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CENTENARI

la miseria in napoli

giugno 1982

 

un libro di oggi scritto quasi un secolo fa da jessie white

 

Mi ricordo che la prima volta in cui la mia mente rimase impressionata, che guai, diversi da quelli derivanti dallo straniero opprimevano questo popolo, fu nella campagna romana nel 1867, quando fermandoci fra Monte Rotondo e Roma per piantare un’ambulanza ci trovammo a Marcigliana in uno dei poderi della campagna romana. Qui vivevano e morivano lavoranti del suolo in stanzucce sudicie, malsane, ammucchiati peggio delle bestie nelle stalle, nutriti con cibo insufficiente, ed obbligati nella totale mancanza del vino (benché per questo vadano famosi i contorni), a bere acqua cattiva e in certe stagioni putrida.

Eppure, come disse nel 1872 l’onorevole Bertani esponendo la necessità di un’inchiesta agraria, questa gente sta bene in confronto dei 13.000 individui ricoverati nelle grotte dell’agro romano, A rafforzare le impressioni del 1867, seguirono le visite che feci lungo il Po, nella ricca e fertile Lombardia durante le inondazionei del 1872. Quella miseria permanente, assoluta, sopportata con una pazienza che sapeva della disperata pace, pazienza di gente che nulla sperava, da alcuna terra!

 

un manicomio di cent’anni fa

Ancora più triste mi riuscì una visita al Manicomio femminile di San Clemente di Venezia, ove il chiaro filantropo primario di quel luogo di dolore mi disse e mi provò con i registri, che mentre fra le pazze, dodici solo furono colpite per vizii, sopra più di cinquecento, due terzi erano alienate per pellagra, cioè per essere esclusivamente, e spesso insufficientemente, nutrite di polenta e d’acqua non sempre sana e pura. E chi oggimai ignora che le donne venete lavorano per lo meno altrettanto, e spesso più degli uomini? C’è di fatti una duna o isoletta – Sottomarina – che ho visitato ove gli uomini fumano, mangiano, bevono, dormono e vestono panni, e le donne, oltre a tutte le faccende di casa, remigano e lavorano la terra, per poi finire all’ospedale dei pazzi, o sotto il Ponte dei Sospiri.

***

In nessun paese dell’Italia e d’oltralpe la miseria umana giunge al grado assoluto di quella di Napoli, e che, giunta a quel grado, il peso di un sol grano di sabbia di più significhi la morte. Accettai dunque l’offerta del proprietario del Pungolo di descrivere le mie impressioni sul suo giornale; e devo dire che egli mi diede ampia libertà, non esimendosi da pubblicare varie mie cose, le quali certo non dovevano sapere di dolce ai suoi lettori. (…) Riproducen- doli seguirò piuttosto l’idea (…) da una parte, di conoscere la miseria genuina; dall’altra, gli sforzi delle presenti e delle passate generazioni per alleviarla e diminuirla.

 

le spagare di monte calvario

Accompagnata da un amico e da un delegato di pubblica sicurezza andai dunque al quartiere di Monte Calvario al di sopra dei Giardini di Santa Lucia al Monte. (…) Mi avevano assicurato che queste grotte non servivano più di abitazione umana, ma che gli abitanti furono tramutati a spese del Municipio in più salubre quartiere (…) Una di tali grotte però era ingombra di parecchie famiglie, ed io penetrai fino in fondo. (…) Ma penetrandovi, e spartendo questa grotta in trenta quartieri, appena può idearsi la condizione di coloro che vivono in fondo, ove nulla difende questi infelici dall’umidità, onde son sxture la volta e la nuda terra. (…) Ove codesti infelici ospiti spagari, lavorando ciascheduno 18 ore al giorno, pervengono a torcere 50 matasse di spago per guadagnare 25 grani; dai quali deducendone sette di spesa, restano otto grani per vivere. Ognuno deve possedere la propria ruota per avvolgere il canapo e svolgerlo in fili più o meno sottili; e miseri fanciulli affamati girano per lunghe ore il perno fissato nell’asse della ruota. (…) Domandai alle poche spagare rimaste dove fossero andate le altre; esse mi risposero che una ricchissima Milady inglese aveva provveduto a molte e che alle altre aveva pensato il Municipio. ’’Siamo noi le infelici, – soggiunsero – e Lei non vede il peggio; bisogna aspettare l’estate, quando non c’è una goccia d’acqua da dissetarci, quando per due mesi la Vergine maledetta non ci manda un filo di pioggia, e bisogna andare a Vico Giardinetto e pagare un tornese la secchia, allora sì che si capisce che cosa vuol dire Monte Calvario!” ”E pare a voi, – proruppe un vecchio, – che siano andati a stare in Paradiso gli altri? Vi dico che laggiù stanno ancora peggio e chi vuol capacitarsene ci vada.” (…) Io gli dissi di voler andarvi. (…)

