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MATERNITÀ

tra natura e cultura

…«la scelta è avvenuta in un momento particolare. Vivevo una grossa delusione rispetto al lavoro e alle cose che facevo, questo ha inciso sulla decisione di tenerlo, bilanciato il desiderio e la paura di chiudersi in casa…».

giugno 1978

riportiamo parte del materiale raccolto in momenti di confronto fra compagne che per varie ragioni, per esperienze fatte o negate, si ritrovano a parlare della maternità. Potrà sembrare strano il metodo che abbiamo seguito per stendere l’articolo, non abbiamo riportato i vari interventi separati fra di loro con i nomi delle compagne perché ognuna di noi in un certo senso si è riconosciuta nelle altre, cioè ha riconosciuto come reali, come proprie le contraddizioni, le fantasie i sogni che man mano emergevano.
L’unico criterio che abbiamo seguito, per maggior chiarezza, è stato quello di ricavare da alcune registrazioni dei nostri incontri dei momenti che ci sembravano nodali rispetto al nostro vissuto della maternità. Per questo molti discorsi possono apparire come troppo sintetizzati, altri solo abbozzati, nonostante siano il frutto di molti mesi, nonostante nel frattempo abbiamo vissuto gravidanze, parti, aborti. Da una parte vi è carenza di sintesi in quanto ci mancavano parecchie registrazioni, dall’altra intendiamo con questo proporre l’inizio di ulteriori analisi, quello che è, ed è stato il vissuto di tutte noi.
Questo articolo, relativo alla scelta o meno della maternità, vorrebbe essere seguita dalla nostra esperienza della paternità, cioè di come la viviamo noi come donne, che ci sembra estremamente interessante.
«come ho deciso di farlo così potevo decidere di non farlo» perchè ho deciso di fare un figlio?
Mi sono posta un casino di volte questa domanda ma, tutto sommato, una risposta non me la so dare. A volte per questo mi sento un po’ deficiente. È una cosa molto complessa. Ci sono tutta una serie di esperienze che hai voglia di viverti. Prima di averlo te lo sogni ma poi, in realtà, è molto diverso, non riesci ad immaginartelo bene. «Sogno di essere a letto con un bambino di forse un anno tutto nudo. Lui si siede sulla mia pancia, in fondo, e io godo».
Se devo dire di averlo deciso, questo no, mi ci hanno portato tutta una serie di piccole cose. Volevo sperimentare la mia possibilità di rimanere incinta, la sicurezza di non essere sterile; sembra una sciocchezza, ma questa cosa ce l’hanno un po’ tutte. Dopo sette anni che una usa la pillola, prova il diaframma, sperimenta la spirale, ha bisogno una sciocchezza ma questa cosa ce l’hanno un po’ tutte. Dopo sette anni che una usa la pillola, prova il diaframma, sperimenta la spirale, ha bisogno di sa-di sapere… e poi c’è una grossa stanchezza. Sentivo avvicinarsi i trenta anni come una scadenza definitiva dentro la quale dovevo decidere se vivere questa esperienza o rinunciarvi per sempre.
Per me è stata una esperienza nuova, giunta inaspettata. Per me una donna incinta era una donna con una gran pancia e basta.
«Sogno di avere una grossa pancia, come di vetro, vedo dentro un bambino. Sono in piedi, all’improvviso il feto scende ed ho una sensazione di piacere. Ai miei piedi mi trovo la gatta che ho appena partorito».
Le fantasie sul mio corpo cambiato, la fantasia sul bambino in realtà erano altro. Io non ho scelto la gravidanza, né un bambino in sé ma ho scelto la maternità nel suo complesso. Mi sono trovata così a vivere la gravidanza e poi il bambino come cose completamente nuove e inaspettate. La scelta del figlio è stato un momento di totale irrazionalità; nel senso che fino a quel momento non l’avrei mai scelto. Poi una serie di coincidenze. Dipende dalla tua storia, da come vivi le cose in quel momento. La pillola mi dava fastidio, me la dimenticavo, dicevo che mi faceva male: perché non provare a non prenderla? E iniziata una specie di gioco rischio con me stessa. Ad un certo punto ho smesso di prendere anticoncezionali, è stata una cosa totalmente irrazionale; una sera mentre scopavo… un mese dopo ero incinta. Due o tre anni fa avrei perso molto a rischiare, secondo me allora una gravidanza era un aborto sicuro per tutta una situazione in cui la maternità non ci stava, non quadrava perché lavoravo, studiavo ecc.
Per anni non ho voluto figli non perché me io impediva il lavoro o lo studio o altro ma perché si era innescato un meccanismo di emancipazione che per me era una droga. Questo voleva dire essere diversa da mia madre e da mia nonna, il rifiuto del mio ruolo tradizionale di madre moglie e casalinga. Era un po’ mettersi in gara con l’uomo e dimostrare che ero brava quanto lui o magari più di lui. Era iniziata una prova-forza con me stessa, per le donne in genere. La vita aveva un significato anche per me ora, non più così banale e comune, Avevo riunioni dalla mattina alla sera. Facevo l’insegnante in modo «alternativo» e ci credevo. Poi pian piano questi valori sono entrati in crisi un po’ per tutte ed è cominciato il recupero del «personale». Ho incominciato a fare delle cose per me stessa, ad ascoltare i bisogni del mio corpo, a vivere la mia pigrizia, la mia creatività. La mia creatività voleva dire anche fare una vita. Nelle mie fantasie la maternità voleva dire sentire la pancia crescere, il seno gonfiarsi, sentire qualcosa muoversi dentro, significava partorire. La sentivo come una grossa e nuova esperienza sessuale. Oggi aspetto di nuovo con ansia le mestruazioni, i movimenti del mio utero per risentire viva la mia pancia.
«Sogno di essere in ospedale, sto partorendo e sono sola. Viene un’infermiera solo quando il bambino è nato, mi toglie la placenta ohe non è uscita e mi taglia il cordone, Esce molto sangue, Poi si ferma. Ho un’intensa sensazione di piacere».
Sentivo la voglia di provare: sono capace o non sono capace di farlo? Non e nemmeno che ci pensassi: erano dei flash. Il fatto di domandarmi: riesco io a fare una cosa, a produrre interamente una cosa? Forse come discorso è un po’ squallido.
Io sento molto questa cosa come indotta dalla mia famiglia. Il concetto della donna come produttrice di figli, come unica produzione sua. «Sogno di essere ammalata. Mia nonna ne approfitta per darmi delle pastiglie che fanno restare incinta. Mi accorgo della manovra dopo due pastiglie, per fare la cura completa ne occorrono sei. Mi ribello a questa cosa ma temo che quelle prese facciano comunque effetto e decido che in ogni caso abortirò». Un anno fa quando ho abortito, avevo un casino di confusione (insicurezza). Adesso il modo che ho di affrontare le cose ‘è diverso, affronto me stessa con calma. Oggi metto all’interno delle mie scelte, dei miei cambiamenti, del con chi vivo, di come amo anche questa possibilità di creare, di fare per la mia vita anche un bambino. Forse è banale e misero, ma secondo me è anche un livello di un buon rapporto con se stessi. C’è in realtà un processo che vivi tu come persona, di maturità, di piena coscienza di te dopo il quale puoi contemplare la possibilità di un figlio. Ma c’è anche stato un momento storico collettivo in cui noi donne ci siamo riappropriate in modo nuovo di questa possibilità di creare.

