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INTERVISTA

regina tra i cartoni

giugno 1982

colloquio con alix kates shulman saggista e romanziera dell’ultima generazione newyorkese, ospite a roma dell’accademia americana, maternità, scrittura, e le shopping bag ladies, senzatetto anziane e sole che vivono nella metropoli portando con sè i propri miseri averi nella busta della spesa

 

Alix Kates Shulman è arrivata a Roma, ospite dell’Accademia Americana, a 15 anni di distanza dal suo primo viaggio nel nostro paese e a 8 dalla pubblicazione italiana del suo primo romanzo di successo Memoirs of an Ex Prom Queen (Regina di Bellezza, Bompiani, 1967).
 
Alix Kates Shulman non fa parte del gruppo delle ideologhe e saggiate del movimento — nomi ben più noti da noi — ma di quella schiera di scrittrici di narrativa — Tillie Olsen, Grace Paley, Marge Piercy, Margaret Atwood, Lois Gould, Alice Walker — per nominarne solo alcune, che dai primi anni ’60 ad oggi ha prodotto innumerevoli romanzi e racconti il cui contenuto è già tutto permeato dalla coscienza femminista, un fenomeno che in Italia è solo agli albori. A Memoirs, l’odissea in chiave ironica di una ragazza del Middle West che da ’’reginetta di bellezza” si trasforma in donna ribelle alle mistificazioni del ruolo femminile, hanno fatto seguito, negli anni ’70, una biografia dell’antesignana Emma Goldman e un secondo lungo romanzo, Burning Questions, ambientato nel Greenwich Village — centro di tutti i fermenti politico-libertari della generazione degli anni ’50, visto e vissuto dalla protagonista, Zane Indianna, in un’alternanza di entusiasmi e debacles fino alla scoperta del movimento delle donne e a una decisa presa di coscienza del proprio valore, dei propri sentimenti e obiettivi. Più recentemente Alix Kates Shulman ha descritto in un libro-documento le shopping-bag ladies, quella strana e sempre più numerosa popolazione di senza-tetto, anziane e sole, che vivono nella metropoli portando con sè i propri miseri averi nella busta della spesa, incapaci persino di usufruire dell’assistenza pubblica.
 
Il suo terzo e più recente romanzo, On the Stroll, apparso in America lo scorso autunno, è già stato tradotto nei paesi scandinavi dove l’autrice è stata invitata a presentarlo in giugno: l’ambiente è ancora il cuore di New York, quella 42a strada affollata di ’’sopravvissuti”, e i protagonisti sono una giovane prostituta, il suo protettore e soprattutto una farneticante, poetica bag lady, simbolo delle madri abbandonate e di tutti i reietti della città.
 
Ho intervistato Alix sul suo vissuto di scrittrice, di madre e di femminista. Ne emerge un ritratto pieno di forza e di fiducia in sè e nelle altre, di consapevolezza di un lungo percorso sofferto e compiuto, di possibilità future.
 
Come ti presenteresti a un pubblico straniero?
 
Dal momento che uno dei miei romanzi è stato pubblicato in italiano (’’Regina di bellezza”) mi augurerei che fosse stato letto. Mi considero una femminista e una romanziera — e per me le due cose sono inestricabilmente connesse, ho cominciato a scrivere nello stesso periodo in cui ho scoperto il movimento femminista, quando era proprio agli albori, nel 1968; e non riesco a separare i due avvenimenti.
 
Non scrivevi prima di allora ?
 
Ho cominciato a scrivere racconti, libri per bambini e saggi nello stesso anno in cui ho scoperto il movimento. Veramente ho cominciato a scrivere alcuni mesi prima; ma erano solo degli accenni. Ma poi non so se avrei avuto il coraggio di tentare la pubblicazione se non avessi avuto il movimento femminista a sostenermi; quindi non posso separare le due cose. Io mi considero una persona politica; il che sfortunatamente, è spesso considerato antitetico all’arte, negli Stati Uniti. Vorrei sperare che in Europa non fosse così. Da quello che ho letto, tanti dei migliori scrittori europei sono scrittori politici. Non esiterei quindi a presentarmi a un pubblico straniero come scrittrice politica. Nel mio paese mi sento alquanto a disagio, perchè mi aspetto che se mi dichiaro una femminista e persona politica il mio lavoro di artista venga liquidato.
 
