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CONGRESSO UDI

il nome e la cosa

giugno 1982

 

Un migliaio di donne si incontrano all’auditorium della tecnica a roma in uno dei più discussi e discutibili congressi della nostra storia recente.

vediamo perchè

 

Non si può dire che questo XI Congresso dell’Unione Donne Italiane sia caduto in un momento di grande attenzione dei mass-media. Non solo per le ansie dopo lo sbarco inglese nelle Falkland e gli strappi alla Cee prodotti da un’inedita alleanza Dc-Pci-Psi (con relative dichiarazioni, aggressioni, commenti, sarcasmi & vignette), ma perchè la sinistra — e gli altri osservatori — registravano negli stessi giorni un infuocato congresso della Fgci a Milano e l’atteso maggio delle donne comuniste a Bologna, a base di liscio, rock, poesia e dibattiti scandalosamente anche misti.

L’Udi dunque è andata a un congresso ”di svolta” come l’hanno definito le dirigenti della segreteria uscente alla stampa qualche settimana prima. E come hanno tenuto a precisare nei vari incontri preparatori con i collettivi romani attualmente presenti, inclusa la redazione di Effe.

In verità quest’Udi allo “sbaraglio” che metteva in discussione se stessa: ruoli, competenze, funzionariato e, a quanto pare, quattrini (in concreto 100 milioni di finanziamento annuo del Pei) ci ha attratto e perfino coinvolto. Non perchè aspettassimo da quest’organizzazione, delegata per anni a gestire la politica di emancipazione delle donne, risposte esaurienti alla discussione in corso (sul dopo- femminismo, sull’emancipazione ’’aggiuntiva” ecc.) ma perlomeno degli spunti di riflessione, idee per un dibattito che, partendo da un numero consistente di donne ora a fianco a noi ora da noi distanti negli ultimi dieci anni, poteva darci indicazioni utili. Con questo spirito siamo andate al congresso e ne abbiamo seguito le fasi.

 

il luogo

L’Auditorium della tecnica a Roma- Eur, occupato dal 20 al 23 maggio da quasi un migliaio di delegate, in rappresentanza di duecentomila iscritte, provenienti da 84 sedi provinciali e da varie realtà locali di nuova e rinnovata aggregazione: circoli, cooperative, centri culturali ecc.

Grande atrio con moquette marrone, specchi fumèe a tutta parete, banchi per la vendita di libri e giornali, parei e borsette, brocche pugliesi.

Alla grande sala ad anfiteatro si accede attraverso corridoi sempre soft. La presidenza, divisa dalla platea da una fila di azalee fucsia alternate a macchie verdi, ospita quattro file degradanti di poltrone più un lungo tavolo a semicerchio. Su questo proscenio campeggia un grande tabellone illuminato: la farfalla Udi con l’ala un po’ impigliata a terra cerca di librarsi in volo accanto a una scritta-sintesi del congresso.

Atmosfera da grande kermesse, baci, abbracci, brusii, tutte in piedi tra le poltrone e le scalette in attesa di cominciare, guardate a distanza dalle rappresentanti femminili dei partiti e da qualche maschio sporadico appollaiati su, insieme, a metà parete nel loggioncino stampa.

Le giornaliste invece circolano liberamente in sala.

All’ingresso della segreteria (dimissionaria) la platea è già stracolma, applaude per sollecitare l’inizio dei lavori, che si aprono con la lettura della relazione introduttiva, frutto del lavoro collettivo di trenta donne.

 

la relazione

L’Udi vuole cambiare pelle, sciogliersi da organizzazione in movimento. Alle donne propone un rapporto conflittuale e antagonista con le istituzioni; per questo, è detto nella relazione, bisogna ’’togliere di mezzo le strutture che impacciano questa dinamica”, vale a dire la segreteria e il funzionariato. L’Udi cambia quindi la sua natura, porta a compimento un processo definito doloroso di trasformazione e di crescita che risale ad almeno due congressi fa e ai primi rapporti con il movimento femminista. La paura di rompere con il passato, di spezzare una continuità può essere superata perchè l’Udi ha una sua identità collettiva: ”la garanzia della continuità sta nella coscienza che l’Udi siamo noi, una coscienza che ha vissuto e vive a dispetto e contro le sue forme”.

