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televisione

attente al video

«è proprio la donna la principale utente della televisione, in quanto vivendo una condizione di emarginazione dalla informazione scritta, vive la TV come strumento di evasione e di svago».

dicembre 1977

Prima ancora di parlare di come la televisione si comporta nei confronti di noi donne, dobbiamo tenere ben presente il ruolo dei mass media nella riproposizione dell’ideologia dominante; pur essendo un’ideologia omogenea si serve di tutti i canali differenziati di cui dispone, che malgrado le diversità sono funzionali l’uno all’altro. E tutti insieme contribuiscono alla cattura del consenso. Ora mentre i giornali hanno prevalentemente una funzione di informazione e formazione dell’opinione, rispetto a una visione politico-sociale del destinatario, il messaggio televisivo ha invece una funzione di controllo ideologico, di costruire modelli comportamentali, mentalità, costume. E naturalmente solo quei modelli che non si pongono in maniera contraddittoria nei confronti del modello socialmente accettato. Mentre i giornali presuppongono una scelta iniziale, seppur minima, la TV arriva alla globalità della popolazione, da una parte cercando di omogeneizzarla, dall’altra mantenendo inalterate le stratificazioni (sessi, classi, età, ecc.). Dunque il margine di scelta è inesistente e la televisione viene subita in maniera totalmente passiva. È proprio la donna la principale utente della televisione, in quanto vivendo una condizione di emarginazione dall’informazione scritta, vive la TV come strumento di evasione e di svago. La tradizionale passività femminile, fa inoltre sì che il modello proposto venga interiorizzato senza trovare resistenze. La mancanza di strumenti critici di autodifesa permette l’immediato rafforzamento della divisione sessista dei ruoli. È soprattutto con trasmissioni di evasione, che viene imposto un modello per la donna e il non riuscire a riconoscerlo fa sì che non lo si possa di conseguenza rifiutare. L’operazione politica è di segno autoritario, non esiste la possibilità di risposta, l’incentivo è alla passività, al disimpegno, il messaggio è calato dall’alto. Tutto ciò ha un’impatto maggiore nei confronti di noi donne per vari motivi: primo fra tutti perché mentre l’uomo è compartecipe di una visione dei ruoli e condivide l’oppressione della donna dentro i ruoli stessi, noi non ci identifichiamo con il potere essendone private storicamente; da questo discende una nostra maggiore dipendenza psicologica dall’autorità, la fatica che spesso facciamo a porci in maniera critica rispetto ai fenomeni. E’ però evidente che negli ultimi anni con la crescita di coscienza molte donne stanno uscendo dalla passività e rimettendo in discussione il concetto di potere e di autorità. Malgrado ciò sono ancora troppe, per tornare alla televisione, le mistificazioni che colpiscono tante donne senza incontrare opposizione. Questo perché la maggior parte delle donne vive nell’isolamento, nel ghetto della casa, tagliata fuori dall’informazione, ed è quindi portata a sublimare l’oppressione in una serie di modelli proposti appositamente. Sicché dopo una giornata massacrante la casalinga può sublimare le sue frustrazioni nella Carrà di turno, che è generalmente bella e amata. In questi ultimi tempi abbiamo visto la cultura dominante modificare in parte i modelli sociali, utilizzando il suo potere fagocitante. Le innovazioni vengono presentate svilite dei contenuti, con un linguaggio che spesso si rifà ad un femminismo orecchiato; permessi-vita e mercificazione sono i capisaldi di questa linea produttiva. Rispondendo ad esigenze di mercato, quando il femminismo vende bene sarebbe suicida per l’ente televisivo rimanere ancorato a stereotipi già superati nella realtà sociale. Ma non essendo la TV una ditta privata questi tentativi di inserire tematiche nuove vanno visti soprattutto nell’ottica del recupero, recupero che avviene fondamentalmente attraverso quello strumento micidiale che è la mercificazione. In parte bisogna anche dire che alcuni cambiamenti avvenuti sono il frutto della pressione che le donne stanno esercitando in questi anni e dei nuovi bisogni che esprimono. Però purtroppo la TV riesce anche in questo campo a far diventare i bisogni eversivi consumo, spesso alla stregua di un dentifricio.
