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lavoro

professione senza sesso

il nostro bisogno di qualificarci nel campo del lavoro spesso è in contraddizione con il bisogno di rapporti umani

gennaio 1982

Senza intraprendere una valutazione politica del periodo che il movimento delle donne sta attraversando, vorrei porre l’accento sulla costante richiesta di “professionalità” che viene avanzata da donne o da gruppi più o meno organizzati che si sono formati con la spinta del femminismo.
Probabilmente il periodo di transizione che molti di questi gruppi stanno attraversando, l’impatto con il mercato e le sue rigide regole economiche rivelano fragilità e carenze all’interno di piccole realtà organizzative composte da donne che non lottano più soltanto per il successo politico, ma per la possibilità di creare unità lavorative diverse, senza una rigida definizione di ruoli e di livelli. Chiaramente un simile obiettivo incontra molte difficoltà perché inserisce una possibile modificazione nei rapporti di produzione e quindi nei rapporti di potere vigenti nel mondo del lavoro e perché costringerebbe i molti “padrini” del femminismo a riconoscere una effettiva autonomia delle donne anche su un terreno più concreto: quello dell’economia. E così si fa molto rumore sulle scarse iniziative imprenditoriali delle donne, che, iniziando con una fragile capitalizzazione iniziale, sono facilmente recuperabili con la formula magica della ‘ ‘mancanza” di professionalità. Iniziare a percorrere il labirinto dell’economia senza aver prima analizzato attentamente i pericoli che si celano nella trasformazione di rapporti effettivi in rapporti di lavoro, legati ad un mercato i cui valori si rivelano tuttora scarsamente modificati dai nostri bisogni espressivi e vitali, è indubbiamente un errore da non commettere. Ma occorre un po’ di cautela per non cadere in una generica richiesta di professionalità, per non far rientrare dalla porta valori che, qualche anno fa, avevamo gettato dalla finestra. Questa osservazione non vuole essere il malinconico avviso di un femminismo radicale un po’ demodé, ma una considerazione, suscettibile di approfondimenti di vario tipo, che possa stimolare interi settori organizzati del movimento delle donne a riprendere e approfondire l’analisi sul mercato economico e sul ruolo della donna all’interno di esso. Riprendersi la professionalità, significa anche riformularla in termini nuovi che tengano conto della “diversità specifica” e dei nuovi modelli di vita assunti dalle donne.
professionalità o mascolinità ?
Qualche mese fa è apparso un servizio su un settimanale dedicato alle donne e la carriera, si citavano esempi singoli di riuscita professionale a testimonianza di una modificazione profonda introdotta nella società dal decennio femminista. Brillanti carriere favorite dalla felice coniugazione del merito personale e del clima politico favorevole, con pochi accenni a una realtà più generale ancora di forte disoccupazione e sottoccupazione di forza lavoro femminile.
Non è certo il caso di negare l’indubbia positività che il movimento delle donne ha apportato alla condizione della donna sul mercato del lavoro, né di tornare sul falso problema della emancipazione contrapposta alla liberazione, ma è forse il momento di valutare ciò che ancora rimane ad ostacolare l’effettiva parità della donna nel mercato del lavoro, che non è solo un problema numerico, ma la possibilità di un riconoscimento professionale meno sofferto e meno ancorato alla richiesta di “omologazione” che viene avanzata da coloro che gestiscono l’offerta di lavoro.
Una recente inchiesta condotta dall’Università Bocconi di Milano e patrocinata dal settimanale Grazia, ha dimostrato che le donne con lavoro dipendente costano di più perché producono di meno. I giornali che riportavano la notizia non facevano alcun accenno all’analisi dei criteri valutativi utilizzati per la ricerca e, con apparente asetticità, sferravano un pesante attacco alle donne proprio in un momento di indubitabile crisi di occupazione.
Un attacco che vale sia per sempre più numerosi esempi di imprenditorialità autonoma che per il lavoro dipendente, per chi saprà utilizzare il contratto part-time come per chi lo subirà restando lavoratrice e casalinga. Una donna che lavora è soprattutto una donna e quelle sue caratteristiche sessuo-affettive che spesso costituiscono il patrimonio di un’azienda perdono importanza nel momento in cui si tratta di accedere ai livelli più qualificati, ai momenti decisionali. Occorre ancora dimostrare di essere all’altezza della situazione, di fare eco al Nomos vigente nel mondo del denaro.
Spesso si tende ad avvicinare la richiesta di professionanlità che viene dalle donne a quella simile per molti versi che viene da parte dei giovani e dai movimenti della sinistra. Ma è una mistificazione già più volte svelata perfino nell’ambito più vasto dell’accesso al mercato del lavoro.
