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INCHIESTA

il colpo della giumenta in collera

giugno 1982

 

Nelle palestre di karate le donne diventano le migliori interpreti della filosofia zen? o cercano di diventare forti e invincibili come nei films di kung fu?

 

340.203 su 1.792.898 sportivi, sono donne; lo sport rimane territorio di caccia maschile. Le donne continuano nello sport ad accettare un ruolo marginale, sottoponendosi a modelli e regole che sono parte di un’invenzione culturale maschile. La femminilità, quella dalla potenzialità eversiva, tonante, positiva, non certo quella melliflua e stucchevole anch’essa più invenzione che realtà, non emerge nello sport. Facilmente una donna sportiva soggiace, anche inconsciamente, ad una casistica di comportamenti e atteggiamenti tipici del maschio rischiando di diventare una sovrastruttura maschile. Virilizzate nell’aspetto fisico, ma spesso anche in quello mentale che si sintetizza in atteggiamenti tipici dell’altro sesso, le donne, soprattutto quelle che praticano sport cosidetti ’’violenti” come il Karate o il Judo rischiano di non avere storia di autonomia nel mondo dello sport: “Nel momento in cui la donna riuscirà ad abbattere il suo avversario – ha detto Giorgio Trani, sociologo in un suo articolo -, a stenderlo sulla sabbia, il vincitore non sarà il genere umano femminile, bensì il duello che è di genere maschile”. Un reale pericolo per la donna o la paradossale astrazione di un sociologo alla ricerca di un appiglio che possa rendere storico e invincibile il potere del maschio nella società? “Indubbiamente noi donne —dice Francesca Risi femminista, cintura marrone di Karate in una palestra romana— tendiamo ad imitare dei modelli maschili nello sport. Al primo approccio con una palestra di Karate, lo scopo diventa quello di diventare forti e invincibili come nei films di Kung Fu, anche se questo poi è un obiettivo che nessuna mai si confessa o confessa all’esterno. Poi l’atteggiamento cambia soprattutto se hai a che fare con un insegnante che si sforza di seguire più la tua psicologia che le capacità competitive. Mi sono avvicinata a questo sport che per me è più una filosofia che un esercizio fisico. nel tentativo di superare quello che era il mio atteggiamento psicologico di fronte al maschio. Ho sempre avuto un gran paura della forza fisica, della violenza….Così ho scoperto che la forza dei muscoli non esiste, ma esiste solo la forza della mente…tutte le tue energie sprigionano da lì Se nello sport, e in particolare in questo tipo di sport, le donne si adeguano a una compartimentistica maschile, se assistiamo ancora a spettacoli dì donne Sportive, muscolose e scimmiottatrici di uomini, è perchè un vero salto verso l’emancipazione non è ancora stato fatto, è perchè si applicano ancora modelli atavici della gara o dell’esercìzio fìsico anacronistici persino per l’uomo. Lo sport è senz’altro uno dei tanti settori in cui vive e si muove la donna trascurati dall’emancipazione femminile corrente —quella dei libri e delle teorìecon molta su

perficialità. Negli anni di dibattito sul femminismo, forse ci siamo soffermate più sulle nostre frustrazioni, sui nostri aspetti negativi che su quanto di potenzialmente positivo ci potesse essere in noi. Mi sono spesso scontrata con donne che pensavano che praticare Karate fosse una cosa violenta, maschile e che conseguentemente mi identificassero in questo ruolo. Ho discusso con altre che avevano difficoltà a parlare di problemi di autodifesa come se l’argomento fosse di competenza dell ‘altro sesso. Pregiudizi che dividono, senza dare l’opportunità di andare un po’ più a fondo alle cose che ci risultano un pofuori da certi schemi. Molte donne, per esempio sentono che l’autodifesa non è altro che un ulteriore obbligo a sottostare alle regole del mondo maschile che impone questa violenza. Imparare a difendersi per me, per esempio, non significa imparare ad essere aggressive negando la nostra naturale condizione di “non violente”, significa invece imparare a controllare il nostro corpo, i nostri movimenti, il nostro cervello, la nostra psiche… “.

E così quello che in occidente è diventato uno sport, riacquista la sua dimensione filosofica orientale in un’interpretazione del tutto femminile, che si scinde da qualsiasi modello preesistente e inneggiante alla capacità di rompere le mitiche dieci tavolette con un solo colpo.

Nelle palestre di Karate le donne dunque diventano le migliori interpreti della filosofia Zen?

“La totale assenza di aggressività o di violenza diretta, irrazionale, tipica degli adolescenti maschi – commenta il maestro Allodi – pone le donne in una dimensione diversa e più interiorizzata. Certi schemi tipici, occidentali che attecchiscono nei giovanotti avidi di eroismo e pieni del mito del Chen del cinema, tra le donne non trovano certo riscontro. Le donne sono per natura più riflessive ed è chiaro che di uno sport come il Karate colgono più lo spirito che l’aspetto più appariscente”.