In questa nuova politica vediamo che l’innovazione può aver luogo anche in modo sostanzialmente reazionario, rifacendosi ad un acriticamente accettato «evolversi» del costume, come alibi per continuare ad avvilire la donna (questa volta più nuda), forse per un inconscio atteggiamento difensivo proprio di chi vede minacciato il suo potere. A questa malintesa vocazione «libertaria» ci sembra si rifaccia ad esempio «Odeon» che con le sue ninfette nude e cretine pare dire «il femminismo non ha cambiato niente, la donna puttana esisterà per sempre». In realtà il sistema ha a disposizione innumerevoli tentacoli attraverso cui appropriarsi delle istanze rivoluzionarie per riproporle digerite e quindi innocue. Un’altra «innovazione» è rappresentata dai programmi cosiddetti buoni che affrontano i problemi della donna, che cercano di stare al passo con le nuove esigenze. È curioso notare che quando vengono passati servizi qualitativamente corretti, anche se certo non femministi, la reazione delle donne è spesso di disinteresse; a volte addirittura la trasmissione ottiene l’effetto opposto a quello previsto. Nel 1972 «Sapere» realizzò un servizio dal titolo: «Uomo-donna come si costruisce la diversità». Il servizio opinioni della Rai ha usato questa trasmissione per condurre un esperimento su un gruppo d’ascolto formato da donne e uomini, sulla decodifica di questo programma. Nel quadro di questo esperimento realizzato nell’ottobre del ’74, sono stati distribuiti agli appartenenti al gruppo due questionari da riempirsi prima e dopo la proiezione. Dal confronto dei due questionari appare evidente che la reazione delle donne è stata in alcuni casi di segno contrario al messaggio cioè di recupero o di ritorno su posizioni meno avanzate. Non c’è da meravigliarsi perché non è certo lo spazietto dedicato ai nostri contenuti che può scuotere le donne dal torpore in cui una complessità di concetti le hanno cullate. D’altra parte è anche vero che la TV rappresenta per le donne una fonte di rassicurazione rispetto al ruolo che ci hanno imposto e quindi molto malvolentieri si rinuncia alle piccole sicurezze, che peraltro la programmazione
nel suo complesso non fa che rinsaldare.
La stanchezza fisica, la voglia di non pensare, ci portano spesso a preferire il programma che meno ci costringe a riflettere sui nostri problemi, sulle nostre contraddizioni. Questo non vuol certo dire che esiste un palinsesto stimolante perché le trasmissioni problematiche sono quantitativamente limitate e insignificanti rispetto alla gran massa di messaggi manichei e aproblematici che subiamo quotidianamente. Abbiamo raccolto alcuni dati che, presi con le dovute pinze, potrebbero comunque contribuire a darci un’idea delle linee di tendenza della Rai nei confronti delle donne. I dati sono tratti da un’indagine realizzata dal servizio opinioni della Rai, ad uso interno e per pochi eletti.
La donna è presentata prevalentemente nell’ambiente domestico ed è orientata per la grande maggioranza dei casi verso valori emotivi privati, mentre l’uomo lo vediamo nell’ambiente extra domestico ed impegnato nel lavoro professionale. Non c’è quasi mai tensione tra ruoli femminili domestici e extra domestici e la donna è sempre integrata nel sistema. Nei rapporti con l’altro sesso la quantificazione oscilla tra paritari e subalterni (per paritario nell’ottica della ricerca si intende il modello di donna emancipata). Nei rapporti tra coniugi non è quasi mai presente la componente erotica e l’autorità familiare in 309 casi contro 117, è centrata sull’uomo. La sessualità, laddove è presente, viene generalmente associata alla violenza. Sempre per parlare di sessualità e mezzi di comunicazione, c’è uno studio di Patricia Schiller dal quale emerge che spesso il primo rapporto sessuale ha luogo davanti alla televisione quando il ragazzo e la ragazza sono soli in casa. Le donne intervistate da Patricia (si tratta di madri nubili) circa il fatto di considerare la televisione «stimolante o provocante» la mettono al 1° posto; seguono nell’ordine libri e dischi. Le non madri nubili che la ricercatrice definisce normali, mettono invece la Tv al 4° posto nella scala. Il tutto ha luogo a Washington, USA. Appunto.

PS. – Chiediamo a tutte le compagne che lo ritengono utile, di proseguire questo discorso appena abbozzato mandandoci dei contributi sul ruolo della televisione di Stato e possibilmente allargando il campo alle televisioni private.


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