testimonianze sullo stupro

febbraio 1976

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Care compagne,

la mia prognosi è «Tre giorni senza conseguenze». Le, conseguenze della violenza subita, però, me le sto. portando dietro, a distanza di più di tre mesi da quel giorno, E non si tratta solo del ricordo di quella notte in cui sono stata violentata da tre persone che dopo mi’ hanno addirittura che sto se ero incazzata nei loro riguardi e se volevo andare con loro al mare il giorno dopo. L’esperienza più allucinante ho cominciato a viverla quando mi hanno scaricata, alle due di notte, in una strada isolata, molto. distante da qualsiasi centro abitato. Nel mio disperato tentativo di difendermi, ero stata ferita e non avevo la forza né il coraggio di fare a piedi da sola i dieci chilometri che mi separavano dal comune in cui vivevo. Quando però ho fermato un’altra macchina, i quattro uomini che l’occupavano hanno cominciato a pretendere di sapere quello che mi era successo nei minimi particolari, fregandosene delle mie reazioni. Il mio pianto per loro era la dimostrazione più evidente del fatto che ero solo un’isterica drogata (come hanno detto tra loro). Dover raccontare quello che mi era successo poco prima è stato il prezzo pagato per essere accompagnata dai carabinieri.

A noi donne, insegnano fin dall’infanzia ad accettare il meraviglioso destino di oggetti, sempre pronti ad accettare quello che l’uomo decide per loro. Chi si ribella a questo stato di cose, chi pretende di affermare una sua autonoma dignità (rifiutando la protezione maschile) si pone automaticamente fuorilegge, esponendosi alla punizione della società. Io, il peso del reato di essere donna, l’ho potuto avvertire interamente dal momento in cui ho messo piede nella caserma. Il carabiniere, senza neanche parlarmi, spiega a quegli uomini che, se volevano, potevano portarmi all’ospedale: lui era molto occupato (stava dormendo). Le infermiere che, frugandomi in borsa, sogghignano vedendo la pillola. La brutale visita ginecologica, fatta sempre davanti agli accompagnatori; o l’ironico «Queste le buttiamo?» riferito alle mie mutande tutte strappate. Il dover raccontare tutto daccapo, ogni volta, al dottore, alle infermiere, ai carabinieri di nuovo (per giorni), a chiunque mi interrogava, senza nessun rispetto per il mio -stato d’animo. Scontrandomi ogni volta contro un muro di ostilità e di indifferenza (qui ne vengono tre o quattro al giorno nel tuo stato, non sei mica l’unica; ma perché hai reagito, lo vedi che hai rimediato solo le botte? ma come, vivi da sola? perchè? non pensi ai tuoi genitori? che ne dice il tuo ragazzo? Sì, va bene, saranno stati pure dei’ delinquenti, non dico di no, ma ora tutto e passato (!), mettici una pietra sopra, non vorrai mica denunciarli^ pensa alla pubblicità negativa; ma tu perché giravi da sola a quell’ora? Perché hai chiesto il passaggio?).

Sono tutte sequenze di un incubo che non -si è esaurito in quei giorni. Il ricordo è impossibile cancellarlo per me; come pure penso per quelle «tre o quattro» al giorno, che magari sono state convinte a non raccontare a nessuno questa loro «segreta vergogna» che però le perseguiterà sempre. Dovere di nuovo rivivere, con questo racconto, questa esperienza è per me una cosa molto penosa: ma ritengo che sia un dovere anche nei confronti di tutte le altre donne che hanno passato un’esperienza analoga alla mia. Perché abbiano finalmente il coraggio di parlare, perché non abbiano più paura della «pubblicità negativa» nei loro riguardi.

Dobbiamo deciderci a diventare noi le accusatrici di questo tipo di società.