Cosa facevi prima del 1968?
 
Curavo un’enciclopedia, ma ho smesso di lavorare a pieno tempo quando mi sono nati i figli. Ho continuato a fare la libera professione. Sono stata redattrice dell’Enciclopedia Filosofica ed è stato un bellissimo lavoro. Ho una laurea in filosofia. Quando l’Enciclopedia è stata pubblicata ho cominciato a scrivere.
 
Pensi che quello che dice Tillie Olsen in ”Silencessi applichi anche a te come donna e scrittrice?
 
Senza dubbio. Tanto che ho scritto un lungo saggio proprio su ’’Silences”. Ma direi che è stata l’ispirazione di Tillie Olsen e di Grace Paley che mi ha permesso di cominciare a scrivere narrativa. Prima avevo sempre creduto che il tipo di esperienza che mi era tanto familiare da poterne scrivere — l’esperienza delle donne, cioè — non fosse pertinente alla letteratura. E quando ho letto Tillie Olsen e Grace Paley che avevano scritto vere opere d’arte sull’esperienza comune della madre in cucina, o ai giardini, ho cambiato radicalmente il mio atteggiamento. E mi sono resa conto che non c’era nulla nei miei argomenti che fosse antitetico all’arte.
 
Ho cominciato a scrivere racconti dopo aver letto ’’Fammi un indovinello” della Olsen e ’’Little Disturbances” della Paley, prima ancora di aver sentito parlare del movimento: ma è venuto tutto pressoché insieme. Prima del movimento pensavo di aver adempiuto al compito che ero stata chiamata a svolgere, e cioè quello di aver figli e che non ci fosse altro in serbo per me dalla vita eccetto che usare del mio tempo ad applicarmi a dei lavori qualsiasi, ma senza passione. Una volta scoperto il movimento femminista, ho anche trovato un soggetto, un pubblico, tutte le componenti di una vita appassionante. Ho scritto di questo in ’’Burning Questions”, cioè del risveglio prodottosi in tante donne in quegli anni.
 
Rinuncia alla maternità o riaffermazione di essa?
 
Penso molto a questo problema perchè la maggior parte delle mie amiche sono ora nell’età in cui devono decidere se avere figli o meno e questo le ossessiona. Ci pensiamo e ne discutiamo a lungo. Sono stata nello stesso gruppo femminista per sette anni e soltanto tre di noi hanno figli.
 
Questo è anche legato al fatto che le relazioni oggi giorno sono meno durature e al problema della paternità?
 
Certo, ma mi domando cosa viene prima. Perchè ai tempi miei in un certo senso si creavano relazioni stabili per costruire una famiglia. Non sembrava neanche possibile fare altrimenti. Ma ora le mie amiche parlano di avere figli senza una relazione permanente, o di avere una relazione permanente senza figli; tutto è possibile, E mi sembra che non sia necessario rinunciare e riaffermare. Penso che si dovrebbe avere la libertà di decidere senza che si annetta nessun particolar valore a questa questione in un senso o nell’altro. Per quanto mi riguarda personalmente, mi considero veramente molto fortunata perchè non ho dovuto pensare a questo problema. Ho avuto i figli senza pormi la questione. Ora ho tutti i vantaggi dell’aver avuto i miei figli che sono, direi, la cosa più importante della mia vita. Siamo molto vicini, essi sono la ragione prima della mia sensazione di appagamento. Ma se dovessi fare quella scelta adesso, senza sapere che cosa significhino i figli, se mi trovassi nella stessa posizione delle mie amiche, sono quasi certa che sceglierei di non averne. E così ora sono fortunata; tutte le difficoltà sono finite — be’ non dovrei dirlo perchè suppongo che si resti ostaggi della sorte per il resto della propria vita, qualsiasi cosa può sempre accadere. Ora che i miei figli sono finalmente cresciuti e stanno per andare all’Università io ho quel genere di libertà a cui le mie amiche non vogliono rinunciare e a cui non rinuncerei più neanche io. Devo dire che non sono mai stata più felice di adesso: la libertà di cui godo, la solitudine, è la cosa più preziosa che ho. Apprezzo infinitamente la mia solitudine: posso girare per la casa in silenzio e staccare il telefono: non c’è nessuno e io controllo la mia vita come non ho mai fatto prima. E penso che questa sia la condizione più bella, soddisfacente e stimolante in cui vivere. Ma io dico questo con la certezza di avere già questi due meravigliosi esseri che mi saranno sempre affettivamente vicini così come io a loro. Quindi non si tratta del tipo di solitudine che produce isolamento; non me lo posso neanche immaginare ora. So di essere in una posizione privilegiata.
 
