbandono di una congregazione costituisce sempre e comunque un fatto traumatico non solo per un fattore tipicamente psicologico, per cui il “ritorno al mondo” significa anche riadattamento, solitudine, difficoltà di inserimento nei rapporti con gli altri, ma anche per un fattore pratico che può assumere carattere di drammaticità essendo in gioco, il più delle volte, il problema della sopravvivenza materiale: lo Stato infatti non riconosce gli anni lavorativi di una suora nel periodo di appartenenza ad un ordine. Di conseguenza le suore che rinunciano all’abito per ritornare laiche non possono godere di pensione o dei contributi. La conseguenza di questo stato di cose provoca necessariamente un fenomeno abbastanza diffuso in questi ultimi anni: molte suore di un’età in media compresa tra i 50 e i 60 anni, di fronte al vicolo cieco della vita laicale e a quello insostenibile, per loro, della vita monacale, scelgono il suicidio. L’ultimo caso risale allo scorso 13 settembre quando una suora Grazia Pietronaci di 65 anni tentò di gettarsi dal quarto piano dell’Istituto Maestre Pie Venerine in via G. Belli, nei pressi di piazza Cavour a Roma. Si parlò di un “caso di follia”. Fu invece uno dei pochi casi di suicidio conosciuti. Per la gran parte, infatti, si può parlare proprio di “suicidi bianchi” di cui i conventi in genere non fanno trapelare notizia. Carla, una donna di quarantadue anni fuoriuscita dalle Apostoline, ha accettato di essere intervistata: Cosa ti aveva spinta a farti suora?
“Avevo 15 anni, le apostoline sono tra quegli ordini che accettano ragazzine persino di 11 anni. Mio padre doveva emigrare, eravamo 12 figli e non potevamo partire tutti assieme. Io da piccola pregavo, avevo una specie di fissazione, non so, andavo tutte le mattine nella parrocchia vicino casa, al mio paese in Calabria. I miei pensarono che forse ero incline alla vita religiosa. Io ero felice di questa scelta, mi sembrava una cosa diversa, non capivo bene, vivevo dalle emozioni simili a quelle del giorno della prima comunione. Verso i venti anni ho cominciato a rendermi conto che quella vita non era per me: non e ‘erano spazi per nulla che fosse di tua iniziativa. Ti organizzavano tutto, gli orari, le preghiere, il lavoro, le ore dì sonno. Piano piano erano riuscite a trasformarmi. Non ridevo più, non riuscivo ad avere entusiasmo per nulla. I loro rapporti erano sempre di estrema gentilezza, ma di quei falsi sorrisi che nascondono un notevole disinteresse per la vita altrui. Dopo 10 anni infine ho preso una decisione e ho abbandonato l’ordine. Mi sono sentita in colpa, mi hanno fatto sentire una bestia rara, poi quando sono uscita da quelle tristi mura è stato come se avessi avuto una seconda rivelazione”. Hai più rivisto le tue ex sorelle?
“Si una sola, ma di nascosto perché lei ha dei grossi problemi con la madre superiora che se sa che mi frequenta è anche capace di trasferirla. I trasferimenti sono il terrore delle suore. Ti mandano in un posto dove non conosci nessuna e devi ricominciare tutto daccapo. E, credimi, non è facile li dentro crearsi dei rapporti che siano validi nel senso che una è veramente disposta a fare qualcosa per te”. Attualmente come vivi?
“Ormai sono 12 anni che lavoro, faccio la commessa in una profumeria e mi guadagno da vivere. Certo, anche fuori non è facile: essere un ex suora equivale quasi ad essere un ex carcerato: ti guardano come se avessi commesso chissà cosa. Quando ero dentro invece mi sentivo osservata dagli altri che non capiscono perché sei suora e ti insultano, ti dicono “bacarozzi” fanno illazioni sulla tua moralità. Questa vita comunque rimane un inferno. Ma si sta meglio fuori. Inizialmente pensavo di costruirmi una vita familiare, con un marito, dei figli… poi ho preferito restare da sola, mi sono comprata un appartamentino con il mutuo e continuo così, ho qualche amica con la quale mi vedo spesso, vado fuori, insomma la vita di tutti, ma con una grande tristezza di fondo, credimi”.