 

l’indifeso era un monaco buddista

Dunque le donne che praticano il Karate sono anche le migliori interpreti del “Chi” la teoria della forza dominata che nasce – come si legge in un libro sulle arti marziali – dal punto Tan Tien (tre dita sotto l’ombelico) e dona forza, scioltezza e agilità soprattutto se unita ad uno stato spirituale particolare: ”11 NO mentale – come si legge in un altro libro cinese – che libera l’individuo da tensioni, timori e pregiudizi paralizzanti”.

‘Veramente questa filosofia Zen – dice Cinzia ex Karateca, baby sitter in una ricca casa alla Camilluccìa – io non l’ho vissuta per niente. In palestra si facevano i soliti esercizi, la solita ginnastica e si assisteva alle solite strafottenze di quei quattro maschi invasi che sognavano tutti di diventare primedonne del cinema. Di problemi ne ho vissuti tanti: prima di tutto le donne erano poche rispetto agli uomini, poi considerate meno perchè a loro non è consentito partecipare alle gare di combattimento che stanno tanto a cuore agli allenatori…E poi io mi sono sempre sentita goffa, incapace di coordinare tutti quei movimenti che mi risultavano del tutto estranei: dopo un anno ho abbandonato: non riuscivo ad andare oltre la cintura gialla. Un autentico fiasco!”

“Per quel che mi riguarda – dice Rita 26 anni, ex cintura arancione, professoressa in una scuola media – quel tipo di sport sarebbe eccezionale se fatto con le dovute attenzioni alla sua storia, alle sue tradizioni. Nelle palestre invece prevale il mito della virilità, della forza, e allora siamo fuori strada…Se vuoi diventare brava devi necessariamente adeguarti ad un codice di comportamento maschile che assumi con il tempo senza nemmeno rendertene ben conto. Già questo mette in discussione lo spirito del Karate. Forse se si istituissero palestre solo femminili, si riuscirebbe ad ottenere molto di più e con maggiore serietà”.

“Se si riuscisse a cogliere l’essenza del Karate che più che uno sport, è un ‘arte  dice Raniero Abeille maestro di Karate e autore di un libro sulla filosofia Zen – questo sarebbe l’unico esercizio del fisico nel mondo dove la differenza dei sessi tenderebbe decisamente ad annullarsi: il Karate ha una storia e una tradizione decisamente diversa dagli altri sport”.

 

viaggiando su un tappeto volante

Le basi storiche più antiche delle arti marziali, si perdono nel tempo e nella leggenda con la quale si racconta come Bodhidharma – il più grande filosofo mistico del pensiero orientale Zen- insegnava ai suoi discepoli prima la ’’via spirituale” e poi quella fisica. Conoscere se stessi e il proprio fisico era l’elemento essenziale alla base delle filosofia Zen. E i monaci discepoli di Bodhi- dharma divennero ben presto famosi per i loro insegnamenti spirituali e per essere formidabili combattenti disarmati, esperti di movimenti di difesa per poter resistere ai banditi di campagna e ai predoni dei monasteri. E nel 1609 quando l’isola di Okinawa venne occupata dalla potente casta degli Shi- matsu che vietò l’uso delle armi agli isolani, le arti marziali e in particolare il Karate resero ben presto impossibile la vita agli oppressori diventando l’emblema degli oppressi di qualsiasi sesso.

”Proprio per questi motivi – dice il maestro Allodi – il Karate non può essere considerato una semplice tecnica di combattimento o uno sport, o uno spettacolo, ma un’arte marziale che ha come obiettivo tecnico quello di mettere fuori combattimento un avversario con un solo colpo e nei punti vitali, gli stessi dove si opera con l’agopuntura. Una scienza inventata dai contadini, dai monaci, dagli sfruttati, quindi anche dalle donne, della quale diventava arma complementare qualunqe utensile di lavoro dal nunchaku, un bastone snodato che serviva a battere il riso, al tonfa un corto pezzo di legno con un manico perpendicolare necessario a mandare i semi di riso nella terra, al bo’che era il tradizionale bastone”.

Su un totale di 40.000 praticanti il Karate, ben 9000 sono donne. Un numerc decisamente rilevante se si fa un confronto con altri sport tradizionalmente più femminili e soprattutto se si tiene conto del fatto che il Karate in Italia è uno sport ancora giovane rispetto al tradizionalissimo nuoto, per esempio, che su 28.000 praticanti conta solo 9950 donne.

