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incontri

insieme ad amsterdam

il festival delle donne si svolgeva all’interno di uno strano edificio chiamato Melkweg (la via lattea)».

ottobre 1978

andare al festival internazionale delle donne ad Amsterdam non era solo un grande privilegio ma soprattutto una grande avventura.
Insieme a due amiche di Bologna siamo arrivate in tarda serata nel centro della città già immersa nel buio, ma illuminata dalle luci che si riflettevano nelle acque dei numerosissimi canali che percorrono in lungo e in largo tutta la città, dalle luci più violente ed insistenti dei locali notturni altrettanto numerosi ma rumorosi. Ci siamo sentite un po’ perse all’inizio, come risucchiate dall’istante in cui siamo arrivate in questa mitica città dall’aria nordica e così stravagante. Solo dopo avere affittato una bicicletta per girare la città ci siamo sentite un po’ più tranquille, un po’ più «olandesine». Anzi, ci mancavano solo un paio di zoccoloni ai piedi e in Italia non ci si tornava più.

alla scoperta di un programma
Il festival delle donne si svolgeva all’interno di uno strano edificio chiamato Melkweg (Via lattea) che, come mi raccontava una delle organizzatrici, era stato in passato un caseificio. Una volta entrate si aveva l’impressione di non poterne più uscire. Era un edificio a due piani, sembrava piccolo e normale, e invece era composto da tante stanze, stanzette, sale da thè, sale da musica, teatro, danza, cinema, ristorante, librerie. Eravamo però un po’ deluse. «Ma qui non c’è nessun programma, non si discute, non ci sono assemblee», ci dicevamo. Vedevamo
tante donne, inglesi, americane, olandesi tedesche, tutte in giro, a guardare, a parlare, a indagare. Nessuna sapeva dirci molto.
Arrivate al secondo piano abbiamo trovato l’ufficio organizzativo e ci siamo sentite sollevate. «Loro ci potranno dire qualcosa, avranno un programma», ci siamo dette. Ci voleva un po’ di tempo, un po’ di curiosità in più e un po’ meno schematicità per capire che qui tutto era diverso. C’era da capire, da prendere, da godere da sole, senza direzione, senza impostazione, senza grandi discussioni. Le organizzatrici c’erano e come. Avevano messo su un programma invitando donne tedesche, inglesi, americane, australiane, olandesi, insomma tutte più o meno anglosassoni, a presentare i loro programmi. Avevano organizzato una continuità di spettacoli, musica, incontri, cinema, che erano talmente ricchi che, in un primo momento, non si riusciva neanche a scegliere cosa seguire per primo. E non resistendo mai all’attrazione che il cinema mi suscita, mi sono lasciata immergere dal buio della sala cinematografica. Il primo film in programma che ho visto era di Helke Sander, Ruediger, (la personalità in tutti in modi ridotta di Ruediger), (98 m.). La storia di una donna, della regista stessa, che si racconta e che racconta l’impossibilità di accedere al mondo professionale della fotografia, di produrre come donna nel campo della riproduzione della realtà, come lei la intende, riproducendo sia la sua vita, sia [‘entourage (di Berlino, del muro, dell’altra parte del muro), sia la proposta di un film. Di un film quasi rigido per la sua impostazione in apparenza dura, poco fantasiosa, ma affascinante per la rigorosità professionale, per l’inquadratura diretta, con tempi e passaggi mai né troppo lungi né troppo frammentari, con un rapporto fra il corpo (il corpo di chi dirige il film) e il muro di Berlino, le facciate delle case, le facce dell’altro, dell’altra parte del muro e la somiglianza che tutti questi elementi hanno fra di loro. «Volevo dimostrare che le cose non sono divisibili, l’Est è uguale all’Ovest, tutte le cose sono una sola e se uno le divide diventano una sola di nuovo» dice la Sander nel film.
