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DOCUMENTO

donne e politica

pubblichiamo il documento del collettivo Donna e Politica di Via Germanico Roma.
Riflessioni, appunti sul politico in un momento come questo in cui ci si stringono tutti gli spazi.

giugno 1978

ci si vede da più di un anno: il nodo è stretto intorno alla difficoltà di rapportarci alla politica: di criticarla senza rifiutarla e di trasformarla.
Il rapimento di Moro ha accentuato la crisi su alcune nostre «certezze»; ci sono sembrati inadeguati il discorso sulla specificità ad esempio della violenza subita dalle donne e la scoperta della diversità del femminile, quindi del separatismo. La discussione è iniziata subito dopo via Fani; la situazione appariva esterna al nostro gruppo, agli altri collettivi e all’assemblea del Governo Vecchio.
Disarmate rispetto al fuori.
Eppure il fuori pesava materialmente, anche se costituiva un «non detto» fra di noi.
fantasie e presentimenti
Sognamo di essere inseguite e di dover scegliere: i fascisti mi inseguono e io scappo, i fascisti «mi torturano ed ho paura perché forse parlerò. Torturano mia figlia, cosa posso fare? Per qualcuna ci sono anche i comunisti che perseguitano il padre (ricordi dell’infanzia, 1948 e il padre democristiano).
C’è il colpo di Stato, dove vado, scappo all’estero o vado in montagna? Non ce la farei mai ad imbracciare il fucile. Però se la vita, l’esistenza quotidiana rispecchiasse un’emergenza reale, allora l’accetteremmo insieme agli altri. I sogni diventano presentimento e alla notizia della strage di via Fani molte di noi hanno pensato: ci siamo, tutto accade come nel sogno. Sparatorie, sangue, per alcune ancora ricordi remoti dei tempi dell’ultima guerra.
La paura di essere inseguite e braccate è la paura primaria dell’abbandono.
Perché in noi spesso si riveste di simboli politici? Perché storicamente la politica assume una faccia persecutoria ‘(fascisti e comunisti nei discorsi dei genitori; polizia, Cile, pericolo di golpe). Quando la politica si rappresenta in questo modo paralizzai perché richiama alla mente paure profonde. Il clima di terrore è sempre dunque paralizzante. Una ha detto che nei ’73 ha rinunciato a fare un figlio pensando al Cile.
la politica e la pratica della donna
«Oggi nella mia vita al posto delle diversità
vedo solo polarizzazioni. La politica non corrisponde più a ciò che avevo scoperto».