Dici di capire la posizione delle tue amiche perchè non si possono fare molte cose quando si è madri?
 
Quando i miei bambini hanno cominciato ad andare all’asilo è stato il momento in cui ho cominciato a scrivere. Fino allora avevo svolto lavoro ’’free lance” a casa. Ma quando i bambini hanno cominciato a star fuori casa per due ore al giorno io staccavo il telefono. Ero decisa a scrivere. Sono stata obbligata ad essere estremamente efficiente e ben organizzata nella distribuzione del mio tempo, ho risparmiato energia: e ora la sto usando molto bene. Ho molta energia: anche in questo senso sono fortunata. Quindi, sotto un certo aspetto, posso essere d’accordo con chi dice che l’allevare figli è stato di aiuto. Tuttavia è anche un’oppressione. Lo vedo chiaramente ora: per ogni vantaggio esiste anche uno svantaggio e viceversa. Non ho potuto mai soccombere alla solitudine e alla depressione perchè avevo la responsabilità di questi figli.
 
Se avessi avuto un lavoro fuori casa mentre allevavo i bambini non credo che avrei scritto. Ma sono stata fortunata con il mio primo libro, è stato un successo. E così da allora sono stata in grado di guadagnare abbastanza denaro per permettermi di stare a casa e fare il mio lavoro.
 
Da quando i miei figli sono stati abbastanza grandi da essere lasciati soli, uscivo tutte le sere per fare lavoro politico. Durante gli anni ’60 e nei primi anni ’70 non avevo nessun tipo di vita mondana, non andavo mai a un cinema perchè mi appariva frivolo rispetto a ciò che avrei potuto fare. Mi sono un po’ rilassata da allora. Ora vado a qualche party e a cena con gli amici, ma quello che cercavo di dire è che non sono stata mai realmente isolata. Per me, il problema è stato sempre come garantirmi il tempo libero, senza interruzioni.
 
Li hai dovuti crescere da sola, non hai mai condiviso le responsabilità?
 
Ho ancora un marito; ci vediamo raramente, più o meno una volta al mese. Ma la responsabilità totale per i figli è sempre stata unicamente affidata a me. Nel 1969 ho scritto un saggio che è diventato famoso. Si chiamava ”11 Patto Matrimoniale”. L’ho scritto per un giornale femminista underground chiamato Up from Under ed era un patto in cui avevo avuto l’audacia di suggerire che il compito di tirar su i figli e di prendersi cura della casa doveva essere condiviso al 50%. Questo saggio ebbe larga diffusione; venne chiamato ’’contratto”, sebbene io non l’avessi mai inteso così. E ancora quello a cui si fa riferimento quando si parla di contratti matrimoniali. E stato pubblicato su Time Magazine; adesso è in The Harvard Contract Law Book, A quell’epoca era un oltraggio suggerire che gli uomini dovessero lavare i piatti, avere l’obbligo di badare ai bambini.
 
E dalle femministe tue amiche hai ricevuto aiuto nel tirar su i figli?
 
No, nessuno. Ci sono femministe più giovani di me che si sono date molto da fare per organizzare dei nidi nelle loro scuole o Università, dovunque lavorassero. Ma io non avevo rapporti con queste istituzioni e al tempo in cui avrei avuto realmente bisogno di quel genere di aiuto, non esisteva un movimento femminista.
 