Rita dal Piaz, 22 anni, studentessa di medicina, cintura nera, allieva istruttrice, pratica Karate da cinque anni: “Ho iniziato per curiosità. – dice * Le donne, in genere, non tendono a scegliere uno sport come questo. Il mito violento che se ne fa, sfiducia decisamente il sesso femminile. A me invece è capitato di vederlo fare e mi sono resa conto che non erano certo quelle tecniche che si insegnavano nel Karate a portare alla violenza. Allora ho cominciato a seguire questo sport con occhi diversi…Soprattutto mi ha dato molta calma…Io sono un tipo emotivo e l’emotività dipende dalla poca fiducia in se stessi per cui ci si comporta in modo irrazionale…Ecco, vedere che con l’applicazione, con la costanza riuscivo ad ottenere un risultato concreto, riuscivo soprattutto a comandare il mio corpo, a conoscere i miei muscoli e saperli usare al momento opportuno, mi ha dato molta stabilità fisica e psichica. Ho imparato persino a sopportare diversamente il dolore fisico o meglio, a dargli la sua giusta dimensione, senza le esagerazioni di tipo psicologico che spesso modificano la realtà. Il Karate mi ha insegnato persino a prevenire le intenzioni di chi mi sta davanti o dietro o al fianco. Non parlo solo di intenzioni minacciose, naturalmente, ma anche di atteggiamenti mentali altrui che spesso si è portati a trascurare. Il Karate è un esercizio continuo della mente che invita a riflettere su tutto senza tralasciare nulla…E’ come una partita a scacchi: più uno studio che uno scontro violento. Nella vita mi è servito molto: non ti interessa pensare di essere forte, ma ti accorgi di essere sicura scoprendo fiducia in te stessa, che è un fattore molto importante per una donna che invece normalmente cerca sempre fiducia negli altri. Il Karate ti svela che costanza e applicazione ti fanno migliorare, ti offrono la possibilità di ottenere tutto, purché non perdi mai il controllo di te stessa. Come ti abitua a saper modulare le tue azioni fisiche, ti insegna a modulare le tue risposte psichiche senza reagire d’impulso….No, non ho mai avuto problemi con l’altro sesso…Mi è capitato di dover insegnare ad alcuni ragazzi, è un fatto che li sorprende, li imbarazza, ma se sei brava non ci sono problemi…Ecco, forse il senso del dover dimostrare la tua bravura, ad un allievo, una cintura nera uomo non l’avrebbe, ma sempre per una sbagliata interpretazione del significato del Karate per cui si pensa che è lo sport dell’uomo forte, dell’invincibile ”.

Con in testa la filosofia Zen, il Karate assume una dimensione diversa. I Kata, che sarebbero i famosi trucchi segreti dell’arte marziale e che il maestro “svela” al proprio allievo man mano che questi avanza di cintura, conservano ancora un po’ il senso mistico che gli attribuivano le scuole della società giapponese feudale: apprenderne il significato e la tecnica equivale quasi a detenere il senso della ’’verità” sulla vita

Viaggiando sui tappeti volanti nel pieno oriente, queste ascete dello sport nell’eseguire i Kata, danno più l’immagine aerea del balletto che quella guerrafondaia del combattente:

“Le donne —dice il maestro Raniero Abeille, 12 anni di insegnamento, cintura nera 4° Dan— forse riescono di più a rendere lo spirito del Karate per la loro indole decisamente più riflessiva…Comunque io non credo che esista una reale differenza nei sessi in questo sport. Il 95% delle persone di ambo i sessi che si avvicinano al Karate pensano di acquisire una superiorità rispetto agli altri non perchè sono più o meno inclini alla violenza e alla sopraffazione, ma perchè questo tipo di società impone di fatto il mito della violenza e della competitività.

Ho praticato per anni agonismo: campionati europei, italiani, ero uno dei capisaldi della nazionale italiana….Prima del ’70 non c ‘era ancora la regolamentazione sui colpi e si andava giù per Knock Oin fracassando crani e spappolando fegati. Solo una volta uscito dall’agonistica sono riuscito a penetrare nella filosofia meditativa del Karate. Ho acquisito una mentalità diversa anche rispetto alla vita, nei rapporti in famiglia. Ai miei allievi cerco infatti di insegnare la base filosofica, etica e morale che costituisce l’essenza delle arti marziali. L’approccio con il Karate, va accompagnato da un duro e metodico allenamento del corpo e della mente e da una fervida ricerca al di là del puro e semplice esercizio fisico. La gente ormai è troppo abituata a guardare sempre a terra; io cerco di insegnare a guardare anche in alto alla ricerca dell’assoluto…una mistica diversa da quella orientale, forse cristiana, ma comunque una ricerca…Quando studiavo astronomia, sono rimasto strabiliato dalla perfezione dell’universo… ”.

Di fronte al dato esaltante e di massa dello sport visto come spettacolo, come violenza, una simile interpretazione delle arti marziali, assume quasi un senso anacronistico: vengono in mente l’armonia, la grazia e la proporzione degli antichi atleti dell’Ellade tra i quali aleggiava lo spirito degli dei.


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