Oggi la politica si rappresenta come alternativa, come scelta di campo. Se la pratica delle donne ha una sua strada, in certi momenti anche ripetitiva, questa strada viene attraversata da avvenimenti esterni quando subentrano le grandi scelte, le opzioni, i doveri da compiere.
La pratica politica delle donne ci sta a cuore. «Ho vissuto il rapimento di Moro come un filmino senza sonoro. Vedevo senza emozioni. Invece sono interessata a capire cosa ci divide dal Governo Vecchio: si tratta di un problema politico mio, che mi appassiona». La nostra pratica politica viene accusata di essere idealistica, indifferente agli avvenimenti, cioè corporativa.
Quando però siamo noi che chiediamo di aprire un dibattito sul modo in cui i partiti del movimento operaio hanno condotto in Parlamento la discussione sull’aborto, vengono elencate priorità, rapporti di forza, equilibri, vantaggi igienico-sanitari, per non dare spazio a questo dibattito.
«Io sono disincantata, la sola politica è quella del ” fuori “. Qui facciamo un’altra cosa. Con questo non voglio affatto svilire il nostro lavoro di collettivo e abbiamo tutto il diritto di fare una critica alla politica. Ma dobbiamo sapere che la politica è quella lì». In che cosa consiste allora la tensione (scissione) che ciascuna di noi prova nei confronti della politica?
schieramenti
Nella vita politica è ormai continua la richiesta di schierarsi: bisogna connotarsi, qualificarsi, firmare. Decidere subito, ma cosa? Per il sì o per il no. Ci si schiera per appelli nominali; si finisce per non socializzare la politica offrendo soltanto la finta tranquillità dell’omologazione. Tutti uguali indifferenziati.
«Non è l’omologazione che mi rassicura. Ma la sensazione che gli individui si sentano parte di una collettività. Oggi invece si oscilla fra omologazione e individualismo».
Le scelte sono diventate astratte, simboliche, lontane dai bisogni.
«In questa situazione è importante riuscire a mantenere un margine di ambiguità: ci sono io soggetto e c’è un processo che rischia di risucchiarmi, di divorarmi se io non lo attraverso, e quindi lo trasformo, propri0 tenendo aperte le contraddizioni».
«L’ambiguità non riesco ad accettarla non per amore del bianco o de] nero ma perché ho la sensazione di un tutto grigio. Ho cambiato moltissimo le categorie che avevo fino a due anni fa. Mi era sembrato un grossa progresso imparare ad accettare le diversità. Oggi nella mia vita al posto delle diversità vedo solo polarizzazioni. La politica non corrisponde più a ciò che avevo scoperto: da un lato la disgregazione (Lotta Continua), dall’altro la lentezza (o l’immobilità) delle grandi istituzioni».
Violenza delle polarizzazioni, violenza della politica?
violenza
«Ciò che mi ha messo in difficoltà nella vicenda Moro non è la violenza di quel gesto ma il fatto che venisse dalla sinistra. Da persone che magari abbiamo conosciuto come compagni, con i quali abbiamo fatto gli stessi discorsi per un pezzo di strada; oggi si scopre che la violenza viene usata tra settori diversi all’interno della sinistra ‘(penso ai pestaggi tra compagni) inoltre c’è violenza fra le donne, nel Movimento.
In passato alcune di noi avevano accettato la politica connessa ad un uso pratico e ideologico della violenza. Se alcune di noi potevano «capire» sequestri, appropriazioni, episodi di lotta armata, oggi occorre tornarci sopra.
Non si tratta solo di aver cambiato «opinione politica», è una trasformazione più profonda. Comunque vale la pena di guardarla meglio. Ci chiediamo se la politica debba essere necessariamente fanatica. (Che differenza c’è tra il fanatismo e la «coerenza rivoluzionaria» esaltata da Viale?).
Anche noi fino a pochi anni fa eravamo fanatiche, prima come militanti della sinistra poi come donne del movimento. Ma l’estremismo è dogmatico, non ci serve più.
Intanto è cambiato il nostro rapporto con la vita: i figli ci mettono di te alla concretezza (non li possiamo nutrire di dogmatismo).
Ci piacerebbe mettere anche i sentimenti dentro la politica; da quando abbiamo capito che non appartengono alla sfera dell’irrazionale, bensì possiedono una loro materialità, per ogni individuo.
TI marxismo appare insufficiente a leggere in profondità i valori, i sentimenti, appunto.
Di fronte ad una discussione che considera gli uomini di volta in volta «cose», «ruoli» «funzioni», si vorrebbe leggere al di là della collocazione politica degli individui, il loro essere persone.
«Il cambiamento più grosso è intervenuto quando non ho più sentito il bisogno di essere prima di tutto rivoluzionaria. Oggi sento innanzi tutto il bisogno di capire come vivo, eppoi quello di lottare per cambiare».
i contenuti
Non siamo più disposte a lottare per un obiettivo che esce dall’orizzonte della nostra vita. Si è rotta la solidarietà con il futuro, per l’avvenire di altri, se non ci siamo anche noi dentro,
Pensiamo agli eroi della Resistenza – che hanno scelto in una situazione meno ambigua. Anche per noi sarebbe più facile scegliere per obiettivi di vita.
«Andrei in montagna perché lì ci sono i miei amici. Sparerei perché se mi va bene poi vivrò in mondo migliore».
Un obiettivo come la liberazione può «sere sostenuto solo se dentro ci ritroviamo il «personale», le forme di vita, la quotidianità.
«E stato così anche con la classe operaia. La lotta contro il padronato per il socialismo. È rimasta fuori la quotidianità, i sentimenti».
Com’è possibile contrapporre alla politica persecutoria il nostro bisogno di vita? Ci vengono in mente immagini già attraversate. Un crescendo di spietatezza: la nausea non solo per il delitto ma per chi spara alle gambe, per chi si prende una delega mortifera.
«Siamo riuscite a condannare l’istinto di morte, ma niente di più. E poi si parla per frasi fatte. Alla notizia della morte di Moro, in un gruppo di compagne riunite si è subito levato il coro delle vittime. Tutte a dire che ancora una volta saranno le donne a pagare di più. Invece ha pagato Moro, la moglie, i figli».
come reagire?
«Nelle ultime manifestazioni per il delitto di Moro non ho riconosciuto né il lutto né la lotta. I momenti collettivi, come possono essere riempiti se c’è ancora solo sgomento, angoscia e non c’è questa volta un obiettivo da conquistare, una controparte con cui scontrarsi?».
«Sono andata alla manifestazione per vedere quanta gente arrivava e mi sarebbe piaciuto che fosse tantissima. Mi sembra che, tra la gente comune (che non sta nelle organizzazioni) si sono mobilitati spontaneamente solo i vecchi che hanno fatto la guerra, che ricordano gli orrori. Questa indifferenza di tutti gli altri mi mette paura, E scatta il meccanismo di delegare, ritirarmi, cercare un’istituzione che decida al mio posto»,
«Ho l’impressione che anche i militanti dei partiti non ce la fanno più. Guardavo il corteo dei giovani che gridavano slogans trucidi contro i brigatisti e certo non mi consolavano con quelle parole, ma d’altra parte temevo che uscire dagli schemi indebolisse tutto, cioè la nostra risposta»,
«No, per me quella manifestazione era un rito vuoto, perciò fragilissimo; dove le masse e gli oratori avevano un ruolo fissato da prima, immobile. Da lì non può uscire nessuna risposta, nessuna vita. E sento un grande bisogno di destrutturare appunto questi ruoli politici, di ricominciare dai significati, dai contenuti».
Dunque, andare alla manifestazione era una necessità per il nostro «essere politico», ma le altre facce del nostro «essere sociale» non potevamo trovare lì quella risposta che invece si configura per noi, dentro i gruppi, i collettivi, le piccole aggregazioni.
Donne e Politica Via Germanico, 156 – Roma


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