Emanuela Turchetto

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Sono Alice quella diciottenne che vi aveva scritto qualche tempo fa, «Vado incontro alla mia liberazione — mi ribellerò». E dopo la mia presa di coscienza, ecco la mia esperienza più agghiacciante sulla repressione della donna, sono stata violentata. Ora sto male, sia moralmente che fisicamente, e ho tanto bisogno di gente che mi aiuti a superare questa crisi, che potrebbe portarmi alla pazzia. E’ successo due giorni fa, «un amico» che conoscevo da tempo, insieme ad un altro mi hanno detto se mi andava di girare con loro. Non avevo niente da fare e ho accettato. Abbiamo girato fino a tardi, poi «il caso» ci ha portato vicino all’abitazione di un loro, amico, «Vieni, te lo presenteremo» mi è stato detto. Sono andata molte volte in casa di amici, per stare un po’ a- parlare insieme, a leggere o a bere un po’ di thè, per questo non mi preoccupava proprio per niente la faccenda, per-.chén non mi era mai capitato nulla del genere. Era una casa abbandonata, poco distante dalla via e lì non c’era nessun amico. Strette scale portavano al piano. superiore dove c’erano due reti e finestre scassate. Quello che avevo conosciuto il giorno stesso è stato il primo che ha tentato di baciarmi, dopo avergli detto di fare un po’ meno lo stupido, si è incazzato e mi ha buttato a terra con forza. Lì è iniziato -il peggio, mi hanno picchiato con sberle e pugni, ho gridato e loro hanno preso una lametta, volevano tagliarmi, «lasciarmi il marchio», uno mi teneva il ginocchio sullo stomaco e con le mani mi colpiva il viso, l’altro era seduto sulle mie gambe e teneva in mano la lametta. Io, con l’unica mano libera sono riuscita a prendere la lametta e l’ho stretta con forza, ora che è passato non riesco a spiegarmi il perché. Mi hanno solo detto: «Se ti lasci chiavare senza gridare ti lasciamo, se no ti ammazziamo». Ho sentito le mani di uno di loro che mi stringevano il collo con forza, e ho capito che non scherzavano. Mi hanno tirato per i capelli, per le mani e i piedi, mentre continuavo a gridare. Mi hanno trascinato di sopra, hanno fatto i loro comodi e mi hanno lasciato andare. Cosa dovrei fare adesso? denunciarli? Ma è gente che gira con la pistola in tasca, potrebbero ammazzarmi. Lo dico -ai miei genitori? Ma farebbero un casino. Quando mi hanno lasciata mi hanno detto: «Attenta a non farti scappare una parola, perché possiamo farti la pelle, abbiamo tanti amici noi». Allora cosa mi resta da fare, lasciarli liberi, magari di fregare qualcun’altra. E io resto qui, con il collo che non riesco a muovere per il dolore, con lo stomaco che mi fa male, con le mani tagliate. Eppure non c’è proprio niente di attraente nel mio corpo, niente di provocante come si potrebbe immaginare, sono magrissima e non sono neppure” bella, sembro una bambina, questo sì. E forse è proprio questo che cercavano, una bambina spaurita. Ma ho lottato fino all’ultimo, anche se sapevo che non sarebbe servito. Non ho pianto davanti a loro, dopo sì. Ho pianto di rabbia. Ora ho tutte le mie paure, i miei casini. Vorrei farmi visitare da un’ostetrica che non denunci il fatto, perché ho paura che mi ammazzino come mi hanno promesso. Ho paura perché mi prendono delle crisi di pianto e tremo, ho paura di rivedermeli davanti e di dover subire di nuovo. Ho paura della polizia e degli sguardi indagatori di mia madre. Ho paura di malattie veneree che mi potrebbero venire. E intanto l’unica giustificazione al mio pianto può essere che ho bisticciato con il mio ragazzo, al quale non potrò mai dire la verità, sempre per paura. Ho chiesto a loro che si definiscono ragazzi «Free» il perché, la risposta è stata che è normale. Già, è normale picchiare la donna, è normale violentarla, è normale che lei subisca passiva. Eppure ne ho conosciuto di Freak e ho passato giornate intere con loro, ma nessuno ha mai usato violenza, nessuno mi ha mai parlato con voce alta, tutt’al più tentavano l’approccio: «Potremmo stare insieme» e se dicevo no era «no». E allora chi è questa gente che porta capelli lunghi, segni di pace sui blue-jeans e che si sono permessi di usarmi, di picchiarmi, e anche peggio? Sono i falsi, sono fascisti. E gliel’ho gridato con tutta la voce che avevo, ma loro mi hanno colpito forte, dicendomi di non ripeterlo. Sono fascisti o forse solo uomini crudeli, che devono mostrare la loro virilità, anche a costo di picchiare, violentare, che ammazzano per mostrarsi sempre più forti. E intanto io ha subito e non mi sento di far niente, perché ho paura della morte, paura di altra violenza, ne sono nauseata. Ma non mi va bene neanche così, perché più mi vedo questi segni addosso, più mi sento una stupida, un’oppressa. E allora che altro sfogo potrei trovare se non di mettermi a piangere? Quante persone si tengono tutto dentro, pur sapendo che non è giusto? Persone che non descono neppure a parlarne con l’amica, o magari scrivere una lettera anonima a un giornale, e per loro forse è molto più dura. Sì, perché se si denuncia il fatto si passa solo per provocatrici, peccatrici: «L’uomo è cacciatore», e il suo animale se lo spreme come meglio crede. E se l’animale si ribella, naturalmente bisogna dominarlo, con la forza se non c’è altro mezzo. Ma è ora che si capisca che non siamo animali, è ora di essere libere. Di poter scegliere, non di farci scegliere. Di vivere la nostra vita sessuale come vogliamo noi, non come ce la fanno vivere loro. So di non essere la più adatta a fare certi discorsi, io che mi nascondo dietro l’anonimato, ma che non riesco a togliermi questa fifa addosso. Perché ha ancora paura delle loro facce, dei pugni, delle botte. Sono già stata battuta subito, anche se fra un po’ mi rialzerò in piedi per combattere di nuovo, perché questa violenza che ho subito mi ha fatto capire che c’è bisogno di gente forte. Di donne coraggiose. Io non lo sono di certo. Ma cosa ci si può aspettare da una che per 18 anni gli hanno insegnato solo a tacere e a subire?

Alice