Il problema, infatti, è legato ad un intreccio culturale ben più complicato che investe la soggettività della donna o delle donne che lavorano non solo per sopravvivere ma anche per esprimersi in un ambito che non sia solo quello angusto della famiglia nucleare. Da questo intreccio tra identità, soggettività e ruolo sociale nascono le ansie di inadeguatezza, la paura di una diversità troppo evidente e censurabile che spesso spingono ad essere più realista del re e che, come sembra in questo momento, sembrano puntare tutto su di una incondizionata richiesta di professionalità. La professionalità, in termini tecnici da formazione manageriale può essere sintetizzata nella capacità di adempiere a determinate funzioni all’interno di una organizzazione di lavoro data. È dunque il frutto di due variabili: le funzioni e l’organizzazione del lavoro, cioè il fare e il suo principio organizzatore: il sapere. È evidente che in un’epoca come la nostra di veloce mutamento dell’applicazione del sapere alla organizzazione del lavoro, di introduzione di tecniche rivoluzionarie quali quelle legate all’elettronica, i ritmi di mutamento delle funzioni da adempiere sono sempre più veloci e quindi vi è una richiesta generale di acquisizione di professionalità nuova specialmente in un paese come il nostro sempre in bilico tra avanzamento e sottosviluppo che non ha mai vissuto una vera e propria rivoluzione borghese ed ha una classe dirigente abituata più al clientelismo che alla cultura aziendale. In questo clima il rapporto tra donne e mondo del lavoro è certamente cresciuto in progressione geometrica negli ultimi anni sia per la spinta ideologica che per le esigenze di allargare l’area dei consumi, ma è cresciuto in maniera tale da non intaccare fino in fondo la divisione dei ruoli magari costringendo a riproporre in ambito lavorativo quell’ambiguo materno che è la base dell’economia familiare. Economia sessuale e affettiva non quantificabile in termini monetari e che, in fasi di congiunture sfavorevoli, rischia di accentuare il suo ruolo subordinato e di riportare le donne di nuovo in una area marginale complessiva rendendo i percorsi individuali sempre più aspri e difficili e solitari.
In questo senso mi sembra allarmante il silenzio che le organizzazioni delle lavoratrici hanno assunto da qualche tempo, il disinteresse generale per la problematica non puramente rivendicativa ma qualitativa nei confronti del mondo del lavoro. Avere una legge che tuteli la parità non basta perché lo spostamento effettivo è ancora minimo, migliorarla forse è necessario, ma ancor più necessario probabilmente è continuare ad approfondire l’incidenza qualitativa delle donne sul lavoro rivendicando prima che “professionalità” un diritto alla informazione che vada nei due sensi e che ponga in luce oltre alle discriminazioni subite anche le reali diversità positive che le donne assumono nel mondo del lavoro.
Mi ricordo di un’assemblea di qualche anno fa in cui una donna, nel pianto generale di schizofrenia tra vita privata e vita produttiva, rivendicava il suo rapporto affettivo con i cervelli elettronici con cui lavorava. A quell’epoca forse non sapemmo interpretare, ma adesso che la sostanziale contiguità tra emancipazione e liberazione è più evidente perché è più chiaro come in ogni forma di “fare” ci sia un problema espressivo, non è impossibile capire come lo stesso attraversamento che viene fatto nei confronti della cultura da parte di alcuni gruppi di donne, possa essere tentato nel mondo del lavoro e nei rapporti professionali, per superare collettivamente una specifica difficoltà che nasce dalla sensazione di espropriazione che il modo con cui è organizzato il lavoro produce su molte di noi.
La “professionalità” non è altro chela cultura del fare e in questo senso appare meno segnata direttamente dalla misoginia e dalla ginofobia che ormai in molte siamo capaci di smascherare sia a livello politico che culturale.
Quando si ha bisogno di risolvere situazioni immediate ci si rivolge a chi viene considerato il detentore o la detentrice di un sapere tecnico senza analizzare tutto quello che passa insieme alla apparente neutralità dell’efficienza. Quando si cerca lavoro ci si assoggetta a conformarsi alle regole magari decise altrove. Quando si vuole “fare carriera” (cosa a mio parere profondamente lecita, anzi necessaria pelle donne) si cercano maestri riconosciuti senza sceglierli secondo principi nuovi ma secondo la scala di valori posta dallo statu quo. Questa è in generale la tendenza che si vuole attribuire alle donne in questo momento, insieme a quella, opposta, di puntare tutto sull’alternatività un po’ ideologica e infantile del fare tra donne pensando di aver risolto il problema del mercato. Qualche anno fa facevo parte di un gruppo che dette vita ad un convegno sul tema di Sessualità e Denaro il cui obiettivo, a posteriori forse più chiaro, era proprio quello di superare i ritmi imposti di netta separazione tra una sfera e l’altra. Allora non ci fu un grande seguito, ma i mutamenti di questi ultimi tre anni, le strade scelte dalle donne che continuano ad aver voglia di stare insieme, dimostrano come il separatismo più che un’ atto di accusa o l’irrealizzabile sogno di un’isola deserta è la volontà di un reale mutamento ad ogni livello e in ogni settore della vita. E la professionalità non può non esserne investita, non può rimanere un problema tecnico e settoriale.


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