le amicizie particolari
L’impero della dottrina del “cuore indiviso”, ossia della solitudine, del rifiuto di qualsiasi rapporto preferenziale, compreso quello dell’amicizia, imperversa ancora all’interno non solo dei conventi, ma anche di molte di queste comunità “all’avanguardia”. I rapporti di amicizia vengono affrontati con “sacro terrore” e necessariamente visti come l’anticamera dell’omosessualità: “quando passeggiavi con una sorella per i viali del convento — ricordava sempre Carla, l’ex suora delle Apostoline — eravamo sempre viste con sospetto dalla superiora, eppure non e ‘era nulla di male. Di cose strane invece ce n’erano, solo che era tutto soffocato con un atteggiamento di sofferenza spesso visibile, ma anche di compiacimento per tutto ciò che è proibito”.
Sul problema della sessualità, hanno parlato alcune suore di un convento ai Castelli romani.
Mi sembra ci sia nella Chiesa il tentativo di fare uno sforzo per eliminare dalla vita religiosa strutture, concezioni e linguaggi che riflettono una vostra immagine ancora ancorata al passato… Suor Francesca: “Certo, c’è nella Chiesa la volontà di fare un passo in avanti, di eliminare quei pregiudizi che ci hanno sempre fatto considerare al secondo posto. Noi abbiamo lavorato molto in questo senso. L’istituzione religiosa femminile si può dire che nel passato ha rappresentato una forma di liberazione della donna nel senso negativo della parola, la sottrasse, cioè, alla sottomissione di quella che era prima la vita in famiglia e, in essa, il ruolo dell’uomo, senza però che queste donne si sentissero investite di una vera vocazione. Oggi c’è una volontà di liberazione delle suore, di coloro quindi che hanno offerto la loro vita a Dio, e che chiedono una diversa attenzione da parte della Chiesa alla loro missione. Siamo riuscite ad ottenere accrescendo, per esempio, il nostro livello culturale e raggiungendo almeno a quel livello, che non è poco, un ruolo paritario a quello dei sacerdoti… “.
Le suore nella Chiesa e fuori, sono spesso considerate come esseri asessuati….
Suor L.: È vero, spesso la gente ci considera degli angeli. Io certe volte mi faccio delle belle risate quando incontro certe persone che guardandomi ispirate mi dicono “Oh suora!” come se stessimo in cielo. Che vuoi che ti dica, delle volte e ‘è chi ha bisogno anche di questo, per il resto io mi sento donna con i problemi di donna. Tutti ci credono sottomesse come “le povere suorine indirizzate dal prete”, è ridicolo! Non esiste più il prete che ci dice come fare, che ne può sapere lui dei nostri problemi? Ma tu non sai quante battaglie abbiamo fatto per questo! Magali ti arriva il prete con una certa mentalità che vuole farti da papà, perché in effetti la cultura di una suora, fino a qualche anno fa, era molto bassa e allora era il prete che veniva e ti documentava… ma adesso è diverso, perché quello che sa il prete oggi lo sappiamo anche noi… Pensa che ormai la Chiesa da la possibilità alle suore di distribuire anche l’eucarestia… con il permesso naturalmente… Molte cose poi stanno realmente cambiando grazie anche al
nostro lavoro di convincimento interno: per esempio nessuna suora è obbligata a portare l’abito, possiamo anche noi vestire in borghese: che certi ordini lo consentono e altri no, come peri preti, solo che di loro si parla molto di più… “.
Eppure l’abito aveva un significato simbolico per voi…
Suor Francesca: “Era un imperativo di rispetto, era anche quasi sacro, un tempo si baciava il manto prima di indossarlo. Era un simbolo, sì, una cerimonia che risale a molti secoli fa quando le giovani che volevano essere consacrate ufficialmente ricevevano il velo dal vescovo, si dichiaravano così sposate seguendo l’usanza romana secondo la quale le vergini andavano a capo scoperto e le sposate no. Chi si sposa rispetta ancora questa usanza, no? Quindi (afferma divertita con le altre) noi siamo più all’avanguardia di chi si sposa con l’abito bianco e il velo”.
