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ARGENTINA ’78

apriamo il dialogo con le donne esuli

giugno 1978

vogliamo offrire dalle pagine di Effe la nostra solidarietà di femministe e di compagne alle donne argentine in lotta e comunque a tutta la resistenza argentina e latino-americana.
In occasione dei mondiali di calcio, orgia di massa maschile che coinvolge i nostri compagni, mariti, vicini di casa ecc., vogliamo ricordare che ancora una volta i mass media forniranno adeguatamente confezionata la consueta immagine di tanti «eroi» del pallone così rassicuranti e anestetizzanti nel loro rito della normalità, ottenendo così l’oblio dello squallore quotidiano e gli orrori della giunta militare di Videla.
Questo spettacolo di massa è per noi l’antitesi dello sport inteso come partecipazione e recupero del corpo, dal quale comunque è ancora una volta esclusa la donna, tolto il suo ruolo di baby sitter fuori dagli stadi in attesa che «lui» esca.

Anche se indirettamente subiremo l’aggressione dei televisori a tutto volume anche nel cuore della notte con frasi concitate e preorgasmiche degli speakers di questo tenore: «bello in tutta la sua lunghezza violò la rete…» ci sentiamo completamente estranee a questo sport, anche se giudicato populisticamente di «massa», perché alla massa femminile non è concesso neanche questo sfogo alienato della sua repressione (che per fortuna sta trovando altri e più politici canali per esprimersi), e perché comunque questa enorme industria è l’espressione di un sistema patriarcale e capitalista che ci opprime. In Argentina sono migliaia i prigionieri politici in carcere e nei campi di concentramento, nel carcere femminile di Villa Devoto sono racchiuse più di 1.500 detenute politiche dai 17 ai 60 anni, molte con i loro figli. Il massacro dei prigionieri, di cittadini sequestrati nelle loro case, per strada e sul posto di lavoro è uno degli aspetti della feroce repressione della giunta militare verso il popolo argentino, oltre al tracollo economico di una nazione ricchissima di risorse. La denuncia della resistenza argentina parla di più di 20.000 scomparsi, 10.000 persone in carcere e più di 8.000 morti oltre all’atroce e sistematica pratica della tortura. Abbiamo fatto un’intervista ad alcune esuli politiche argentine in Italia esponenti del Movimento Peronista Monto-nero che rappresenta la maggioranza della resistenza politica e militare argentina.

