cattolicesimo

«la voce della donna è un invito alla lussuria e perciò non deve essere udita in chiesa» san Tommaso d’Aquino

gennaio 1974

Per le donne che vivono nelle società cattoliche e che, siano credenti o no, sono state per secoli vittime di tutti i pregiudizi e di tutti i terrori bigotti, neanche il Concilio Vaticano II — tanto celebrato come l’occasione di un profondo rinnovamento progressista della Chiesa — ha offerto la minima speranza di un riconoscimento, da parte della gerarchia e della dottrina ufficiale, di una dignità pari a quella dell’uomo.

Col titolo “Quel che una cattolica moderna pensa delle donne” (1972) una monaca di Chicago, Suora Albertus Magnus Me Grath, ha raccolto una serie di riflessioni sulla “rivoluzione dell’eguaglianza” all’interno del mondo cattolico.

Ne pubblichiamo qui di seguito I’ introduzione.

In una fredda notte dell’autunno del 1965, il Papa Paolo VI stava celebrando la messa nello Stadio “Yankee” per migliaia di fedeli cattolici, mentre milioni di americani seguivano il servizio alla televisione. Palesemente commosso, il Papa si girò verso la folla per parlare, con le braccia aperte in un gesto di amore ecumenico. “Fratelli e figli” — cominciò — e di nuovo “Fratelli e figli!”

In questo saluto, ripetuto due volte, non c’era né una parola né un gesto per le donne che costituivano, si suppone, almeno la metà della folla adunata allo stadio e seduta davanti ai televisori. In due parole, Paolo VI rendeva amaramente chiaro quale fosse il “posto della donna” nella Chiesa Cattolica.

Quest’insulto alle donne della Chiesa (ancora più bruciante dato che Il pontefice si sarebbe stupito se avesse saputo che tale veniva considerato) fu il coronamento in tono minore di tutta una serie di discriminazioni a cui le donne avevano dovuto sottostare durante il Concilio Vaticano II, le cui sessioni finali erano in corso in quei giorni d’ottobre.

C’era stata, prima di tutto, l’esclusione totale delle donne, più tardi emendata dall’ammissione, nelle due ultime sessioni, di uno sparuto gruppo di donne come “osservatrici silenziose”. C’era stato l’uso della forza fisica per impedire ad una giornalista cattolica di fare la comunione contaminando così i partecipanti maschi che stavano ricevendo l’Eucarestia. C’era stata la ridicola decisione di far leggere il brillante saggio dell’economista inglese Barbara Ward da un uomo di fronte ai delegati del concilio. La cattolica Ward, però, potè parlare al Consiglio Mondiale delle Chiese protestanti, che si riuniva più o meno nello stesso periodo. Ma le parole di S. Tommaso d’Aquino le impedivano di contaminare l’aria di S. Pietro: “La voce della donna è un invito alla lussuria e perciò non deve essere udita in chiesa”. La coscienza di tale inferiorità, messa a fuoco dagli eventi del Concilio, è stata acutizzata dagli sviluppi successivi. La riforma liturgica ha messo ancor più chiaramente in rilievo la differente posizione degli uomini e delle donne in materia di culto. Mentre prima tutti sedevano in silenzio nei banchi, fuori dall’area dell’altare, ora è la donna che deve rinunciare a qualsiasi funzione liturgica o, se le si permette di farlo, ciò deve accadere fuori dalla zona sacra. Essa non vi può accedere mai, tranne, naturalmente quando si tratti di spazzare il pavimento o decorare l’altare.

Le prese di posizione, specie su questioni molto importanti quali il problema del controllo delle nascite, portano solo all’alienazione se non si prende in considerazione I’ esperienza, la saggezza e l’intuizione che le donne posseggono. Le congregazioni religiose americane sono state profondamente scosse dal pesante paternalismo che ha portato allo scioglimento d’autorità di due gruppi di suore tra i più progressisti e creativi del paese. E l’importanza sempre maggiore della “Rivoluzione per l’Eguaglianza” ha fatto sì che le donne cattoliche mettessero in discussione le posizioni che per molto tempo hanno determinato il pensiero e le leggi della chiesa a loro riguardo: le donne sono “inferiori agli uomini sia dal punto di vista fisico che da quello spirituale”. Qualsiasi donna normale si considera invece una persona umana completa, pienamente valida. L’istruzione religiosa in età infantile non insegna che ci sono anime di second’ordine, non prepara la donna per questa valutazione, proprio come la ragazzina non impara in modo cosciente sino all’adolescenza che è intellettualmente inferiore. Un sempre maggior numero di donne rifiuta questi stereotipi culturali e le conseguenze che ne derivano.

Dal libro “Quel che una cattolica moderna pensa delle donne” di Suor Albertus Magnus Me Grath, Chicago, 1972.