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riflessioni sulla «stasi» del movimento

«bisogna porsi il problema di un nuovo tipo di organizzazione di fronte alle nuove esigenze create dall’avvicinamento al femminismo di strati sempre più vasti di donne».

dicembre 1977

si deve riconoscere che; a circa sette anni dalla nascita, il Movimento Femminista sta vivendo un primo e generale momento di stasi.
Ad aggravare questa situazione contribuisce da un lato l’appropriazione delle tematiche femministe (autocoscienza, analisi dello sfruttamento della donna) da parte dei partiti politici della sinistra, che, immettendole nelle loro strutture tipicamente maschiliste, le svuotano del loro reale significato politico: la presa di cpscienza delle donne e la loro lotta autonoma. Lo scopo che li muove è infatti chiaramente strumentale e speculativo: avere maggiore seguito tra la massa femminile, entrata attivamente sulla scena politica per merito del M.F., e condizionarla in modo subdolo perché verniciato di femminismo.
Dall’altro lato c’è un attivismo delle donne dell’Autonomia Operaia che non si riconosce nell’autonomia femminista e che provoca confusione tra le donne. Inoltre da questa parte vengono lanciate antiche accuse — di presunto settarismo, di essere «piccolo-borghesi», di «dividere la classe», di «essere piagnone» — già fatte proprie, anni fa, dalle commissioni femminili dei partiti extraparlamentari, in una linea di giudizio uscita irrimediabilmente battuta dal confronto con le posizioni del Femminismo autonomo.
Per meglio approfondire questo argomento, si veda il n. 4 – 1977 de «Le operaie della casa», bimestrale a cura del Comitato per il salario al lavoro domestico di Padova.
In sette anni, percorso storico veramente millimetrico se lo confrontiamo al secolo e più di cammino politico ed organizzativo del Movimento Operaio, il Movimento Femminista è diventato un punto di riferimento per
tutte le donne, svolgendo appieno la sua prima funzione di fare controinformazione, di favorire la presa di coscienza, di creare una struttura che ha promosso ed organizzato le lotte autonome per l’aborto libero e gratuito e contro la violenza carnale, convincendo le donne a scendere in decine di migliaia su tutte le piazze d’Italia.
Tutto questo enorme lavoro politico si è basato su due discriminanti: l’autocoscienza e l’autonomia. L’autocoscienza, espressa dallo slogan «Il privato è politico» (purtroppo ormai usato da tutti e il più delle volte a sproposito) ha costruito la solidarietà tra le donne perché ha fatto sì che si riconoscessero nella loro comune condizione di sfruttamento e di oppressione. L’autonomia, che è autonomia di analisi, di progetto politico, di strategia e di organizzazione, ha segnato la rottura ideologica nei confronti della sinistra maschile. Ed è necessario ribadire con chiarezza e decisione queste due discriminanti del femminismo, soprattutto nel momento attuale, in cui si tenta di metterle in discussione o di limitarne la validità.
Ma bisogna, oltre a ciò, porre urgentemente il problema del nuovo tipo di organizzazione che il M.F, deve darsi per far fronte alle nuove esigenze che sono state create dall’avvicinamento al femminismo di strati sempre più vasti di donne. Infatti da un lato il piccolo gruppo, dall’altro il collettivo, che sono le vere strutture base del panorama dei gruppi femministi e la espressione storica di un femminismo che era ancora circoscritto a poche centinaia di donne, si dimostrano ormai inadeguati a svolgere una valida funzione politica nei confronti di una base che si allarga costantemente. Tutto questo comporta il grosso pericolo che il patrimonio politico elaborato dal Movimento in questi sette anni non possa essere trasmesso efficacemente alle nuove militanti, che rischiano di recepire il femminismo come modello di comportamento e non invece come risposta ad una esigenza personale che divenga responsabilità politica e impegno nei confronti della totalità delle donne alle quali il Movimento si rivolge.
Infatti ad un effettivo allargamento della base politica non sembra aver corrisposto una valida continuità del la militanza, in coerenza con quello che è stato in questi anni l’indirizzo politico del Movimento; l’adesione in massa al femminismo delle giovanissime, per lo più studentesse, non ha portato quel vantaggio che avrebbe potuto, proprio per la mancanza di strutture adeguate ad accoglierle. Questo ha provocato uno scarto profondo tra le donne dei gruppi, che hanno vissuto il femminismo fin dall’inizio, e le nuove militanti, che, private di un confronto reale con la parte più vecchia del Movimento, propendono per un femminismo più dinamico che però rischia di non approfondire sufficientemente i contenuti. Bisogna considerare anche la stanchezza fisica e psicologica di molte delle prime militanti, stanchezza dovuta a una militanza pluriennale e stressante per il ricatto e lo sfruttamento continui che la nostra condizione di donna significa.
Certo, la schematizzazione e la sintesi di problemi così scottanti e aperti e lontani ancora da contorni definiti offrono sempre il fianco a forzature interpretative. Ma è la diffusione di un malessere generalizzato che spinge a sollecitare con questo articolo l’apertura di un dibattito che porti a una valutazione critica di questa fase del Movimento: un dibattito che possa essere un confronto approfondito e soprattutto continuo di tutto il Movimento, quale certo non può risultare da qualche convegno improvvisato e spontaneistico. Proprio a questo fine è importante sottolineare la necessità di creare strumenti di informazione, di comunicazione, di scambio più efficaci e continuativi di quelli che il Movimento si è dato fi-n’ora. Abbiamo qualche radio-donna, abbiamo qualche pubblicazione di gruppo che, pur se continuativa, manca di incisività per la diffusione assai limitata e ancora affidata alla vendita militante, abbiamo un mensile (Effe) che per sua natura non è strumento di intervento ma di riflessione e di raccolta delle voci del Movimento. Siamo prive di strumenti di comunicazione efficaci e continuativi quando invece sappiamo tutte benissimo quanto sia essenziale costituire delle voci autonome la cui diffusione sia capillare e costante e la cui capacità d’intervento e aggregazione tempestiva per controbattere l’uso stravolgente che i mass media hanno fatto del femminismo e visto che è proprio la donna il principale destinatario, della persuasione occulta di radio e TV.
Diamoci una voce forte e chiara per diffondere il Movimento, per sostenere le sue iniziative, per dare forza alle sue lotte, e diamo vita ad un settimanale femminista che divenga il portavoce del Movimento senza la mediazione controproducente dei giornali borghesi e maschilisti.


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