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prostituzione

urlare con i coyote

un’intervista di Histoire d’Elles, a Margot St-James, direttrice della rivista «Coyote Howls» (le urla del coyote), giornale californiano delle prostitute.

giugno 1978

che ne è della realtà delle prostitute americane? Sono andata, con una amica, ad intervistare Margot St-James, redattrice-capo di Coyote Howls. Abita in una specie di magazzino-garage su una costa della baia di San Francisco; il suo appartamento serve anche da redazione del giornale. Ci accoglie con naturalezza, ci offre uno spino, si mette a parlare. Ricostruisco qui in modo approssimativo i suoi discorsi, interrotti di tanto in tanto dalle nostre domande. Ma alla fine della conversazione, presa dall’intensità e dalla stranezza della situazione, molte domande mi sono restate in gola.
Come avete scelto il nome di «Coyote» per la vostra organizzazione?
È una sigla che significa: Cali Off Your Old Tired Ethìcs (metti fine alla tua vecchia moralità).
Il governo americano spende milioni di dollari per sterminare queste volpi del deserto, i coyote, che sono considerati come estremamente nefasti, portatori di peste, uccisori di montoni, ecc. Si tratta di un pericolo puramente fantomatico, dello stesso tipo di quello che rappresentano le prostitute.
Come siete giunte a creare questa organizzazione?
All’inizio io stessa non ero una prostituta. Ero una «barmaìd». Ma in occasione di un arresto per un piccolo incidente che si era verificato nel bar, io mi sono fatta passare per prostituta dal giudice. Egli dichiarò che non si poteva capire il senso della parola «abbordaggio» se non si era ima puttana. E una volta attaccatami questa etichetta, mi fu impossibile trovare altro lavoro, e sono diventata effettivamente una prostituta (1). Ma non lo sono più. Evidentemente, l’ideale sarebbe che il leader del movimento sia una prostituta che lavora ancora, ma è impossibile: la polizia non aspetta che questo; che questa ciarlona ritorni sulla strada, che la si possa rimettere in prigione una buona volta per tutte.
La maggior parte delle prostitute della regione partecipano a «Coyote»?
No, non è assolutamente un movimento di massa. Coyote tocca forse dal 3 al 4% delle prostitute in California. Le altre hanno paura di entrare in contatto con le donne del giornale. 0 preferiscono la loro indipendenza; sono delle solitarie, tengono alla loro autonomia.

Chi sono quelle che militano con voi?
All’inizio, quasi tutte le militanti erano già «femministe». Ciò vuol dire, che si rifiuta di stigmatizzare la sessualità femminile, di considerare il sesso come qualcosa di sporco e la prostituzione come qualcosa dì vizioso. Queste donne erano obbligate a lavorare all’interno di una comunità e ad incoraggiare la gente non prostituita — avvocati, casalinghe, assistenti sociali — a lottare per cambiare la legislazione in questo campo.

È il fine principale del movimento?
Sì, e per il momento è l’unico fine: legalizzare, o «decriminalizzare» la prostituzione. Tutti i mezzi utili a tal fine si devono utilizzare. Tutti i gruppi che gli sono favorevoli (il NOW, l’ONU, le associazioni degli avvocati) sono partner validi. E questo non è facile. Attualmente si assiste ad una intensificazione della repressione riguardo le prostitute. Io stessa, sono bersagliata e sorvegliata senza tregua dalla polizia. È per questo che sono dimissionaria dal mio posto di direttrice di Coyote Howls: per non essere così in vista, affinché le altre donne non dipendano da me. Ed anche per dedicarmi ad un lavoro più delicato, quello del «detective».
In cosa consiste l’essere detective?
Faccio delle inchieste sui casi dì stupro, dì furto, e di attacchi contro le donne prostitute, poiché questi sono sistematicamente mal difesi dall’ apparato giudiziario esistente.
Infatti, è questo apparato giudiziario all’origine del male: sono le leggi che perpetuano le cattive condizioni di vita delle prostitute, e che fanno sì che ci siano donne del mestiere che desiderano fare altre- cose. Quando la prostituzione è legale, le donne possono amare il loro mestiere — come in Danimarca, per esempio, dove il 40% delle prostitute sono studentesse. O in Svizzera, dove non vi è praticamente alcuna restrizione… salvo che non si ha il diritto di mettere un piccolo annuncio nell’elenco telefonico. Se le prostitute avessero questo diritto, il mercato si regolerebbe spontaneamente. L’offerta e la domanda troverebbero il loro equilìbrio naturale, e il controllo della qualità sì farebbe per una specie di selezione darwiniana. Ma non si accetta che esista della pubblicità che mostri la vera sessualità femminile. Per i prodotti di bellezza, sì, per i films porno sì, per l’alcool e le sigarette, sì. Sarebbe legittimo proibire tutta la pubblicità per le cose di cui si sa che sono nefaste e pericolose. Ma questo non l il caso della prostituzione, che è, coinè si dice, un crimine senza vittime»