A questo aggiunge la rappresentazione disperata della vita quotidiana di una donna che non riesce a fare la fotografia come vuole, proprio perché il mondo la divide tra il suo lavoro creativo e la sua vita privata. Tenta di farlo insieme a un gruppo di amiche, lavorano per motlo tempo, fanno una mostra, hanno un apparente successo, ma dopo l’inaugurazione della mostra, quando si fa accompagnare a casa da un critico, questo le fa dei complimenti che mirano a portarla solamente a letto, che non riguardano il suo lavoro. E così mentre lui le parla, insiste, le prende il braccio, fa finta di parlare di fotografia, lei si gira e vomita sull’asfalto.
Ero incerta se rimanere nella sala cinematografica o se girare e vedere il teatro. I film proposti erano tanti e a tanti non resistevo. Così ho visto lo splendido film dell’americana Judy Collins, Antonia, Portrait of a woman, (58 m.) che è un film dedicato alla famosa direttrice d’orchestra Antonia Brico, moglie di Albert Schweitzer. Poi il film di Julia Reichert sempre americana, Union Maìds, (50 m.), che racconta la storia di tre sindacaliste americane, attive negli anni ’20 e ’30 nelle lotte operaie, all’interno del sindacato, attive, in questo film, a raccontare con un grande impegno politico i frutti e gli sviluppi di queste lotte. Poi i film delle americane Martha Coo-lidge, Jan Oxemberg, Linda Ferman, Catherine Alien, poi le australiane Margot Oliver, Linda Blagg, Naomi Christie e tante altre.
Mentre non riuscivo più a lasciare la sala degli schermi, le mie amiche si divertivano al piano di sotto con i gruppi di musica, dove c’era un po’ di tutto. Tutte le donne che hanno sentito cantare Sharon Landau sono rimaste molto emozionate, perché oltre ad avere una voce profonda e dolce, canta la storia della sua vita con una sorprendente non drammaticità, nonostante in essa sia contenuto tutto il dramma dell’abbandono, dell’emarginazione, della lotta, della felicità anche. Segue Terri Quaye, una percussionista che vive a Londra e che esce una lunga esperienza di lavoro con Archie Sheep e Elvin Jones ma che oggi suona da sola, se non qualche volta insieme a dei gruppi di donne.
È impossibile elencare tutti i gruppi, raccontare degli spettacoli teatrali che in parte ci lasciano un po’ fredde, disinteressate (un cabaret di due ragazze inglesi mi dà l’impressione che sia proprio la ripetizione, anche se è sostenuto da un tentativo ironico e paradossale, dello spettacolo un po’ volgare, un po’ rumoroso, un po’ troppo strillato), ci sono altri che ci appassionano. Ci sono gruppi che di sera, prima dell’inizio dei grandi spettacoli, presentano dei «Workshop» (laboratorio) dove si fanno, per chi non è iniziata, le più strane esperienze. Ci lasciamo molto coinvolgere dal gruppo «Gaysweatworkshop», un gruppo di lesbiche che fa teatro lesbico, come loro stesse lo definiscono, e che produce un lavoro di gruppo molto interessante durante uno di questi workshop. Una ragazza segue i movimenti del corpo di tutto un gruppo di donne stese per terra, comincia a dirigere, movimento per movimento, a mettere ogni parte del corpo separatamente in rapporto con l’altra, a definirla, una per una, a porla in rapporto con la mente, a liberare la mente dal corpo, a farla partire per un viaggio, a liberare il corpo del suo peso, a farlo sciogliere, così sembra, in aria, a riportarlo per terra. Tutto questo in un processo accompagnato da un discorso non mistico, come può sembrare, bensì molto realistico, proprio da un rapporto con il corpo come quello della donna, non consapevole, non conosciuto, ma intuito e perciò disponibile.