“a quell’epoca
era un oltraggio
suggerire che gli
uomini dovessero
lavare i piatti,
avere l’obbligo
di badare ai bambini”

 
Vuoi sapere la verità? Mi sono sentita sempre come la madre simbolo in ogni gruppo cui appartenevo; e che fosse mio compito far valere i diritti delle madri, ricordare a tutte le altre donne che gli interessi delle madri non erano identici agli interessi delle non madri, e difendere costantemente i nostri interessi quando erano trascurati o calpestati. E io sono certa che le altre erano stanche del nostro continuo ribattere su questi argomenti; ma era necessario farlo. Divento sempre meno sensibile ai diritti delle madri e non voglio più spendere tempo e energia a prendermi cura dei bambini. Ho chiuso con questa fase. Non voglio fondare nidi, quella parte del lavoro è finita; sebbene aneli a diventare nonna. Ti sto parlando molto francamente.Quando gli altri — i giornalisti — mi fanno domande è difficile per me rispondere.
 
Prima che potessi vedere il mondo a occhi aperti pensavo che essere madre fosse una cosa di cui vergognarsi. Mi vergognavo di dire che ero madre, di mettere sul mio passaporto ’’casalinga”. Essere una casalinga ed essere madre erano tutt’uno per me.
 
Pensi che la creazione artistica sia una creazione assoluta o potrebbe essere una sublimazione o un sostituto della maternità?
 
Non credo sia il sostituto di nulla. Ha in se stessa la sua giustificazione e il suo compenso. D’altra parte, se per creazione assoluta intendi il prodotto di una singola persona, credo di no, Penso che l’opera d’arte sia prodotta dalla sistemazione di esperienze che vengono largamente condivise. E le idee in circolazione ne sono alla base.
 
Pensi che il linguaggio letterario delle donne sia diverso e più legato al corpo?
 
É molto difficile dirlo. Non penso sia opportuno fare generalizzazioni. Ci sono delle donne che scrivono come gli uomini e ci sono degli uomini i cui scritti potrebbero essere usciti dalla penna di una donna. In generale penso che le problematiche, più che il linguaggio, sono diversi. Penso anche che le nostre influenze sono diverse.
 
Ma qualsiasi sia la differenza penso sia un fatto di cultura e tradizione. Sono convinta che le donne scrittrici debbano leggere altre donne scrittrici e che la quantità di cose che possono imparare da loro è molto maggiore perchè c’è la possibilità di identificarsi. E talvolta quando leggo gli scrittori maschi sento come se stessi leggendo della vita su qualche pianeta. Non so come usare quei modelli perchè non ho alcuna esperienza che corrisponda ai loro problemi, Ma non penso che si possa generalizzare; ci sono molti scrittori maschi che mi hanno profondamente influenzato a cui ritorno per trovare ispirazione: Gide, Calvino, Svevo (l’ironia in Svevo è quella che mi ha ispirato ’’Memoirs of an Ex- Prom Queen”) Kafka, Beckett; questi non sono affatto estranei a me. D’altra parte sento che non sarei stata capace di scrivere se non avessi letto Til- lie Olsen e Grace Paley. Virginia Woolf mi ha influenzato più profondamente di tutti per i suoi argomenti e il modo in cui trattava la sensibilità. Le donne scrittrici mi sono necessarie, ma ci sono molti scrittori maschi che mi sono stati utili.
 
Quali sentimenti hai verso i tuoi scrìtti: c ‘è una specie di ambivalenza come nella relazione madre/figlio? Te ne senti distaccata?
 
Mi sento molto più giudicata dai miei libri ma posso solo dire ora che i miei figli son cresciuti, che più piccoli erano, più mi sentivo giudicata.
 
L’ansia che provavo per i miei figli aveva molto a che fare con l’ansia di essere giudicata, ma accetto meno bene i miei scritti. Mi sento molto più in relazione con i figli che con la mia scrittura.


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