“Ma dai — interviene suor T. con una risatina — dillo che credevamo che essere religiose significasse avere un vestito lungo!”.
L’abito è anche un simbolo di castità? Suor T.: “Forse si, nel senso che nasconde il corpo, forse è per questo che ci considerano angeli e non donne… Quando per la prima volta ho indossato un abito borghese, mi sono resa conto delle mie vere dimensioni: ho fatto anche una cura dimagrante… Comunque il discorso è serio e purtroppo bisogna dire che la suora necessariamente doveva rappresentare anche la castità, con l’abito lungo c’era l’eliminazione di un modello femminile e dedicato ad altri bisogni… “. Esiste una moda religiosa?
Suor T.: “Non so chiamarla moda, ma ci sono degli abiti che piacciono più degli altri e casomai si sogna di poterli indossare. Ho visto delle suore francesi con i calzettoni rossi e l’abito grigio e corto, erano molto carine… comunque io preferisco vestire proprio in borghese, senza nessuna divisa, né corta, né lunga. Però mi dispiacerebbe che scomparisse l’abito lungo, sarebbe come perdere qualcosa che per te ha rappresentato molto “.
La sessualità è un argomento che non vi interessa?
Suor Francesca: “Ne abbiamo solo una concezione diversa, la sessualità può essere espressa a vari livelli anche sotto forma di amore”.
E vero che i rapporti di amicizia tra voi sono mal visti nel convento?
Suor T.: “Sì è vero, una volta si pensava ‘male’, oggi si trovano altre scuse, si dice che le amicizie tra noi fanno ‘perdere tempo’. È un argomento che fa un pò paura anche perché si pensa
subito alle cosiddette ‘amicizie particolari’ “.
In un libro francese sulle suore, alcune suore, francesi appunto, parlavano delle “amicizie particolari” come di un fenomeno molto diffuso nel convento e lungamente contrastato dalle superiori…
Suor T.: “Certo, c’è una forma di repressione sul rapporto di amicizia tra le suore. Quando due si frequentano molto capita spesso che vengono divise e trasferite altrove. So di casi che hanno provocato delle vere tragedie e di religiose che per protesta hanno abbandonato l’abito. Sono problemi che non hanno mai interessato il nostro ordine e la nostra comunità dove, bene o male ognuna fa come crede… Certo di tolleranza ce n’època in qualsiasi convento…”.
Suor L.: “Personalmente credo che chi non ha amato non sa vivere. L’amore umano può senz ‘altro aiutare a scoprire l’amore per Dio. Ma amore umano non significa necessariamente ‘amicizia particolare’. Quindi, sotto questo aspetto posso liberamente dire di amare molte mie sorelle e non nego che ci possa essere chi preferisce amare in modo diverso: è un problema tra questa persona e Dio “.
Avete mai avuto ripensamenti, avete mai desiderato di essere madri?
Suor L.: “Di ripensamenti io ne ho avuti tanti e sono appena cinque anni che sono suora. Penso che sia giusto averne e chi lo nega nasconde un ‘inevitabile realtà. Ogni volta che ho avuto un dubbio, però, ho sempre pensato che preferivo la vita che avevo scelto. Anche per la maternità: tra due desideri, quello di avere un figlio e quello di amare Dio, ho sempre preferito il secondo senza disconoscere o disprezzare la validità del primo.
Suor T.: “Io per un periodo ho desiderato molto avere un figlio mio, poi ho pensato che invece era una scelta egoista, con tanti bambini al mondo che sono abbandonati e hanno bisogno di noi. Che differenza fa… Capisco però che può essere un discorso difficile e ambiguo…’.
Suor Francesca: “Penso comunque che avere un figlio è una cosa bellissima, a me sarebbe piaciuto molto, solo che non è possibile, quindi è chiaro che ho fatto una rinuncia alla quale però volendo posso sempre sottrarmi”. Che ne pensate del femminismo?
Suor Francesca: “È servito anche a noi, anche se non ne condividevamo molti aspetti. Un adeguamento ai tempi c’è stato anche da parte nostra… in fondo anche la struttura della Chiesa è sempre stata guidata più dagli uomini che dalle donne. Stiamo leggermente cambiando, tu che ne pensi?”.

 


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