In buone condizioni, questo potrebbe avvenire senza traumi e senza sfruttamenti?
Sì, Ci sono molti miti sulle prostitute. Nei films sono sempre delle vittime, delle deboli; esse sono sempre punite alla fine. Si tende a rappresentare la sessualità femminile come qualcosa di colpevole, e le donne sessuate come dei mostri. È per questo che sono sempre loro ad essere prese dalla polizia e mai i clienti.

Ma ciò può veramente accadere quando si vende il proprio corpo?
La prostituta non vende il proprio corpo, ma il proprio tempo. E ci hanno sempre fatto credere che il tempo di una donna non valesse niente. È per questo che l’appoggio del gruppo per il salario al lavoro domestico al movimento delle prostitute è così significativo. Delle casalinghe, si sono rese conto che esse lavorano gratuitamente per lo sfruttatore… che dava, per contro, dei soldi alle donne’ che gli fornivano una prestazione sessuale. Qualche cosa non funzionava. In fondo le prostitute sono (o potrebbero essere) meno alienate delle altre. Perché molte donne amano avere delle avventure passeggere. E ciò significherebbe molte avventure passeggere e al tempo stesso un mestiere! ma là dove interviene la legge, si sciupa tutto. Essa non deve impicciarsi della vita privata delle persone.
E la necessità economica in tutto questo?
Certo, ci sono delle donne che si prostituiscono per necessità economica e non per piacere.
Ci sono delle prostitute che non hanno alcun motivo finanziario per fare questo mestiere?
No, d’altra parte è risaputo che le prostitute in prigione sono quasi esclusivamente delle negre di meno di trent’anni. Sono cresciute con l’assistenza pubblica, hanno incominciato ad avere figli molto presto per poter appunto usufruire dell’assistenza pubblica e si sono prostituite quando questa non bastava più. In questo paese i poveri sono dei criminali. Si ha vergogna di essere poveri. Ma altre donne si prostituiscono per fare una dichiarazione politica, per protestare contro la loro alienazione.
E i clienti, non sono quelli degli alienati?
I clienti sono i rifiuti di questa società. Sono i vecchi, i brutti, gli storpi, i militari, i superattivi. Bisognerebbe che, per loro, fare l’amore potesse essere un fatto ricreativo, che ne so, un esercizio piacevole. Ma la Chiesa ha ancora molta influenza sul governo e la Chiesa ha decretato che non si deve scopare se non per procreare. E così lo Stato cerca di metter fine a questa attività. E si ricevono spesso dei clienti che sono uomini politici, uomini d’affari, manipolati dal governo. Ma dalla vostra domanda mi è chiaro che nessuno capisce le prostitute, neppure le femministe. Nel suo libro (2) Susan Brown-miller dice che siamo noi le responsabili dell’alta percentuale di stupri di questo Paese. Perché? perché noi rafforziamo le illusioni degli uomini sulla loro superiorità sessuale. Noi accettiamo le regole del gioco che sanciscono che la puttana è l’oggetto, la vittima legittima. Mentre non è proprio così che avviene con i clienti.
Vale a dire?
Le prostitute godono. Sapevate che per la loro inchiesta sulla sessualità, i ses-suologi Masters e Johnson hanno utilizzato soprattutto delle prostitute, perché sono loro che sanno godere meglio delle altre donne? lo stessa ho imparato moltissimo sulla mia sessualità grazie ai clienti. È con un cliente che io ho conosciuto «l’orgasmo multiplo» per la prima volta.
Allora credete che se sparisse la legge, la prostituzione non avrebbe altro che aspetti positivi?
È pur sempre un lavoro, e un lavoro molto faticoso. Soprattutto nei bordelli si fatica moltissimo. Si dovrebbero concedere lunghe vacanze alle donne che vi lavorano. E non dovrebbero pagare tasse.
Perché le prostitute adempiono una funzione molto importante in una società. Ascoltano le lamentele degli altri per tutto il giorno; rappresentano una specie di sfogo a tutte le frustrazioni degli uomini (domanda non accettata: ma dove finiscono le lamentele e le frustrazioni delle donne? n.d.r.).
E come gli analisti o i barmen o i membri di una qualsiasi professione nella quale bisogna ascoltare i problemi degli altri, anche le prostitute hanno bisogno di togliersi la merda di dosso di tanto in tanto. È per questo che non dovrebbero essere isolate: dovrebbero essere inserite in un contesto sociale, dove possano parlare tra di loro, ecc. Per esempio, in Australia, delle prostitute hanno fondato una casa interamente autogestita: dividono tutti i profitti, vivono insieme e né ì protettori né lo Stato possono estorcere loro i soldi.
