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clandestine sul vascello della storia

per costruire una storiografia dalla parte della donna è necessario elaborare una metodologia che abbia chiari obiettivi

ottobre 1979

qualche anno fa, uno storico francese, Robert Mandrou, citando una monumentale quanto inutile «Storia delle donne» in dieci volumi o più, in cui si elencavano «madri, spose, sorelle di», diceva che le donne, nella storiografia, continuano ad essere delle clandestine: vi entrano, cioè, di nascosto, in silenzio, al seguito di qualcun altro, al quale peraltro, aggiungo io, hanno quasi sempre approntato il tappeto dell’onore, tessendone la trama nella penombra dell’alcova e alla luce di un focolare.

La definizione di Mandrou mi è tornata curiosamente alla mente leggendo l’articolo di Anna Rossi-Doria pubblicato sul numero di giugno di Effe, applicata, però, non alle donne-oggetto di studio, bensì alle storiche. Anna, infatti, ricordando alcune iniziative svoltesi in ambiti istituzionali, quali l'”Istituto Romano per la Storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza” e la “Fondazione Basso-ISSOCO”, in cui un gruppo di storiche hanno tentato di mettere a fuoco alcuni problemi relativi alla storiografia sulle donne, affermava di essere insoddisfatta dei risultati in quanto: «il dibattito tra donne si è rivelato in queste occasioni… sostanzialmente difficile per una forte separazione tra addette e non addette ai lavori. Inoltre in tutte non era risolta l’oscillazione tra i rischi di una eccessiva subordinazione della storia delle donne o ai nostri obiettivi politici di oggi o alla Scienza con tutti i suoi canoni stabiliti». Condivido pienamente questa osservazione e sono felice che, finalmente, tra noi venga posta la questione del nostro atteggiamento di fronte al senso che attribuiamo, in noi stesse e di fronte agli altri — donne «non addette» o uomini iper-specializzati — alla nostra ricerca di modi diversi di studiare. Sono felice, cioè, che si faccia un tentativo per capire perché, finora, ci siamo sentite «clandestine» sul vascello dello Storia, il cui timone sembra ancora manovrato dai maschi.

Vorrei, però, prima di entrare nel merito della questione specifica del nostro rapporto con la cultura — di cui la storia non è che un aspetto — fare una premessa generale relativa al «tono» di una simile riflessione, che in questo momento ha, a mio avviso, anch’esso una notevole importanza. Da qualche tempo e, più precisamente, da quando la pressione del movimento verso l’esterno si è allentata e all’interno abbiamo cominciato ad attraversare quella che, con qualche eufemismo, è stata chiamata la «fase di riflessione», ho avuto la sensazione che sia dall’esterno, come dall’interno, si pretendesse da noi — da quelle, cioè, che hanno vissuto in questi anni nel e per il movimento — una specie di rendiconto rigoroso e fiscale di come avessimo impiegato il nostro tempo e le nostre energie.

Non mi interessa, in questo momento, ricordare all’esterno come la presenza stessa del movimento delle donne nel suo insieme — al di là della realizzazione o meno di certe iniziative, al di là delle vittorie o delle sconfitte — abbia inciso nella società italiana e quanti frutti ancora si debbano raccogliere dai semi gettati negli ultimi anni, della cui quantità e qualità noi stessi non abbiamo cognizione precisa. Piuttosto è la domanda che viene dall’interno del movimento che mi sollecita a riflettere. Ritengo, però, fondamentale che questa domanda sia posta non come rimpianto dei tempi-eroici-che-non-torneranno-più, ma come esigenza di guardare a ciò che siamo, senza veli, e soprattutto senza vittimismi di sorta.

Così, >1′ articolo di Anna Rossi-Doria mi sembrava corrispondente a questa esigenza e per di più, al di là del problema specifico della storiografia delle donne, mi pareva che ponesse, in definitiva, una domanda politica: sono convinta, infatti, che uno dei terreni d’analisi che dobbiamo scavare, per ricostituire una trama di rapporti politici non impressionisitci e di lunga durata, sia quello del nostro intervento nell’elaborazione della cultura. A patto, è evidente, che ci troviamo d’accordo sul fatto che la coscienza critica rispetto alla cultura (e quindi all’organizzazione del pensiero che segna le diverse formazioni sociali) sia traducibile, a breve o a lungo termine, in coscienza politica. Questo accordo mi pare ci sia stato e in una certa misura sia ancora operante rispetto, per esempio, alla critica rivolta dal movimento alla teoria e alla pratica della psicoanalisi. Per quanto riguarda la storia, invece, il processo appare più lento: è più difficile, infatti, pensare che la conoscenza della storia abbia riflessi diretti sulla nostra vita individuale, così come si è pensato che fosse possibile, tanto per continuare nell’esempio, attraverso la psicoanalisi. A parte il fatto che nutro seri dubbi sull’efficacia immediata o a breve termine della psicoanalisi stessa (ma questo è un limite mio), credo che la «difficoltà» nei confronti della storia nasca dall’equivoco, ancora abbastanza diffuso, secondo il quale ciò che conta è il presente e il Medioevo, poniamo, con il presente non avrebbe niente a che vedere.