 

i gruppi di lavoro

Ce ne sono dieci di circa 100 donne ciascuno: devono discutere intorno a dieci punti fissati su un foglio ed estrapolati dalla relazione, farne una sintesi da leggere all’assemblea finale. Per ogni gruppo sono presenti due o tre funzionarle dimissionarie che chiariscono il loro disagio di ’’professioniste deliapolitica”.

I dibattiti sono accesi, vivaci, anche dolorosi, come è stato scritto nelle cronache del congresso. Il dissenso è consistente anche se poi alle votazioni finali in assemblea generale si concretizzerà in soli 7 voti contrari e 23 asten sioni. ’’Malgrado le dichiarazioni di democrazia, la segreteria ha imposto di non imporre: è una violenza verso la base” dice una donna di Ferrara. “Ma ben otto comitati nazionali lo hanno deciso — ribatte una funzionarla — il fatto è che sono andati deserti. É una situazione insostenibile. Chi e che cosa rappresentano otto comitati deserti?”. “Chi non ha mai fatto la funzio- naria non avverte l’esigenza di cambiamento. É un problema della segreteria di Roma”.

Questi dialoghi-tipo si ripetono in tutti i gruppi, raggiungendo anche punte di esasperazione e di polemica: ai ’’bisogni” delle funzionane si contrappongono, variegati, quelli della base. Tra questi, ripetutamente espressi, una discussione più approfondita e un cambiamento cauto: meno salti nel buio e più chiarezza di obbiettivi.

Le discussioni rivelano le lacerazioni di un corpo sociale di donne, le quali nella faticosa ricerca di un’identità perduta evidenziano soprattutto malessere. E incertezza, dovuta al rifiuto necessario della politica di routine: a questa però non si sostituisce nessun progetto politico concreto. E neppure un accenno di ipotesi politica.

A meno che non esistano due realtà. Una larga, di massa, di donne che vivono male la loro condizione, che hanno sperimentato l’insufficienza del presenzialismo politico in istituzioni come i consultori e le circoscrizioni, accumulando frustrazioni e stanchezza che non riescono a tradurre in nuove forme politiche incisive. Un’altra realtà più ristretta riguarda la segreteria e le funzionarle, preposte certo ad un guscio ormai vuoto e in pezzi ma che navigano abilmente il mare in tempesta.

”Se l’Udi siamo noi — si legge nella relazione introduttiva — noi dobbiamo darci le forme di sintesi, i luoghi della comunicazione (tra di noi, n.d.r.), il coraggio intellettuale e la fantasia delle soluzioni”.

Vediamo quali soluzioni il congresso ha scelto.

 

lo statuto

Questo passa da ’’espressione della nostra ragione di essere” (leggi identità passata) a ’’dichiarazione di intenti”. Sarà ricompilato nell’assemblea che, per deliberazione congressuale, si svolgerà a Roma il 16 e il 17 ottobre prossimi. Sarà una carta di intenti pelle associate e uno statuto per la prefettura, dichiara in assemblea plenaria Vania Chiurlotto. Lo statuto serve per costituirsi parte civile ai processi.

Ma l’Udi non l’ha sempre molto opportunamente fatto? Dov’è la novità?

 

gli appuntamenti periodici

Sostituiscono i comitati provinciali e nazionali; si realizzeranno attraverso il sistema dell’autoconvocazione generale. Ma l’Udi non ha sempre convocato se stessa? E ora chi convoca chi?

 

il giornale

L’Udi ha tre pubblicazioni periodiche:

il mensile (Noi donne), il foglio settimanale (Nd settimana) e il trimestrale (Quaderni teorici).