«cos’è la musica per voi?»
Dopo due ore di divertimento e impegno il gruppo si sposta sul palco dove inizia un dibattito che è la discussione di tutto questo festival, dovunque giro il mio microfono, a chiunque mi rivolgo. «Cosa è la musica per voi, cosa è l’arte per una donna?», chiedeva Sarah,,la ragazza del «Gaysweatworkshop» che aveva gestito le due ore del workshop. «È difficile definirlo, non vi sembra? perché con questi movimenti ci siamo molto sciolte, il nostro corpo ha parlato (poi il gruppo ha cantato, ogni ragazza copiava una melodia che le veniva in mente, il tutto è finito in un grande concerto, strano ma divertente), abbiamo fatto musica. Mi chiedo se possiamo sentire la musica, al di fuori del contesto della musica fatta dagli uomini, proprio in quanto musica fatta e sentita da donne. Per me è andata così. Ho sempre ascoltato molto la musica fatta dagli uomini. Mi davano fastidio le parole delle canzoni, il fatto di utilizzare le donne solamente come prodotto di un’idea della donna. Trovavo brutta la musica che sentivo, mi dicevo «questa la so fare meglio». Sento che non ci sono limiti nella musica, voglio rompere con le barriere che ci sono, soprattutto per le donne, voglio non solamente cantare con la voce dolce e piccola, ma strillare anche, cantare insomma come intendo io. Non separo il teatro dal lavoro che faccio. E per il teatro è ancora più difficile. È una tradizione maschile. In particolare il teatro francese, che il mio gruppo studia in questo momento. Bisogna sottolineare però che oggi, donne che fanno musica o teatro in gruppi, diventano famose proprio perché si fa su di loro una grande speculazione finanziaria. Almeno in Inghilterra è così. La gente è attirata da questi gruppi. Ma noi dobbiamo tornare indietro e chiederci come le donne possono crescere e uscire e darsi dei livelli di conoscenza e degli strumenti per questo. Dobbiamo cercare noi stesse, nella musica, nel teatro che produciamo. E questa era la proposta del «workshop» che abbiamo fatto oggi. Era di farvi e farci vedere che è possibile, che le donne possono stare insieme, che possono fare della musica insieme, del teatro. Noi siamo musica. Dobbiamo credere in noi stesse come musica. E con questa conoscenza riaggiungeremo la forza, e con questa forza arriveremo al punto dove la bilancia dello standard e del prodotto sarà al suo punto migliore». Esco dalla sala del teatro, non riesco à decidere se continuare a viaggiare, in altre stanze, in altri mondi. Mi lascio incuriosire da un gruppo che insegna autodifesa, poi da un altro gruppo di medicina alternativa, vedo una bancarella, al centro di una stanza, senza capire perché sta proprio lì, c’è una signora tedesca pettinata e vestita da vecchia dama dell’Ottocento, che vende delle creme e delle salbe contro i vari mali. Mi compro subito una bottiglietta che contiene una crema contro il mal di testa e un’altra che cura tutte le ferite e mi lascio convincere dalla maga tedesca che si tratta di vecchie ricette della nonna, a base di erbe, prodotte in una comune di vecchie che vivono in una campagna bavarese. Non ci sono limiti alle mie sorprese. Con le mie amiche ci lasciamo finalmente travolgere dal ristorante e da lì non usciamo più per un altro paio di ore. Ci sono cuoche organizzatissime, cucinano con perfezione e gusto delle verdure, dei risi, dei dolci buonissimi, ci sorridono e ci sembrano uguali alle donne che la mattina prima abbiamo visto nel Rijksmuseum nei quadri di Vermeer.