Rientrando nel vecchio quartiere si giunse ad un vicolo di figura di scalinata; in fondo del quale la bocca aperta di una fogna esalava i più mefitici odori. Bambini quasi nudi vi brulicavano intorno e all’ingiro le case diroccate, nel cui pianterreno quelle mefite permeava come in proprio regno. Presi alcuni dei bambini in braccio, essi serbavano appena sembianze umane; teste sproporzionate, occhi infossati, rachitici tutti, magri da inorridire. (…) Io seguivo sempre la guida. (…) Egli fermandosi a un’apertura fece: ’’Ecco alcune delle spagare che in altri tempi abitarono le grotte”. Mi introdussi in un sotterraneo col fango per pavimento, i muri fradici, e dal soffitto a volta grondava umidità. Ivi contai quindici esseri fra donne e bambini che chiacchieravano attorno ad un mucchio di paglia ove giaceva col tifo una ragazza appena diciottenne, la faccia scolorata, le labbra annerite e delirante. (…) Mi dissero essere otto famiglie differenti e quello l’unico alloggio per tutte; averle il Municipio snidate dalle grotte dando loro una mezza mesata, ossia cinque lire per famiglia. Soggiunsero di non possedere più ruote, ossia istrumenti per esercitare il proprio mestiere, nè avere altro lavoro nè mezzi per campare la vita. E avrebbero potuto soggiungere, ”nè speranza alcuna, salvo la morte”.

Chi teme ch’io carichi le tinte (…) Visiti uno per uno i bassi e sottoscale (…); la popolazione dei bassi che somma a 12.000 anime, nelle ore mattutine si affretta di uscire da quei sozzi e stomachevoli canili, ove non avvi acqua nè caminetto per cucinare, nè cesso nè altro, sicché tutte le funzioni della vita si esercitano in istrada. (…) Nessuno pensa a lavarsi, ma le donne s’ingegnano di pettinarsi scambievolmente e di estirpare almeno porzione della famiglia che abita nelle loro teste. (…) La pigione di tutti questi bassi è sempre enorme, eppur nessuno costrinse ancora gli esosi padroni di casa di fornir gl’inquilini delle cose di elementare necessità per la decenza e si può dire per la vita stessa. (…)

 

parche, streghe, preti e monache

In tutti i giri che feci a Napoli non trovai mai nè prete nè frate in questi tu- gurii, al contraio li vidi a centinaia alla festa di Portici, alle corse di cavalli, fuori di città, ai giardini pubblici, ovunque il dolce far niente era anche rallegrato dal sole e dalla bellezza della natura. (…)

La reale Casa dell’Annunziata: Essa pareva un pandemonio. C’erano vecchie che parevano le streghe di Macbeth, altre le Parche di Michelangelo; c’erano ragazze e donne di ogni età. (…) Abbiamo cercato di capire qualche cosa intorno allo stabilimento e come mai un’istituzione fondata per le tro- vatelle potesse ospitare vecchi di 80 e fin di 90 anni e bimbi neonati che erano affidati a balie luride e cagionevoli, e femmine di età mezzana; appena riuscì fatto di sapere che tutte erano figlie dell’A uè Gratia Piena o in lingua popolare ’’Figlie della Madonna”. Certamente la Madonna aveva poca ragione di inorgoglirsi della prole. La Reale Casa dell’Annunziata era il tipo del governo di preti e delle monache, e di una superfetazione che si chiama oblatismo (a Napoli solo le oblate erano 1688 n.d.r.), indegno di sì nobile cit-< tà. (…) La mortalità dei bambini nel brefotrofio di Napoli ondeggia fra il 95 e il 30%. (…) Pensare che, mentre si dovette economizzare sul (atte per questi sventurati, i preti intascano la somma che avrebbe serbato in vita gran numero di essi, par cosa incredibile! ma tutta la storia dell’Annunziata dimostra l’immensa potenza della superstizione sull’anima del popolo napoletano. Nelle altre città la Ruota aprivasi solamente la notte per facilitare l’ammissione segreta dei così detti figli del peccato. A Napoli invece stette sempre aperta di giorno, e con la mira di far sì che i figli diventassero ’’figli della Madonna”, non solamente le fanciulle disgraziate mandarono i neonati, ma madri e padri spedirono la prole legittima al battesimo della Ruota! Che abusi succedessero, si può immaginare. (…) Insomma si calcolano due terzi degl’inquilini figli legittimi! (…) L’abolizione della Ruota è il primo passo verso la riforma del brefotrofio, da cui dipende la vita e la morte di tanti innocenti (…) e la paura è che l’abolizione accrescesse il numero degli infanticidi. (…) Perchè non concedere alla madre quel compenso di baliatico che dovete dare a un’altra per far nutrire il suo bambino? (…) finché si crede necessaria l’esistenza dei brefotrofi, questi devono servire solo allo scopo di dare alimenti e mezzi di procacciarselo a quei figli, di cui è impossibile rintracciare i genitori.

 

uno sfregio d’amore

Sarebbe calunniare Napoli segnalandola con giudizio sommario più immorale delle altre grandi città; ma quando scendiamo fra i popolani nei quartieri bassi, non si esagera affermando totalmente ignota la nozione del bene e del male.