Il settimanale, che attualmente ha scarsa diffusione — a differenza del mensile che dichiara trentamila abbonate — diventerà strumento delle au- toconvocazioni e “favorirà lo scambio orizzontale di informazioni che prima erano verticali; sarà il settimanale dell’Udi senza tuttavia esserne l’organo”. A parte la rivitalizzazione di un foglio asfittico — eccellente in termini di impresa — le tre pubblicazioni sono edite dalla Cooperativa Libera Stampa che raccoglie 40.000 soci di cui l’8% maschi e strutture miste (sezioni sindacali, di partito ecc.). Quindi il neonato strumento di comunicazione del movimento autonomo delle donne ha anche un padre. Anzi tanti.

 

il separatismo

’’L’unità delle donne va accumulata, costruita, inventata su un terreno comune, sul quale sia possibile delineare fino in fondo la nostra fisionomia di movimento autonomo delle donne. Questo terreno comune è stata la pratica del separatismo”.

La parola separatismo è stata tra le più usate nei gruppi e nell’assemblea generale insieme alle parole trasgressione e autonomia.

’’Separatismo è conflittualità con le istituzioni e con il maschio-istituzione; capacità di elaborare una nostra chiave di comprensione della realtà tutta intera inclusa quella dimensione della realtà che gli uomini hanno sempre definito politica”.

Sul separatismo il movimento ha fondato in passato la sua pratica politica; alcune donne che oggi lavorano in gruppi, cooperative e giornali, comun

que in luoghi ’’separati”, si stanno interrogando sul significato che ha oggi questo termine.

L’Udi è stata sempre un’associazione di donne, e come tale ’’separata”; perchè tradurre oggi una pratica, che pure c’è stata, in un termine che il congresso non ha spiegato nè articolato? Era lecito attendersi, stante il dibattito in corso qualcosa di più di una semplice parola.

 

l’autofinanziamento

L’Udi si autofinanzierà attraverso contributi volontari (da decidere se con o senza tessera) e la gestione dei centri, dei circoli, delle cooperative. La responsabilità politica della gestione è affidata a un comitato di quattro garanti più una funzionarla (ex), indicata dalla segreteria uscente, che diventerà responsabile amministrativa.

Il congresso ha ratificato senza molto discutere queste proposte.

Ma il meccanismo dell’autofinanziamento non è stato molto chiarito. Anche qui un nome sostituisce la cosa?

* * *

Non vorremmo apparire polemiche ma in mezzo alle contraddizioni che abbiamo rilevato un’altra ci ha colpito: l’omogeneità delle sintesi finali presentate dai gruppi (nonostante la ricchezza e contradditorietà del dibattito), omogeneità sottolineata da alcune parole comuni: autogestione, autoconvocazione, separatismo, trasgressione, parole ampiamente usate nella relazione introdutiva.

E un’altra ancora, curiosa in chi per eccesso di democrazia abolisce le forme tradizionali della politica, come l’organizzazione, ritenuta autoritaria e verticistica. L’assemblea finale non ha lasciato spazio al dissenso: chi parlava contro veniva zittita (Non c’è tempo… Non è questa la sede… Ma chi vuole parlare venga qui a dire, non c’è bisogno di protestare dalla platea…).

Il congresso si è chiuso con ovazioni e applausi, canti di donne e balli. Forse le ex-dirigenti non avranno più disagio: questo congresso è soprattutto una loro vittoria e le vittorie si sa sono gratificanti non frustranti. Fanno sentire ancora vive e pronte a ricominciare.

Ma il problema è se duecentomila iscritte possono essere sciolte in un movimento che non c’è più, ripercorrendo qualche anno dopo itinerari sui quali abbiamo riflettuto tutte. Ognuno ha diritto ai propri tempi e ai propri modi, ma è pur vero che ciò che contraddistingue un movimento è il suo intrecciarsi con la storia, l’esserne parziale ma necessaria espressione. Qui sta la sua vitalità e il suo radicamento.


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