Come spiegare il fatto che spesso si dice che le prostitute sono frigide? In questo modo almeno vengono raffigurate in tutti i films e in tutti i libri su questo argomento.
È che per qualsiasi altra donna la peggiore ingiuria è chiamarla «puttana».
Questo appellativo non lo si può dare a una prostituta, non avrebbe senso.
Allora si dice che è frigida, che detesta gli uomini, che è una lesbica, che è ricca, ecc. Sempre perché sia il contrario della donna rispettabile, la Madonna, perché le due donne non possano mai incontrarsi e comprendersi. Divide et impera. Sicuramente può capitare che la prostituta non provi piacere. Se essa continua, può farsi del male. Ma generalmente essa gode ed è questo che è inammissibile. Perché ella conosce così bene gli uomini che non può essere manipolata da loro sul piano sentimentale. E questo l’uomo non lo sopporta. Dunque egli mente, dice che è frigida, ecc. Il solo film che dia una immagine un po’ diversa della prostituta è «La fidanzata del pirata» di Nelly Kaplan.
Non credete che sarebbe auspicabile poter lottare con altri mezzi che non il proprio corpo?
È tutto ciò che noi possediamo: il nostro corpo e il nostro tempo. E bisogna lottare con quello che si ha.
Ma se si vuol cambiare la sessualità, se si pensa che questa potrebbe essere un «esercizio piacevole» per i due sessi, il rapporto di denaro non falsa questo tentativo? Perché l’uomo dovrebbe sempre pagare la donna?
Perché le donne sono sempre dipese economicamente dagli uomini. Noi abbiamo bisogno di soldi, di molti soldi, per legalizzare la prostituzione. E li prenderemo non importa dove. Joe, il magnaccia che è proprietario del casino di Reno, ci ha dato un assegno di 500 dollari per «Coyote». Bisogna servirsi degli uomini, bisogna servirsi degli uomini ricchi.
N.H.
È sempre il corpo della donna che è sfruttato nel suo lavoro, sia essa cameriera, danzatrice, o prostituta.
Ma bisogna perpetuare questo stato di cose, rafforzare l’atteggiamento del cliente che considera la prostituta come un oggetto?
Non. c’è niente di male nella sessualità dei clienti. La loro comprensione della sessualità femminile è molto, molto più grande di quella dei non clienti. Essi sanno come soddisfare una donna.
Ma la dicotomia Madonna/puttana è pure sempre nella loro testa. Dato che a quanto sembra, essi non soddisfano le loro mogli e le loro amanti.
Sì, ma sono ì non clienti che commettono i crimini sessuali, gli stupri, che picchiano le loro donne, ecc. Non ì clienti. E la dicotomia Madonna/puttana è pure nella nostra testa. Solo che le prostitute conoscono i due lati della medaglia e le donne «rispettabili» non ne conoscono che uno. Il «crimine» consiste nel prendere dei soldi per il lavoro che si fa. Sono i «madama» che sono stronzi, non ì clienti. Questi non danno fastidio alle donne per la strada, non fischiano dietro a una donna. Io, se un tizio mi fischia per la strada, se ho una pistola lo uccido, si lo uccido.
Questo è naturalmente un discorso che non può essere fatto se non da una intellettuale, una «privilegiata»: come dice Margot, Coyote non è certo rappresentativo di tutte le prostitute americane. Ma la sua logica è implacabile, terrificante per «realismo» e dobbiamo affrontare il problema che ella solleva: augurarsi la sparizione del più vecchio mestiere del mondo non è forse infinitamente più facile, e più utile, che lottare perché venga riconosciuto come mestiere?
In una stazione un’ora più tardi vedo un ragazzino nero giocare con una slot machine. Mi sono messa dietro di lui per osservare il gioco. Vedo la facciata di un albergo, delle vetture, della gente che corre in tutti i sensi. Si tratta di puntare un fucile per uccidere dei gang-sters, far scoppiare dei pneumatici, ecc.: ogni volta che un oggetto si illumina sullo schermo bisogna puntare e sparare. Ad un tratto, in alto su un palazzo a sinistra, si accende una lampadina e una prostituta appare alla finestra. Pan! la luce si spegne. Il ragazzo ha vinto.


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