il desiderio di sapere tutto delle altre
Mentre si mangia si parla con le donne venute da fuori, raccontiamo dell’Italia, vogliamo soprattutto sapere tutto delle altre. Così conosciamo una cantante femminista olandese, si chiama Cobi Schreyer, dice che ha tradotto la Canzone della Lega e Bella Ciao in olandese, che la canta sempre quando va nelle fabbriche o dalle contadine. Sa già tutto dell’Italia e ci racconta un po’ del movimento in Olanda, molto attivo, come dice, impegnato su vari fronti, diviso anche un po’, secondo la collocazione, secondo la sua storia. Parla anche dell’aborto, dice che secondo la legge non è permesso, anzi, punibile con detenzione, ma che lo si pratica quotidianamente, che nessuno dice niente, che tutti lo sanno. «Non abbiamo smesso di lottare», dice, «proprio perché si continua a speculare sull’aborto con le cliniche private, con dei ricatti, e con una legge che non considera la dignità della donna». Ci racconta delle riviste femministe che esistono, siamo sempre più sorprese per la molteplicità di iniziative che stanno in piedi. Esiste un settimanale che si chiama Opzy e un mensile che si chiama Vrouwenkraut von Amsterdam, poi una rivista trimestrale che si chiama Lower e due case editrici: Sara e De Eonte Was. Sono molto attirata dalle tedesche che sono venute in massa a questo festival. Parlo con Sabine di Monaco, con Renate Klett della redazione di «Emma», con due ragazze di Berlino, e tutte mi raccontano della Germania. «Questo incontro culturale è molto importante», mi dice Sabine, «in Germania non abbiamo mai organizzato una cosa del genere fino ad oggi. La cosa più importante è che qui ogni donna che arriva viene letteralmente tirata dentro, non si può rimanere fuori. È proprio un segno di una maturità che si dichiara, adesso, nel movimento femminista. Dopo anni che abbiamo fatto solamente politica in termini femministi come la presa di coscienza, la lotta per l’aborto ecc., cominciamo ad incontrarci per praticare altre cose. C’è comunque un rischio in tutto questo, e si è riprodotto anche qui: si assiste e si partecipa ad uno spettacolo e poi si torna a casa con la testa piena di cose, ma con poche distinzioni. perché qui non si discute ufficialmente. Non ci sono assemblee. E questo lo sento come un limite. Appena finisce uno spettacolo ne inizia un altro, ovunque ti arriva l’altoparlante e la musicale un bordello… Questo elimina la possibilità di riflessione, di concentrazione. In questo senso l’organizzazione del festival è molto tradizionalista». «Non sono d’accordo con te», dice Renate Klett, «ci sono delle discussioni, le donne si incontrano, ma perché l’iniziativa la prendono da sole. In questo momento c’è un gruppo che si è riunito e che discute del movimento femminista americano…». Di fatto, è un problema che molte donne hanno sentito in questo festival. Molte altre no. perché nonostante il festival fosse organizzato in modo ammirevole, nessuna delle organizzatrici si è mai fatta viva, se non per partecipare ad uno spettacolo. Noi ci siamo proprio divertite, perché questo lasciava spazio ad un modo di viversi interamente senza che mai nessun limite fosse imposto. Senza che le discussioni, sempre e dovunque centrate sulla creatività, fossero limitate per questioni di spazio o di tempo. Ma è certo certo anche che molte donne non sempre lo hanno apprezzato. Era un mondo dove non si riusciva, comunque, nell’istante dell’avvenimento, a definire in termini teorici quello che succedeva. Era un lasciarsi vivere e recitare. Era un guardarsi e interrogarsi, un sentirsi diverse o uguali. Un capire anche, perché nei Paesi nordici la maggioranza assoluta delle femministe sono lesbiche, si dichiarano tali non solo privatamente o pubblicamente, ma anche politicamente e organizzativamente. È un modo di essere lesbica che nella maggioranza delle donne si esprime anche fisicamente, in termini di riproduzione fisica dell’immagine maschile (taglio dei capelli cortissimo, pantaloni e camicie da uomo, ecc.) ma anche in atteggiamenti ed espressioni che danno l’impressione che si vuole giocare al duro. Parlando della nostra sorpresa con una ragazza tedesca, lei speigava che nei Paesi nordici la divisione fra femminismo e lesbismo è diventata considerevole, di discriminanza politica importante.
«Le donne lesbiche si sentono due volte oppresse», si diceva, «da una parte dalla società, poi dalle donne, anche dalle ‘ femministe. Nel loro impegno femminista sono molto più radicali delle femministe eterogenee, e per questo sostengono anche che le femministe tout court non potranno mai seriamente risolvere la contraddizione uomo-donna se non romperanno in profondo sulla loro condizione con l’uomo. Proprio perché fanno ancora dei compromessi. La posizione delle lesbiche è sicuramente rigida, ma anche quella delle femministe eterogenee è altrettanto rigida. È uno scontro che non si risolve facilmente. Ma proprio perché le donne lesbiche sono anche femministe, non sono unilaterali. Teorizzano adesso in modo così radicale perché ritengono questa radicalità utile per una maggiore apertura in futuro, a condizione che le altre donne facciano però un passo verso le lesbiche anche».
Usciamo dal Melkweg ogni notte alle ore piccole. Fuori aspettano dei maschi, in gruppi, sono curiosi e vogliono parlare. Siamo troppo stanche. Le biciclette ci portano da sole all’albergo. L’ultimo giorno è aperto a tutti. I maschi arrivano in gran numero, tutti invitati singolarmente, attraverso l’amico o la moglie e con un biglietto d’entrata che si sono acquistati prima. L’atmosfera è diversa, ovviamente. Meno sciolta, meno allegra.


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