intervista ad alcune donne del movimento peronista montonero
Quelle di voi che sono da pia tempo in Italia, come hanno vissuto il movimento femminista e che contatti hanno?
Sin dal momento in cui siamo arrivate in Italia oi siamo impegnate politicamente facendo conoscere la realtà politica dell’Argentina e la brutale repressione che sta soffrendo in nostro Paese. Per quanto riguarda i rapporti con i movimenti femministi, abbiamo avuto e abbiamo tuttora contatti dato che la donna argentina ha sofferto in prima persona (causa la lunga tradizione di lotta politica) l’ondata repressiva scatenatasi in Argentina dal 24 marzo 1976. Vogliamo quindi essere le portavoci di quella lotta e farla conoscere alla donna italiana, e per questo, abbiamo stabilito contatti con i movimenti e organizza zioni femministe che sono oggi uno dei nostri interlocutori.
Perché secondo voi in America Latina non si è sviluppato il movimento femminista?
I movimenti femministi non si sono sviluppati in America Latina per una caratteristica comune: sono Paesi capitalisti dipendenti. A tutto ciò dobbiamo aggiungere che sono stati sottomessi a dittature militari e di conseguenza la lotta della donna, come quella dell’insieme del popolo, si focalizza fondamentalmente nella liberazione nazionale e sociale di ognuno di questi popoli. La partecipazione della donna si realizza nella stessa condizione di quella dell’uomo, a favore di un obiettivo comune. Per questo la liberazione della donna, come lotta singola, è impossibile se non inclusa nell’ambito di un cambiamento di strutture sociali e pensiamo che la unica possibilità sia il socialismo: dove vi è giustizia sociale, indipendenza economica e sovranità politica.
La donna della borghesia in America Latina ha avuto in vari Paesi (Cile, Argentina, ecc.), un ruolo attivo nell’uso reazionario della lotta delle donne. Secondo voi fino a che punto c’è contraddizione tra lotta femminista e lotta di classe?
Effettivamente sono esistite ed esistono tuttora organizzazioni femminili come la Lega delle Madri ecc.; che mettono in evidenza e rivendicano il ruolo tradizionale dalla donna {casalinga e madre), Questi organismi sono stati controllati e lo sono tuttora dall’alta borghesia e generalmente raggruppano donne dello stesso strato sociale. Questi movimenti quindi, hanno un ruolo reazionario e senza dubbio sono nostri nemici. Nel nostro Paese, che possiede una lunga esperienza di lotta, la donna si è organizzata in ogni fabbrica, in ogni quartiere, ed è attraverso queste forme organizzative che le donne del popolo lottano per le rivendicazioni concrete, come per esempio il problema dell’insegnamento nelle scuole superiori, l’aumento dei prezzi dei prodotti di consumo familiare ecc. unendo questo alla lotta che è in corso nel nostro Paese.
Il Movimento Peronista Montonero aveva ed ha moltissime donne militanti anche in ruoli dirigenti. Una pubblicazione clandestina del vostro Movimento s’intitolava «Evita Montenera» non trovate contradditorio l’uso del mito della defunta moglie di Peron, che nel suo testamento politico «La razón de mi vida» ripropone in fondo un ruolo subalterno e tradizionale della donna?
Il 17 ottobre 1945 si realizzò la più grande mobilitazione di masse che il popolo argentino abbia conosciuto, le masse sgorgavano da tutti i nuclei industriali del Paese. La base di sostentamento di questa mobilitazione è stata la nuova classe operaia argentina «los cabecitas negros», «los descamisados» la guerriglia che era stata debellata dalla oligarchia e che rinasceva e tornava alle sue lotte.
Quei giorni gli argentini conobbero una donna che sarebbe diventata asta e bandiera della lotta per la liberazione nazionale e sociale: Maria Eva Duarte de Peron. Quando stimolò la formazione di milizie popolari in seno alla Confederazione Generale del Lavoro, segnalò con molta chiarezza la necessità di preparare il popolo a difendere le loro condiste anche con le armi. Evita diresse tutto il suo sforzo a concretizzare il concetto che rese fondamentale il processo peronista: «Il Peronismo sarà rivoluzionario o non sarà niente», Evita seppe riconoscere il sottosfruttamento delle donne nella società e lottò per le loro rivendicazioni specifiche nel processo della liberazione nasale e sociale.
La partecipazione della donna a questo processo si è riflessa diverse volte lungo la storia argentina. Solo nel 1949 però la Costituzione Nazionale concesse diritti speciali alle donne, bambini, gioventù.
La partecipazione della donna al Movimento Peronista fece sì che essa venisse proiettata verso le responsabilità della gestione dello Stato raggiungendo durante le elezioni, cariche legislative ed esecutive. Allo stesso tempo in una organizzazione di netta gestione femminile, come fu la Fondazione Evita, fece arrivare la solidarietà della comunità argentina a tutti gli emarginati, avendo come base il concetto secondo il quale la solidarietà non è beneficenza bensì giustizia.
Questi concetti sono rimasti invariati attraverso tutti gli anni di lotta che il popolo argentino ha vissuto dal ’55 ad
Oggi’
Il «peronismo montonero» ha antecedenti fin dal 17 ottobre 1945 nell’ambito del Movimento Peronista. In quel periodo incomincia a svilupparsi una corrente tradizionalista che tendeva a burocratizzare il peronismo contrapponendosi quindi ai contenuti proletari del movimento ed alla corrente rivoluzionaria che Evita iniziò e che continuò fino alla sua morte. Questa seconda corrente s’impose all’interno del peronismo, attraverso uno sviluppo dialettico date le composizioni sociali del peronismo e il suo programma di lotte all’imperialismo e alla oligarchia. Nel 1969 scoppiano in Argentina una serie di insurrezioni popolari che trasformano il panorama politico in una situazione di potere prerivoluzionario. Incominciava così un nuovo periodo nell’ambito della lunga resistenza. Durante tutto questo periodo la donna ha occupato le cariche più diverse. Hilda Guerrero vittima delle mobilitazioni popolari, Liliana Raquel Gelin, la prima donna morta in una lotta guerrigliera, costituiscono gli esempi della continuità della lotta che le donne (montoneras) avevano iniziato un secolo prima. Tanto nelle mobilitazioni di massa che nelle azioni più specializzate di lotta armata, la donna argentina si confuse con l’uomo, superando limitazioni culturali ed a volte fisiche, imparò a valersi per sé stessa, a sentirsi uguale al suo compagno e a lottare anche un passo avanti a lui. Non disertò nessun compito, termine o sforzo e tutti i fronti di lotta ebbero esempio della sua decisione e audacia.
Ed è stato tra le famiglie dei lavoratori che ha dato il suo più alto contributo facendo fronte ad un insegnamento gestito dall’oscurantismo reazionario con la lotta della resistenza all’ingiustizia ed allo sfruttamento.
Come affrontate il rapporto con i compagni; insomma come vivete «il privato» nella vostra vita di militanti? Affrontare questo problema non è certamente facile, dato che vi sono certi compiti che sono stati sempre una esclusiva della donna, come per esempio la cura della casa e dei bambini. Ma insieme ai nostri compagni siamo arrivate a socializzare il lavoro della casa e a far sparire il lavoro «tipicamente femminile»; per esempio tra i nostri compagni è molto comune che la donna realizzi compiti propri della militanza come distribuire volantini o qualunque altra attività politica e il compagno rimanga in casa curando i bambini e preparando da mangiare o realizzando altre attività relative alla casa. Che cosa volete dire in particolare alle compagne italiane?
Prima di chiedere qualcosa alle compagne italiane, vogliamo ringraziarle per tutto ciò che hanno fatto fino a questo momento.
In questo momento in cui si sta svolgendo il campionato mondiale di calcio, l’Argentina si trova ad essere il centro dell’attenzione dei più svariati settori internazionali. Approfittiamo di questa occasione per chiedere alle donne che siano solidali con la lotta del popolo argentino diffondendo in ogni luogo di lavoro, quartiere, ecc. la situazione che sta attraversando il nostro Paese, che l’Argentina non è solo il Paese del campionato mondiale, bensì un Paese dove la lotta si paga con prezzi molto alti incluso la morte; che non sia possibile alla Giunta Militare di continuare a nascondere la realtà del nostro Paese che resiste eroicamente al regime più sanguinoso e repressivo della sua storia; che facciano arrivare questa solidarietà alle madri di tutti i morti, scomparsi e arrestati che ogni giovedì si mobilitano per le strade di Buenos Aires dando impulso insieme, italiane ed argentine, ai seguenti punti:
integrità fisica e psichica di tutti i prigionieri politici;
applicazione del diritto di opzione all’espatrio;
elenco completo dei nomi dei cittadini sequestrati;
ammissione dell’esistenza dei campi di concentramento;
consegna dei cadaveri alle famiglie. Chiediamo alle organizzazioni femministe che facciano pressione presso le autorità italiane perché chiedano che questi punti vengano applicati. Chiediamo alle lettrici di mandare telegrammi a Forlani, Videla e all’ambasciatore argentino in Italia.


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