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Donne

“questa curiosa cosa che son io”

nelle poesie di Antonio Pozzi, le tappe di una vera e propria crisi d’identità congiunta alla condizione femminile.

dicembre 1978

ho scoperto Antonia Pozzi leggendo il libro curato da Biancamaria Frabotta: Donne in poesia (edizioni Savelli). All’interno di questo volume antologico sono state riportate quattro poesie della Pozzi che mi hanno colpito moltissimo facendomi nascere il desiderio, il bisogno di saperne di più su di lei, anche perchè la breve nota introduttiva affermava che si era suicidata nel 1938 a soli 26 anni d’età. Ho trovato poche cose, ma interessanti, sulla sua breve ed intensa vita. Le sue poesie sono raccolte in un unico volume (ora fuori commercio, perciò reperibile solo nelle biblioteche) Parole, diario di poesia edito da Mondadori nel 1964 con prefazione di Eugenio Montale. Antonia Pozzi nacque a Milano, da un’importante famiglia della buona borghesia cittadina, il 13 febbraio 1912 e morì il 3 dicembre del 1938. Il Corriere dello Sera, un anno e mezzo dopo la scomparsa della Pozzi, le dedicò nelle pagine interne un lungo articolo in cui peraltro le cause della morte non vengono precisate. Così succede anche a una lettura di altre pubblicazioni dedicate alla sua memoria, che sembrano volutamente sorvolare sulle cause della morte, quasi imbarazzate, tanto da avvalorare l’ipotesi del suicidio.
Antonia era figlia unica, in buona armonia con i familiari, molte amicizie alcune delle quali profonde ed importanti. Appassionata di letteratura e di fotografia, grande sportiva ed amante della natura (la montagna è uno dei leit-motiv della sua poesia), compì gli studi universitari, brillantissimi, sotto la guida del filosofo Antonio Banfi.
Insomma, una ragazza giovane, ricca, raffinata — aveva una biblioteca personale sceltissima e faceva collezione di stampe rare e pregiate — intellettualmente dotatissima, con un’avvenire roseo… Questa la facciata esterna di Antonia Pozzi.
Pure, i genitori seppero delle poesie della figlia, mesi dopo la sua morte, quando rovistando in un cassetto si trovarono tra le mani alcuni vecchi quaderni di scuola che raggruppavano le poesie composte tra il 1929 e il 1938.
Chi era dunque veramente Antonia Pozzi? Perchè sfatò così drammaticamente la favola a lieto fine della ragazza bella, buona, ricca ed intelligente, destinata alla ricompensa finale, magari sotto forma di un bel principe azzurro? Affidiamoci ad alcuni frammenti tratti dalle sue liriche, e ad alcune frasi del suo diario per iniziare a scoprirlo… L’articolo del Corriere della Sera diceva tra l’altro: «Salpare verso le stelle. Di quest’ansia sono manierati i versi, di quest’affanno e di questa impossibilità. È da qui che nasce la malinconia delle liriche. Ella aveva forse il presentimento oscuro della sua fine? Non solo. Anche la sua amarezza, come quella d’ogni poeta vero, nacque dal contrasto tra le cose sognate e quelle vissute: e Antonia fu malinconica solo quando si trovò sola con se stessa e con il suo segreto quaderno…”.
Tante volte ripenso/ alla mia cinghia di scuola/ che tutta me co’ miei libri serrava/ in un unico nodo/ sicuro/ né c’era allora/ questo trascendere ansante. Così parlava della sua infanzia Antonia Pozzi in una sua poesia.
Ma davvero quel “trascendere ansante” non c’era?
Pure, nel suo diario a 14 anni scriveva: «… E lo stesso provo pensando all’eternità: sempre, ripeto a me stessa; sempre… sempre… Mi scuoto con un brivido: sempre! parola terribile, terribile, come mai!”.
Questa, più che malinconia sembra disperazione, e il fatto che fosse una ragazzina adolescente ad esprimerla fa già intuire la parabola successiva della vita interiore di Antonia Pozzi.
Interiore proprio perchè la sua intima disperazione filtrò poco o nulla all’esterno, in quella sua facciata condotta all’insegna di una normalità tranquilla, feconda perchè ricca di interessi intellettuali, mai superficialmente mondani, ma piena di viaggi, incontri…
Undici anni dopo quella frase di diario, la Pozzi annota nel primo giorno del 1937: «…ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a colmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi guadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e, se qualcuno venisse, ormai è troppo tardi…”.
Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno…
Una rivista le dedicò un intero numero per ricordarla, in essa si parla di “concetto d’amore sublimato e divinizzato fino alla suprema rinuncia” e si continua: “In fondo Antonia che anelava all’amore come al culmine della sua ascesa spirituale, lo collocava troppo in alto, oltre la vita, e non poteva semplicemente, umanamente amare”. Non so quanto conclusive siano queste osservazioni o quanto sviino invece alcune direzioni d’indagine. Certo è che, nel volume Parole dell’amore si parla poco; è un tema espressamente minoritario rispetto alla descrizione della natura, al desiderio di maternità o altro ancora.
Vero è che nessuno/ più giunge presso il tuo cuore/ inaccessibile/ eh ‘esso è fatto solo/ dannato ai gridi/ delle sue rondini: e su questi versi di solitudine ben poco possono risolvere altre immagini, più liete, che la Pozzi offre: Se qualcuna delle mie parole/ ti piace/ e tu me lo dici sia pur solo con gli occhi/ io mi spalanco/ in un riso beato.
La Frabotta nell’introduzione di Donne in poesia vede nelle poesie della Pozzi (come in quelle delle altre poetesse della raccolta) le tappe di una vera e propria crisi di identità congiunta alla condizione femminile, Tu lo vedi sorella: io sono stanca/ come il pilastro d’un cancello angusto/ diga nel tempo all’irruente fuga/ d’una folla rinchiusa. Un cancello, una porta “impenetrabile” — scrive la Frabotta — che si chiude “con armeggio sgarbato”, una chiave che a stento s’infila nella toppa, un catenaccio arrugginito, sono le barriere che la Pozzi frappone fra il “confidare” e la “sfiducia” in “questa cosa curiosa che son io”. La sfiducia di questa Mia bocca/ che dice le stessei parole tue! altre cose intendendo/ e questo è il modo/ della più disperata lontananza, sarà ereditata dalla poesia successiva come pesante ipoteca. È la disperazione di chi altre cose intende altre dicendo, o altre cose dice altre intendendo.
Antonia Pozzi merita ampiamente di essere riproposta alla lettura in generale e in particolare alla lettura delle donne. Non dobbiamo lasciare passare secoli di oscurità prima di riscoprirla: lei era convinta che non sarebbe stata dimenticata: È poi/ se accadrà eh ‘io me ne vada/ resterà qualche cosai di mei nel mio mondo! resterà un ‘esile scia di silenzio! in mezzo alle vocìi un tenue fiato di bianco! in cuore ali ‘azzurro.


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