“io mi domando tante volte se è una questione di desiderio di sentirmi incinta rispetto al corpo o desiderio di un bambino, più vado avanti e più mi accorgo che rispetto al bambino ho una paura folle e di non considerarlo come tale, come persona. „

La scelta è avvenuta in un momento particolare rispetto all’esterno. Vivevo una grossa delusione e insoddisfazione aspetto al lavoro e alle cose che facevo (questo ha inciso sulla decisione di tenerlo, bilanciato il desiderio e la paura di chiudersi in casa). Età una fase un po’ per tutte, però di collegarla ad un figlio non l’avevo ancora pensato, Oggi secondo me le donne si trovano a fare molte fantasie sulla Maternità ma un anno fa non era ancora così. Io avevo deciso di abortire, poi col passare dei giorni ho sentito imposto dall’esterno l’aborto perché tutte lo facevano. L’idea che potevo tenerlo mi piaceva. Per provare magari che riesci lo stesso a fare le cose anche con un figlio, che sei sempre tu e non ti cambia. Poi sentivo che decidere in un modo o nell’altro, in quel momento era decidere per sempre. Sì, insomma come ho deciso di ‘farlo così potevo decidere di non farlo. E in definitiva anche adesso che c’è, che esiste come persona, penso che potrebbe esserci o non esserci, che non ha rotto l’equilibrio della mia vita.
Ho deciso di non farlo (un figlio) e penso che l’essere rimasta incinta in un momento in cui non me lo potevo permettere esprimeva comunque un desiderio ricacciato nell’inconscio. C’è stata anche, forse, una incapacità ad assumermi una completa gestione del mio corpo, dei contraccettivi, in definitiva della non maternità. Raramente prendiamo coscienza che la scelta di una sessualità «libera» attraverso l’ anticoncezionale è contemporaneamente una scelta di non-maternità. Nel momento in cui mi sono trovata incinta, all’improvviso, violentemente, ho avuto coscienza della scelta che non avevo fatto. Dal mio aborto, da questa esperienza, il rapporto con l’uomo, le scelte quotidiane, la mia sessualità, mi si ripropongono in termini di maternità o non maternità.
«Sogno di avere una gran pancia, di essere in casa da sola. Mi invade una grande angoscia perché sento che sto per partorire. Partorisco un uovo. Con sollievo lo getto nel pattume». Io mi domando tante volte se è una questione di desiderio di sentirmi incinta rispetto al corpo o desiderio di un bambino. Più vado avanti e più mi accorgo che rispetto al bambino ho una paura folle e di non considerarlo come tale, come persona,
Io non ho fatto un bambino perché mi sentivo troppo piccola e troppo incerta sulla mia vita. Per la prima volta mi sono trovata di fronte ad una scelta che nessuno poteva fare per me e che necessitava un miglior rapporto con me stessa. Un buon rapporto con l’uomo può essere un motivo in più per la scelta della maternità, ma non è sufficiente. Con l’aborto mi è venuto fuori tutto un discorso sulla vita, sulla morte, sulla mia origine sul senso di esistere; mi sono vista, mi sono accorta di aver sempre negato la mia origine, il perché sono nata. Nel momento in cui ho abortito mi sono accorta del mio essere così vicino sia alla vita che alla morte. Mi sono sentita la vita dentro di me. Sentivo la vita uscire da quel cannello.


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