Da qualche tempo, però, questo atteggiamento si è andato modificando. Proprio nell’ambito del movimento, o influenzate indirettamente da questo, molte donne hanno cominciato a lavorare intensamente per una lettura diversa della storia: non solo la produzione editoriale sulla storia delle donne aumenta di giorno in giorno, ma nascono anche iniziative di confronto e di puntualizzazione. Potrei citare, senza timore di sembrare poco obiettiva, il lavoro di revisione degli strumenti e dei metodi tradizionali della storiografia (e di altre discipline) che “Nuova Dwf” conduce da qualche anno con estrema fatica (e all’inizio, dovendo combattere anche contro l’insofferenza dimostrata da molte compagne verso il tipo di operazione che il gruppo della rivista andava progettando). C’è poi l’esperienza, travagliata anch’essa, del «Lessico politico delle donne»; i saggi di storia delle donne che sempre più frequentemente appaiono in riviste specializzate e che, in molti casi, non sono più la «noterella curiosa» inserita in un fascicolo che tratta di varia umanità, ma elaborazioni con le quali è necessario confrontarsi. E continua, d’altra parte — non possiamo nascondercelo —, una produzione superficiale, d’occasione, approssimativa, priva di qualunque valore scientifico (nonostante la ridondanza delle note a pie’ di pagina) sostanzialmente inutile, se non dannosa. Tuttavia, pur senza rinunciare ad un giudizio anche duro su questa e su tutta la produzione storiografica femminista nel suo insieme, bisogna renderci conto che siamo apparse appena da qualche giorno, da qualche ora addirittura, su questo vascello maschile che viaggia dai tempi di Tucidide e che il cambiamento di rotta non sarà possibile finché ognuna di noi vi salirà da sola: e senza conoscere le carte nautiche o la strumentazione della nave: il nostromo, semmai, ci metterà nella stiva a pelare le patate acquistate in precedenza in porti lontani. Fuor di metafora, voglio dire che la storiografia, per quanto oggetto di continua revisione (talvolta più apparente che sostanziale) anche da patte degli uomini, è una disciplina che ha una tradizione secolare, connotati precisi, propri strumenti e terreni d’intervento e che la «creatività» o la «volontà di cambiamento» rimangono categorie sterili quando non sono accompagnate da una reale conoscenza dei terreno in cui ci si vuol muovere: se il concetto non avesse accezioni d’ipocrisia che rifiuto, direi che l’umanità potrebbe semmai essere uno strumento più valido, benché durissimo da accettare. Senza contare che per fare la rivoluzione storiografica (come qualunque rivoluzione di sorta) è necessario non solo avere chiarezza dei propri obiettivi, ma soprattutto una profonda conoscenza del tiranno che si vuole abbattere, Mi rendo conto che così dicendo mi metto (come d’altronde ho sempre fatto) tra quelle che rischiano «un’eccessiva subordinazione alla Scienza con tutti i suoi canoni stabiliti». E’ un rischio che non dovrebbe spaventare, se non per la quota di isolamento e di solitudine che l’eccessiva subordinazione potrebbe comportare: ma, eccesso per eccesso, sono anche convinta che l’esperienza del movimento abbia cambiato realmente qualcosa nella nostra percezione della realtà e del pensiero: non perché siamo donne, ma perché siamo femministe, abbiamo potenzialità d’analisi diverse. La consapevolezza profonda che la contraddizione uomo-donna passa attraverso tutte le manifestazioni del pensiero e della cultura, oltreché della società nel suo insieme; il separatismo intellettuale (che per me, come per molte altre compagne, non è stato separatezza, ma scelta di taglio problematico, di ottica, di prospettive analitiche) sono acquisizioni che difficilmente potranno essere scardinate da una frequentazione assidua dei documenti d’archivio o dalla lettura appassionata (o anche impaziente) della storiografia scritta finora dagli uomini.

Temo semmai il rischio contrario: restare sempre sul barchettino legato dietro al vascello (ormai non riesco a liberarmi di questa immagine da «Olandese volante») e che non serve neanche come scialuppa di salvataggio. Tuttavia, il processo di acquisizione critica degli strumenti dev’essere accompagnato — e qui sta il vero nodo del problema per una storiografia che non voglia essere «alternativa»,*’ nell’accezione anche troppo nota del termine — da una riflessione collettiva sul senso della storia, sulla sua direzione, sul perché gli uomini hanno ricostruito (e interpretato) il loro e il nostro passato in determinate forme: voglio dire, in sintesi, che bisognerebbe interrogarsi sulla pretesa asessualità dell’organizzazione della memoria storica, prima ancora o contemporaneamente alle ricerche sulla stregoneria, sul rapporto tra movimento operaio e movimento emancipazionista, sulla storia del lavoro femminile, della maternità e così via.

Questo richiede anche un riesame critico della storia della storiografia e della filosofia della storia: significa ripensare alla categoria del tempo storico, per esempio, e ai concetti di «cambiamento» o di «modernizzazione»; o, ancora, al concetto di lavoro,-per non parlare dei concetti di «classe» e di «rivoluzione», beninteso, e non ultimo in ordine di importanza, a quello di «femminismo». Dire questo non vuol dire, e per le storiche sarà forse scontato, che ripensare alla periodizzazione, alla valorizzazione (nel senso di attribuzione di valore) di dati diversi da quelli assunti tradizionalmente dalla storiografia, soprattutto politica, significa sostituire (operazione che pure è cara ad alcune storiche americane) al 1860, poniamo, data fondamentale nella storia della nazione italiana, la data in cui lo Stato italiano ha rinunciato ai proventi che gli derivavano dalla prostituzione organizzata nelle case dì tolleranza. Si tratta di un processo più complessa che non esclude né la conoscenza del 1860, né della legge Merlin e dei suoi effetti. Ma non è un’operazione che possa compiere una sola storica, né forse, un gruppo: temo che si svolga su una rotta ancora ignota e che richieda ben altro che una piccola ciurma su un fragile legno. Una flotta forte e ben armata, questo sì. Il movimento?

 


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