In amore il ’’lazzarone” è gelosissimo, e sfregia col rasoio la donna infedele alla sua promessa; sfregia pure quella, con la quale i genitori impediscono il matrimonio, anche se questa rifiuti altro sposo. E la donna va orgogliosa della cicatrice: segno che fu amata!

Ma per i lazzaroni la terribile piaga della prostituzione non riveste quel carattere vergognoso, che in altre parti del mondo e anche nel mondo dei galantuomini di Napoli stessa, segrega le prostitute dal resto dalla convivenza cittadina. (…) La prostituzione nelle infime classi è un mestiere come un altro; non ha nulla di particolare; permette perfino di essere buona madre di famiglia. (…)

Il mestiere notturno è in coscienza loro onesto, quanto onesto è il furto. E come possono avere idee di moralità? Vivono nelle stesse camere varie famiglie: dormono nello stesso letto padre, madre, fratelli, sorelle. Al teatro anatomico, ove si sezionano i cadaveri dei poveri che non pagano il mortorio, fra le ragazze dai dodici anni in su non si notò nessuna vergine. (…)

 

la prostituzione organizzata

Che significa la prostituzione come è oggi organizzata? Significa avere appartata con leggi ideate e formulate dai soli uomini una classe d’iloti il cui solo destino è di soddisfare ai più brutali istinti dell’uomo, (…) Sembra che le legislazioni di tutti i paesi abbiano per iscopo supremo, non di combattere il vizio, ma di provvedere che i viziosi godano l’impunità. (…) Ma se avessi mai titubato su questa materia, prima della mia visita a Napoli, dopo la mia visita rimasi convinta non solo dell’immoralità di quelle leggi stimola- trici del vizio, ma altresì della loro inutilità rispetto all’igiene. (…) Un sol quesito vorrei porre: dove il vantato beneficio igienico, quando lo stesso speculum serve per sani e per infetti?

(…)

A Napoli vi ha la prostituzione legale, che frutta larghe somme al Governo; e finché governava il Ministro ultimo, non un soldo distraevasi per rendere abitabile un solo asilo a favore di quelle sventurate le quali si rifiutassero alla mesta e penosa professione o cercassero di uscirne. Le meretrici registrate sono in piena balia delle infami tenitrici dei postriboli e della Polizia. (…)

La Polizia non registra mai per forza una ragazza, la quale potesse in qualsiasi forma provare di possedere mezzi di sussistenza, o anche un protettore.

Ma è giusto e prudente abbandonare così numerosa classe in pieno arbitrio di un sol uomo? (…)

Le prostitute registrate non superano le 3000, superano il doppio le clandestine. (…)

Ripensando ai covili ove tutta la famiglia dorme nello stesso letto, e varie famiglie nella stessa stanza (…) la prostituzione è un mestiere come un altro; mestiere unico per non morire d’inedia. Le ragazze, sedotte per la prima volta, ignare tuttavia del male o del bene, si danno naturalmente a quel commercio, che procura loro cibo e comparativo agio (…) Fino a sedici anni la Polizia non può intromettervisi, non può registrare una ragazza (…) Le poverissime, che si vendono per un grano o due, dormono sul lastrico o negli alloggiamenti. (…) Dell’atrocità delle visite è impossibile parlare, nè credo che vi abbia chi dopo avervi assistito una prima volta sentasi da tanto di sottomettersi ad una seconda prova.

 

la ricchezza dei poveri

Esistono in tutta la penisola 20.123 Opere pie. Il patrimonio di tutte insieme somma a lire 1.190.932.603, e la rendita complessiva a lire 84.585.240 (…) Restringendoci alla sola città di Napoli troviamo 349 Opere pie, con una rendita annuale di lire 7.154.859. Ma i poveri rimangono senza soccorso, e i fondi sono consumati dagli oziosi, dai viziosi e dai loro manutengoli. (…)

Esistevano nelle carceri giudiziarie di Napoli 1417 maschi e 159 femmine. Ma il credere che queste cifre ci diano un’idea del numero dei veri delinquenti, è una vera illusione, e la sarà sempre finché la polizia resterà tale qual’è. Nelle case di pena per tutta l’Italia abbiamo il 30% dei recidivi. In Napoli essi superano il 50%. (…) Finché persevera uno stato di cose come quello che esiste oggi in Napoli e in Sicilia e in minor grado altrove, l’officio è mancato; quando non si voglia appropriarsi del detto di Calhoune: ”la libertà dei bianchi è fondata sulla schiavitù dei negri” (…)

I fatti e la storia della camorra, del lavoro mal pagato, della miseria del popolo, dell’infanticidio (non sappiamo chiamarlo con più dolce nome) che succede nei brefotrofi, dei delitti perpetrati e dal vizio propagato nelle carceri, delle cause, effetti e costumi della prostituzione. (…) Parmi però che la stampa, quel quarto potere, in Inghilterra così potente da essere più temuto dagli altri tre e in Italia così debole da essere appena ascoltato, potrebbe ad ogni modo occuparsene.

 

I brani sono tratti da: “La miseria in Napoli” di Jessie White Mario —Successori Le Monnier— 1877 e ”Posseduta dall’angelo” di E.A. Daniels —Mursia ed.—


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